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Jurassic World: il Dominio, c’è un dinosauro nella stanza

Il nuovo ritrovato giurassico cerca di ingigantire il contesto ma perde di vista l'obiettivo: lasciare senza parole.

14 minuti di lettura

Nessuno si muova, attenti ai bicchieri. I dinosauri son tornati. Più grandi, più rumorosi, più. Più e basta. Perché a 4 anni dagli eventi di Jurassic World: il regno distrutto, il mondo è interamente attraversato dai giganteschi animali giurassici. Dimenticate recinzioni e allarmi. Ora il Triceratopo pascola felice tra le valli trentine mentre gigantosauri e predatori frantumano le regole della catena alimentare. La premessa di Jurassic World: Il Dominio, al cinema dal 2 giugno con Universal, segue le traiettorie imposte dei franchise contemporanei (più, più, più) ma conferma incertezze e ambiguità della saga.

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Alla regia torna Colin Trevorrow, chiamato a risanare un secondo capitolo dubbio. Per questo oltre ai nuovi eroi, come Chris Pratt o Bryce Dallas Howard, introdotti nel 2015 con il rilancio del franchise, vengono richiamati i capostipiti di Jurassic Park: Jeff Goldblum, Sam Neil e Laura Dern. I dinosauri sono però ancora una volta i protagonisti, disturbati di tanto in tanto da vicende umane incapaci di coinvolgere il pubblico.

Un mondo giurassico per tempi moderni

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L’ultimo capitolo della nuova trilogia apre a un mondo nuovo ma imprevedibile. L’atmosfera è post-apocalittica e disillusa. I dinosauri e gli umani non convivono in armonia e sulle leggi di diritto tornano a dominare gli istinti di natura; una dinamica lontana dall’estinzione e ulteriormente complicata dagli esperimenti genetici che da Jurassic World in poi hanno rappresentato il meglio di questo rilancio di franchise.

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Jurassic World era infatti anche una riflessione sulla scomparsa della meraviglia, in un mondo in cui “un dinosauro non impressiona più i bambini” e servono creature ibride, modificate, mutanti, per comprare un po’ di sense of wonder. Specchio di un mondo dello spettacolo ormai costretto all’esagerazione programmata. E dunque ecco il mega dinosauro mega, digi-evoluzione necessaria al brand Jurassic Park per arrivare nel nuovo millennio, oltre quella soglia dove si era giustamente fermato nel 2001 con il terzo capitolo.

Ora che i dinosauri fanno la spesa sotto casa, la meditazione di Colin Trevorrow si può dire compiuta. Guardiamo a un dinosauro come a un gatto sornione: messaggio ricevuto. La noncuranza del moderno. Ma del nuovo contesto, Jurassic World: Il Dominio se ne fa poco e brancola incerto sulla forma da avere.

Il (mancato) dominio

Nella prima ora di Jurassic World: Il Dominio siamo esploratori. La presenza dei dinosauri in ogni angolo del globo è portata in sceneggiatura con una confusione di generi che non aiuta lo spettatore. Alla sorpresa di un dinosauro che corre libero per la neve cede il passo il calco di uno spy-action movie qualsiasi. D’improvviso siamo sulla moto con Chris Pratt a schivare passanti, mentre i velociraptor scatenano il terrore in una città che è solo l’ennesima location senza personalità. Riprese con droni, montaggi veloci, fotografia a favore di presunta grandiosità. Potrebbe essere un film qualsiasi, ma con i velociraptor. Per un attimo assomiglia persino all’ultimo James Bond, No Time To Die. D’altronde M aveva chiamato 007 “A misogynist dinosaur”. Con Jurassic World: Il Dominio vacilla un’assioma plasmato da Spielberg: tutto migliora con un dinosauro.

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A riportarci alle origini è l’ultima mezz’ora di un film tanto lungo (più, più, più) ma accompagnato al finale con rigore e rispetto delle origini. I vecchi attori non lasciano tracce di errore e Jeff Goldblum nel ruolo di Ian Malcom è ancora meraviglia. L’effetto di un T-Rex, ma con la camicia attillata. Il gruppo di padri fondatori non è stucchevole, anche se è ormai sfiancante osservare il Jurassic Park in cui Hollywood si è trasformata in un richiamo continuo di vecchie glorie. Ridurre la portata del contesto – dimenticandosi dell’open world per godersi i vantaggi di location ristrette – è ciò che salva gli ultimi istanti di Jurassic World: Il Dominio, che torna ad assomigliare ai prodromi delle vicende.

Non sparate sul T-Rex

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I dinosauri non hanno colpe. Stanno lì, sotto la neve delle Dolomiti o tra la calura del Sud. Stanno lì e sono belli. Spesso bellissimi. Piccoli ma letali sono invece i protagonisti: che corrono corrono in una missione di salvataggio senza alcun appeal. Il Dominio preferisce imporre un McGuffin di disarmante semplicità per spostare come pedine personaggi privati dell’occasione di farsi valere. Prendiamo Chris Pratt. Lui era un addestratore di Velociraptor, una delle trovate più riuscite del requel iniziato nel 2015. In Jurassic World: Il Dominio, più decadente e crepuscolare, sembra un vecchio jedi che nasconde i suoi poteri. Purtroppo non è Ben Kenobi e il ricordo delle sue capacità (mai così utili come nel nuovo contesto introdotto) vengono esaurite come semplice legacy tra lui e la figlia.

