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Kevin Spacey

Kevin Spacey, 5 film per ricordare il suo talento

Cult senza tempo da rivedere e rivedere

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4 minuti di lettura

Kevin Spacey è probabilmente al termine della sua carriera, stritolato dallo stigma sociale che gli ha distrutto la reputazione. Kevin Spacey è e resta un grande attore, dimenticare i suoi personaggi e i suoi film o negarne il talento, oltre che ingiusto, sarebbe un peccato. L’attore americano è infatti uno dei più grandi caratteristi viventi, un diamante del cinema americano di fine millennio, due volte premio Oscar. 

Kevin Spacey ha recitato in veri e propri cult del cinema americano come L.A. Confidential, Americani, Il momento di uccidere, Un sogno per domani

L’invito è riscoprirlo in alcuni dei personaggi in cui ha dato il meglio di sé e che hanno reso noto il suo talento al grande pubblico.

I soliti sospetti, le apparenze ingannano

I soliti sospetti (1995). Un goffo, timido, ma astuto storpio con lievi precedenti penali viene a trovarsi per caso inserito in un gruppo di criminali rinomati messi sotto osservazione dalla polizia al fine di scoprire l’identità di un ignoto e temutissimo signore della criminalità, il celebre Keyser Söze. In questa prova attoriale Kevin Spacey mostra la propria versatilità nell’interpretare un personaggio che occulta a tutti la propria identità sino alla fine. 

American Beauty, appropriarsi di sé

American Beauty (1999), il capolavoro di Sam Mendes porta Kevin Spacey nel pantheon delle grandi star hollywoodiane. Anche in questo caso l’attore americano riesce abilmente a interpretare un turning point, stavolta nella personalità del suo personaggio che passa da uomo banale rassegnato ad una mezza età apatica e noiosa, a ritrovato giovane adulto quieto e spensierato, sicuro di sé e padrone della sua vita. Il tono filosofico del film accompagna una performance straordinaria.

Seven, erudizione e freddezza psicotica

Seven (1997), psychothriller di David Fincher vede un Kevin Spacey nei panni di un criminale psicotico, colto, freddo e lucido calcolatore. In quel ruolo ci confrontiamo con uno Spacey inquietante e disturbante, sicuramente inedito. 

The Big Kahuna, maestro e apprendista

The big kahuna (2000), straordinario kammerspiel filosofico, il monologo finale scritto da Manlio Sgalabro chiude un film in cui un saggio promoter Danny DeVito è amico e collega di un turbolento e istrionico venditore che deplora l’ipocrisia e ha una passione per la sincerità brutale e dissacrante, stiamo parlando di un Kevin Spacey disinvolto e non curante che impartisce lezioni di vita ad una nuova leva, da cui però impara a sua volta qualcosa.

Il negoziatore, l’amabile intelligenza

Il negoziatore (1998). Il ruolo del negoziatore nei rapimenti o nelle situazioni di stallo con ostaggi è affasciante di per sé, un gioco psicologico di ragionamenti sottili e tattiche. Kevin Spacey calza a pennello in questo ruolo, interpetando un personaggio quieto e intelligentissimo in modo talmente naturale da far pensare che sia sé stesso davanti alla camera cinematografica. 


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Lorenzo Pampanini

Laureato in filosofia, sono appassionato di cinema fin dall’età infantile. Ho una propensione per la riflessione e per l’elaborazione dei concetti, per questo nella visione di un film mi muovo soprattutto sull’analisi delle intersezioni tra il contenuto narrativo e lo stile registico che lo sviluppa. Amo riflettere sulle caratterizzazioni dei personaggi e sugli sfondi simbolici e filosofici che li costituiscono all’interno della trama di cui sono protagonisti. Guardo al cinema come a un sofisticato modo di rappresentazione degli aspetti cruciali della vita. Guardare un film per me significa entrare in un meccanismo riflessivo che fa comprendere, ma anche formulare, relazioni concettuali e costruzioni teoretiche. Il cinema è per me un modo di fare filosofia.

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