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«Knives Out – cena con delitto», un Cluedo specchio della società

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8 minuti di lettura

Chi è cresciuto a pane e Agatha Christie e magari girava per casa con pipa in bocca e lente d’ingrandimento a caccia di misteri non può lasciarsi sfuggire Cena con delitto – Knives out.

Knives Out - Cena con Delitto

Un giallo (whodunit in gergo) tutt’altro che banale dell’americano Rian Johnson, con Daniel Craig, Chris Evans, Ana de Armas, Jamie Lee Curtis e Christopher Plummer.

Un intreccio generoso

Spiazzante fin dall’inizio, Cena con delitto – Knives out scardina la fabula e si cimenta in un intreccio denso di flashback, citazioni e colpi di scena. Qualcosa del genere si era già visto, ma è nella combinazione degli elementi, unita al gran finale, che il film crea discontinuità e innovazione. Con la sua economia leggera e ironica, ma mai frivola, la pellicola attiva la mente dello spettatore e lo tiene incollato allo schermo.

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Ispirazione classica, resa straniante

Knives Out - Cena con Delitto

Sebbene l’ispirazione classica sia chiara (una famiglia numerosa e benestante, una cena con i parenti, una casa misteriosa, una golosa eredità…), il film stravolge l’ordine degli addendi senza inficiare il risultato. Nella primissima scena i due cani di famiglia abbaiano incessantemente (si capirà il motivo solo alla fine) e dopo non molto la governante – il famigliare maggiordomo qui nella sua versione al femminile – ritrova il cadavere, dando così il là all’indagine.

Una villa formato Cluedo

Knives Out - Cena con Delitto

A Villa Thrombey, la dimora in stile gotico che sembra uscita da una partita di Cluedo, un famoso e ricco autore di gialli, Harlan (Christopher Plummer), viene trovato con la gola tagliata la mattina dopo la cena di famiglia per i suoi 85 anni. Su quello che ha tutta l’aria di essere un suicidio indaga la polizia di Los Angeles, insieme a un Daniel Craig non del tutto inedito: tolti per un attimo i panni di James Bond, indossa quelli di un detective dal british humour e dal nome allitterante, Benoit Blanc.

Da subito entriamo in contatto con un altro personaggio chiave, che acquista il ruolo centrale di solito appannaggio dell’ispettore: la sconvolta Marta Cabrera (Ana de Armas, prima Bond Girl cubana), infermiera e amica dell’uomo ucciso. Anche lei è tra gli indiziati ma dalla sua parte ha una strana caratteristica: non può mentire, se lo fa, vomita.

«Knives Out – Cena con Delitto», tanti moventi

Gli altri personaggi sono i componenti della famiglia Thrombey. Ognuno nasconde un possibile movente e lo capiamo immediatamente: se i racconti durante gli interrogatori affermano qualcosa, i ricordi (in questo caso immagini per lo spettatore) raccontano tutt’altro. In un batter d’occhio il quadro si complica e dal suicidio si passa all’ipotesi di omicidio, in un crescendo fastidiosamente scandito dai tocchi di pianoforte di Blanc.

Messaggio politico tra le righe

Nella ricostruzione di quanto accaduto gioca un ruolo chiave proprio l’infermiera “immigrata”. Tutti sembrano apprezzarla, ma in realtà nessuno la conosce e la considera veramente: solo uno dei tanti segnali dell’ipocrisia della famiglia Thrombey. Come la regina del giallo Agatha Christie prendeva di mira la classe benestante, così Johnson utilizza i personaggi per additare l’America contemporanea razzista (a tratti un po’ estrema), arrivista e soprattutto piena di contraddizioni.

«Knives Out – Cena con Delitto», una famiglia specchio della società

Knives Out - Cena con Delitto

Nella famiglia Thrombey troviamo la primogenita Linda Drysdale (Jamie Lee Curtis) che sembra incarnare la self made woman, ma che in realtà ha avuto successo solo grazie ai soldi del padre, e il fratello Walt (Michael Shannon) che invece della tanto agognata indipendenza nella gestione della casa editrice del padre riceve il ben servito. Joni Thrombey, interpretata da Toni Collette, è la moglie del figlio morto di Harlan, che intasca gli assegni destinati dal nonno alla nipote, e Ransom Drysdale (Chris Evans) l’arrogante e scapestrato nipote del ricco scrittore, l’unico che parrebbe disinteressato al patrimonio. Infine, i nipoti più giovani Jacob (Jaeden Martell) e Meg Thrombey (Katherine Langford), lui simpatizzante di estrema destra, lei con un ruolo non ben definito, e Donna Thrombey (Riki Lindhome) e Richard Drysdale (Don Johnson) rispettivamente moglie di Walt e marito fedifrago di Linda. Le imperfezioni dei protagonisti incarnano nel film lo stile americano e nascondono invidie, rivalità, arrivismo, ingordigia e uno snobismo che, dietro una maschera di buone maniere, sottolinea differenze di razza, classe e genere. Da qui la denuncia politica e la rivincita sociale che trionferanno dal balcone della villa nel finale.

Pochi cambi di scena, molti dialoghi

Ricco di dialoghi e di colpi di scena, il copione non necessita di grandi scenari. È infatti piuttosto statico: per definirlo bastano poche e neanche ben delineate location. L’unica che riusciamo a scandagliare, seguendo i flashback e le indagini di un Blanc acuto e pungente, è la villa di famiglia.

Le citazioni in «Knives Out – Cena con Delitto»

Oltre all’ironia e a un’analisi sociologica e di costume, nel film sono presenti rimandi e riferimenti che sfiorano il tributo. Il primo, ovviamente, è ad Agatha Christie; Arthur Conan Doyle e al suo Sherlock Holmes invece vengono espressamente chiamati in causa da Blanc quando ingaggia Marta come suo “Watson”. Elementare. Ancora Jessica Fletcher che compare per pochi istanti nel piccolo schermo di casa Cabrera. Possiamo ritrovare anche l’influenza di film come Invito a cena con delitto o Signori, il delitto è servito, e persino Il trono di spade, con la sedia dell’interrogatorio incorniciata da un’aureola inquietante di coltelli. Qualcuno l’ha definita la versione ironica del Checov’s gun, ovvero il principio drammaturgico di Anton Checov secondo il quale ogni elemento in una storia deve essere necessario e quelli irrilevanti dovrebbero essere rimossi.

Sul modello dello spettacolo teatrale interattivo, durante i centotrenta minuti di intrigo è impossibile non lanciarsi in ipotesi. L’importante è non dare mai nulla per scontato, soprattutto se si ha a che fare con un autore di gialli che in vita amava giocare, e molto.


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Camilla Martina

Mi affascina la parola scritta. L’ho sfruttata tanto per alleggerire testa e cuore. Da grande avrei voluto intraprendere la carriera artistica, ma odorava di disoccupazione così ho scelto Comunicazione mediale. Risultato? Da freelance (qualcuno direbbe precaria) collaboro con un quotidiano, sempre in cerca di nuove pagine da riempire.

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