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C’è poi l’intento di imbastire un blockbuster sull’umiltà. Una modestia da insegnare al genere umano: piccolissimo se confrontato ai milioni di anni che pesano sulle spalle grinzose (ora anche un po’ piumate!) dei Dinosauri. Molto bene, lo capiamo. E in parte ci è comunicato. In parte però è anche un messaggio che è ribadito da cinque film. Quindi non è scontato sapere se il suo rinforzo sia reale o solo una percezione data dall’eredità di Jurassic Park. Un dubbio a cui i blockbuster più recenti ci hanno abituato: quanto è bello il film e quanto invece siamo sotto il gioco di una suggestione che puntuale si manifesta al cospetto delle grandi saghe.

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Dal lungo percorso della saga, il film deriva i proprio elementi vincenti. I discorsi sulla genetica arrivano dai prodromi del requel, mentre è Jeff Goldblum a raccordare Jurassic World: Il Dominio al parco di Spielberg. La lezione è ancora quella: “Life Finds a Way”. Anche per le locuste, vero villain di un film che tenta anche la riflessione ambientalista. La pericolosa invasione che sta minando le riserve alimentari di un mondo già in caos è responsabilità di un simil-Tim Cook da battaglia. Solo l’ultimo ritrovato dei malvagi costruiti sulle fattezze dei CEO della Silicon Valley, soluzione diffusa tra i blockbuster che amano fingersi attenti al presente. Qui lo interpreta Campbell Scott, capo di una casa farmaceutica di cui a fatica scopriamo ragioni e intenzioni per via di un montaggio che non dosa al meglio lo screentime dei personaggi. Il vero nemico del Jurassic-Verse è sempre stato l’uomo, reo di oltrepassare gli equilibri di natura. Le locuste, per quanto limitate, rappresentano anche questo. Ma la controparte umana non dà supporto e la natura in ribellione è risolta con una scienza-magia lasciata fuori campo.

Il T-Rex è un supereroe, per me

Colin Trevorrow

Senza paura e meraviglia

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Jurassic World funziona quando assomiglia a Jurassic Park. Ossia quando ricuce la distanza tra protagonisti e mondo narrativo nello spazio controllato di una foresta. Il T-Rex torna a far paura, la pioggia non aiuta e si scappa urlando solo perché l’istinto dice comunque di provarci. C’è una scena, in questo ultimo segmento di film, che stona per perfezione. Bryce Dallas Howard si immerge in un bitume verdognolo per sfuggire all’olfatto di un dinosauro con fisico e movenze a la Edward Mani di Forbice. Lenta cala nell’acqua: l’inquadratura bassa e centrata mostra solo a noi, in profondità, la distanza del pericolo. Lei può solo avanzare. Si addentra, l’inquadratura cambia e dalla verticalità di preda-predatore (come Alien e i suoi Xenomorphi) passa in orizzontale, con il lato basso dello schermo in subacquea, a mostrare la donna terrorizzata, e il Dinosauro oltre quella soglia dove sta vita e morte. Urla, smuove l’acqua e poi scappa, furioso e bestiale.

Questa è un’idea di incontro, di azione, di rapporto tra i due protagonisti messi in gioco: dinosauri e umani. Significa riconoscere nell’horror una fonte importante per Jurassic Park. Perché senza paura non c’è meraviglia. Spielberg lo sapeva e ha cresciuto una generazione terrorizzata dal T-Rex, stretta ai pop corn in sale urlanti, ma affascinata come non mai.

La saga, da sempre monca, incerta, ambigua e indecisa, di rado imbraccia un’idea a modello. Preferisce barcamenarsi tra generi che non le appartengono, con l’ultimo, incompiuto, capitolo a mostrare i fianchi a una mancanza di personalità. Il meglio è isolato, sfruttato a raccordo invece che a motore dell’azione.

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Forse dovremmo parlare con gli appassionati più irriducibili, chi ha seguito anche la serie d’animazione (Jurassic World – Nuove Avventure) disponibile su Netflix dal 2020 e composta da 5 stagioni ambientate tra Jurassic World e Jurassic World: Il regno distrutto. In qualunque caso, il recupero di un gap può aiutare l’idea di franchise ma non il film, che invece non si prende le responsabilità di un open-world voluto ma mai davvero affrontato.

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“Non ti ci abitui mai”, è questo il mantra di Jurassic World: Dominion. Lo dice Laura Dern appena incontra un cucciolo di Triceratopo e sul finale lo ripete Sam Neill. I vecchi, insomma, quelli che arrivano dal Jurassic Park e per primi hanno visto un T-Rex cacciare un urlo verso una preda, ci dicono che è ancora tutto meraviglia e stupore. Ma è davvero così? In realtà sì. E il prologo distribuito a novembre 2021 e ambientato 65milioni di anni fa (quindi One-Dinosaurs-Show) è una prova schiacciante.

Perché le scene più spettacolari sono ancora popolate da dinosauri. In Jurassic World: Il Dominio è poi ghiotta l’occasione di mostrarli in ecosistemi vari e imprevisti. La neve, il ghiaccio, il fuoco. Ma allora il problema è un altro e ha fatto le uova nell’idea di film. Perché ogni azione umana, in Jurassic World: Il Dominio, annoia. L’ingentilimento di cui scrive su Esquire Stanlio Kubrick è reale e ricercato, segno di film con buone idee ma tanti limiti. Primo tra tutti l’incapacità di pensare una nuova meraviglia, in cui gesti e valore dei protagonisti siano di sostanza e che non sia solo l’ultimo ritrovato di una genetica della nostalgia.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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