«La 25ª ora», un Vaffanculo grande come il cuore

La 25ª ora (25th Hour) si aggiudica la vittoria nel sondaggio che vedeva come protagonista il regista Spike Lee. Una vittoria netta per quello che si può considerare il suo miglior film.

La 25ª ora è una delle primissime pellicole ambientate a New York dopo l’attentato dell’11 Settembre 2001, nel quale avvenne il crollo delle Torri Nord e Sud del World Trade Center. Per di più, il regista è stato il primo a inquadrare il baratro lasciato dentro Ground Zero.


Il film è tratto dal romanzo omonimo di David Benioff, che ha realizzato anche la sceneggiatura. La colonna sonora fu affidata a Terence Blanchard, uno dei collaboratori storici di Spike Lee, che accostò la musica irlandese a quella mediorientale, con tonalità jazz. Tra i versi della canzone finale, la splendida The Fuse di Bruce Springsteen: «The fuse is burning/ Shut out the lights/ The fuse is burning/ Come on let me do you right».

Doveroso dunque scoprire quale «miccia» possa accendersi ne «La 25ª ora»

«La 25ª ora», la trama

La 25a ora

New York, 2002. A Monty Brogan (Edward Norton) rimangono ventiquattro ore da uomo libero, prima di doversi presentare in carcere e scontare una condanna a sette anni, per spaccio di droga. In questo lasso di tempo, avrà modo di salutare il padre (Brian Cox) e gli amici d’infanzia (Philip Seymour Hoffman e Barry Pepper). Tenterà anche di scoprire se sia stata la sua ragazza Naturelle (Rosario Dawson) a fare la soffiata alla polizia. Avrà modo poi di pensare al senso della propria vita e mediterà anche una fuga, metaforica, per evitare la prigionia.

Il crollo e il grado zero


Il titolo del film evoca una seconda possibilità. Dopo l’11 Settembre, la società statunitense s’è scoperta debole e fragile, vulnerabile agli attacchi di un nemico esterno. La pellicola, però, mostra anche un nemico interno. Spike Lee fa luce sulla febbre sociale, un cocktail virale di sesso e droga, egoismo e razzismo, che ha fagocitato negli anni l’intera Grande Mela.

La 25a ora racconta lo sviluppo e l’epilogo di questo malessere invisibile, inquadrato da un regista che ha visto New York crollare nei suoi grattacieli come nei suoi cittadini.

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Due sono dunque i protagonisti: Monty, la sua cerchia di relazioni e la sua condanna; New York, simbolo eterno della società americana, intrisa di un male che ha intaccato anche le viscere. Per poter ricominciare, serve veramente un crollo, una caduta che riporti al grado zero, al livello minimo in cui più a fondo non si può scendere, per far scaturire una seconda possibilità, una nuova vita, come quella immaginata dal padre del protagonista nel monologo finale. Un viaggio metaforico, eppure possibile.

Amore e odio


Celebre è la scena del monologo davanti allo specchio del protagonista, Monty, interpretato da un maestoso Edward Norton. Riprendendo l’altrettanto famosa scena di Robert De Niro in Taxi Driver (1976), la radicalizzazione, l’invettiva, l’abbandono di ogni retorica raggiunge il massimo grado possibile.

A passare sotto la scure è la società multi-etnica newyorkese, mai riuscita in una reale integrazione, divisa e in guerra civile continua. Dai pakistani ai broker di Wall Street, dai portoricani agli italiani, dai neri alla polizia, fino ad arrivare a Gesù Cristo, tutti devono andare in quel famoso paese.

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Ma ancor di più, la città stessa dovrebbe crollare sotto un terremoto, bruciare sotto incendi sempre più grandi, fino a ridursi in cenere, con le acque che si sollevano per sommergere tutti i topi che ci abitano. Una visione apocalittica, che nasce però dal desiderio di riportare la più importante città americana ad essere fulgore e luce di una nazione che, come castello di sabbia, sta crollando. Un desiderio di gloria, che nasce dalla tragedia dell’11 Settembre, schianto ma anche nuovo terreno per un inizio diverso, autentico, sano.


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Stefano Sogne

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