«Jojo Rabbit»: la satira del nazismo di Taika Waititi

Jojo Rabbit ha fatto parlare molto di sé sin dalla sua presentazione al Toronto International Film Festival, lo scorso settembre. Dopo aver vinto, in quell’occasione, il premio del pubblico – ed essere stato accolto con recensioni sorprendentemente discrepanti tra loro – il film di Taika Waititi (liberamente tratto dal romanzo di Christine Leunens Caging Skies) si è addentrato con fierezza nella stagione degli awards più prestigiosi, fino a guadagnare sei candidature ai prossimi Oscar (tra cui quella per il Miglior film).
Con tali premesse, non poteva che presentarsi come una delle pellicole più attese del nuovo anno.

Jojo Rabbit
Fonte: Fox Searchlight

«Jojo Rabbit» la trama

Il film è ambientato nella Germania nazista del 1945 e protagonista della storia è Johannes “Jojo” Betzler (Roman Griffin Davis), un bambino di dieci anni che, perfetto esempio di membro della Gioventù hitleriana, cammina a testa alta (e a braccio disteso), avendo fatto degli ideali nazisti la propria fede. Il padre di Jojo è partito per la guerra e ad aiutare il ragazzino nei momenti di difficoltà è il suo fedele amico immaginario: Adolf Hitler (Taika Waititi). Il rapporto con lui – e dunque con le proprie convinzioni – comincerà a vacillare quando Jojo scoprirà che sua madre Rosie (Scarlett Johansson) fa parte della resistenza e da tempo nasconde in casa loro una ragazza ebrea di nome Elsa (Thomasin McKenzie).

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Jojo Rabbit
Fonte: Fox Searchlight

Storia di un nazista wannabe

Fulcro e cuore pulsante della narrazione è il rapporto tra Jojo ed Elsa e, conseguentemente, tra Jojo e se stesso. Ad essere rappresentata, infatti, è una storia di crescita personale. Se il forte desiderio di appartenenza ad un gruppo e l’ingenuità infantile del bambino avevano costituito terreno fertile per il radicamento della propaganda nazista, l’incontro diretto, intimo e personale con il “nemico ebreo” costringerà Jojo a guardare il mondo con altri occhi: i suoi. La graduale presa di coscienza da parte del protagonista e il conflitto interiore che ciò gli provoca trovano una simmetrica esternazione nell’evoluzione della figura di Hitler: da compagno spassoso e consigliere fidato, egli si fa via via sempre più rassomigliante all’Adolf reale – nei discorsi così come nella gestualità – fino a diventare presenza severa e a tratti crudele, ormai fuori posto nel cuore del nuovo Jojo.

Jojo Rabbit
Fonte: Fox Searchlight

«Jojo Rabbit»: manca l’equilibrio

Non accade spesso di trovare la critica tanto divisa riguardo a un film. Ma, nel caso di Jojo Rabbit, non è difficile capirne il motivo. Taika Waititi non è certo il primo ad arrischiarsi nella narrazione del nazismo in chiave ironico-satirica (si ricordino, tra gli altri, il führer chapliniano ne Il grande dittatore, e le SS di Bastardi senza gloria). Tuttavia, ciò non rende l’argomento meno delicato né diminuisce la difficoltà di trovare l’opportuno equilibrio tra una comicità anti-odio e la necessaria rappresentazione della drammaticità della realtà storica. Il problema di Jojo Rabbit sta proprio in questo: nell’incapacità da parte di Waititi di mantenere costante e bilanciato il dialogo tra parodia e parodiato. Da tale mancanza scaturiscono scene stridenti in quanto private di una legittima intensità tragica, in favore dell’ennesima deformazione umoristica.

Jojo Rabbit
Fonte: Fox Searchlight

«Jojo Rabbit» una satira godibile, ma poco incisiva

In Jojo Rabbit i colori caldi e sgargianti e la simmetria delle inquadrature, unite alla patina di surrealtà, portano lo spettatore in una Germania nazista alla Wes Anderson, dove si muovono personaggi memorabili e bizzarri, a metà tra fiaba e realtà. Gli attori danno loro vita con performance volutamente sopra le righe, nelle quali si mostrano perfettamente a loro agio.

All’utilizzo straniante della fotografia si aggiunge quello dell’anacronistica colonna sonora. Da segnalare in particolare i brani dei titoli di testa e di coda: le versioni in lingua tedesca rispettivamente di I Want to Hold Your Hand dei Beatles (mentre sullo schermo scorrono le immagini delle folle adoranti il führer) e di Heroes di David Bowie

Jojo Rabbit è un film che soddisfa solo a patto che se ne accettino le premesse: esso non pretende di essere un’opera storica né tantomeno didascalica, ma di portare la risata e narrare l’amore nei luoghi in cui essi sono proibiti.

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Cristina Sivieri