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La coppia quasi perfetta: la serie Netflix tra Black Mirror e Osmosis

8 minuti di lettura

Amare ed essere amati è la prerogativa di ogni essere umano. È questo il leitmotiv di The OneLa coppia quasi perfetta, la serie TV britannica Netflix scritta da Howard Overman (Misfits) disponibile sulla piattaforma dal 12 marzo.

Girata in Inghilterra, tra Cardiff e Bristol, la serie fanta-sociale tratteggia, in otto episodi, il confronto atavico tra amore e scienza nella cornice di un futuro non troppo lontano in cui spetterà ad un capello il compito di unire le anime gemelle.

The One, adattamento televisivo del romanzo di John Marrs La coppia quasi perfetta, svela e suggerisce, già nel titolo, gli ambiziosi intenti di Rebecca (Hannah Ware), brillante genetista senza scrupoli disposta a sacrificare ogni rapporto umano in funzione del Dio Denaro.

Con l’aiuto del collega biologo molecolare James (Dimitri Leonidas) – vera mente dietro al progetto – Rebecca fonda “The One”, un programma di abbinamento basato sul patrimonio genetico dell’individuo, alimentando la guerra dei sensi dell’opinione pubblica ed esaltando così il primato decisivo della scienza sulla coscienza individuale.

La coppia quasi perfetta: quando l’amore dipende dal cervello

La coppia quasi perfetta
Hannah Ware in una scena di The One – La coppia quasi perfetta

La possibilità scientifica che esista nel mondo un’anima gemella determinata sembra spingere alla curiosità anche il più fedele tra gli esseri umani. Misurare l’amore sulla base di elementi biochimici del cervello garantirebbe, in linea con la morale del programma, relazioni solide, stabili, orientate all’eternità più serafica senza alcun tipo di sforzo emotivo. Rebecca diventa così una figura salvifica destinata a raccogliere le anime angosciate dal peso della solitudine, un deus ex machina in grado di ripristinare l’ordine relazionale a discapito di coppie già formate, pronte a barattare il proprio rapporto per la curiosità di sperimentare un amore scientificamente provato, e dunque perfetto.

Una rivoluzione emotiva che non tarda a manifestare la sua totale amoralità: The One – La coppia quasi perfetta nasce in seno al mistero e, se da un lato tenta di elevarsi agli occhi del pubblico come fonte cristallina di verità, dall’altro è costretta a confrontarsi con gli oscuri segreti di un passato criminale. Quando nel Tamigi viene rinvenuto il cadavere di Ben (Amir El-Masry), il coinquilino di Rebecca scomparso un anno prima, l’indagine ossessiva dell’ispettrice Kate (Zoë Tapper) fa vacillare le fondamenta del colosso tecnologico, lasciando emergere importanti interrogativi sulla fallibilità di un sistema messo a punto sul dubbio.

The One non è “l’Unico”: il paradosso esistenziale dietro La coppia quasi perfetta

La coppia quasi perfetta
Dimitri Leonidas e Hannah Ware in una scena di The One – La coppia quasi perfetta

Un atroce parallelismo con i giganti del passato ruba a La coppia quasi perfetta l’autarchia di cui avrebbe bisogno per imporsi nel catalogo Netflix. A dispetto del titolo originale, The One, il prodotto di Overman non è il primo, tantomeno l’unico, ad essersi costruito attorno all’interrogativo amletico che coinvolge e sconvolge l’essere umano ad ogni nuova alba.

Già Hang the DJ, il quarto episodio della quarta stagione di Black Mirror, aveva posto le premesse per un futuro emotivo tecnologicamente stabilito, senza tensioni né conflitti di sorta, in cui al sentimentalismo tipicamente umano faceva da contraltare un numero indefinito di calcoli e algoritmi infallibili di probabilità

Hang the DJ portava inevitabilmente allo scontro con la realtà dei fatti moderna, all’analisi razionale dei meccanismi dell’online in cui a distanza di sicurezza valutiamo le esperienze potenziali attraverso bolle di filtraggio atte a preservare la nostra incolumità sentimentale. In una società orientata costantemente all’incastro studiato, perfetto e senza possibilità di rigetto l’uomo diventa una cavia da laboratorio e abbandona per sempre la speranza di essere artefice del proprio destino.

Differentemente La coppia quasi perfetta affranca l’essere umano dall’onere del calcolo e unisce da sé, sommando autonomamente le identità su un presupposto fallibile che non tiene conto dell’imprevedibilità del germe rivoluzionario.

Il libero arbitrio sfida l’infallibilità della scienza

Pallavi Sharda e Eric Kofi-Abrefa sono Megan e Mark in The One – La coppia quasi perfetta

Il titolo italiano della serie Netflix, La coppia quasi perfetta, rivela la fallibilità del sistema messo a punto da James e Rebecca. Coerentemente alle premesse di un programma di abbinamento univoco, l’aspettativa è che esista una sola possibile anima gemella.

La natura umana, evasiva, inafferrabile, volubile e profondamente istintuale, si fa nemesi esistenziale di un sistema tecnologico apparentemente inappuntabile e instilla il dubbio se a contare realmente nella determinazione di compatibilità tra partners siano i geni o le esperienze personali, il contesto sociale, le abitudini.

Il DNA è l’unico responsabile della scelta, o spetta al libero arbitrio l’arduo compito di combinare le coppie? Se La coppia quasi perfetta difetta e fallisce nel suo intento, ciò è dovuto alla totale assenza di pathos nella linea narrativa centrale, nella prevedibilità cristallina di colpevoli e moventi intrecciati labilmente alla luce del giorno. Hannah Ware non riesce a sostenere l’enigmaticità del suo personaggio, che gode di credibilità solo nella naturalezza espressiva dei flashback; piuttosto, sembra vagare tra i corridoi sovraesposti di un’azienda al collasso senza una vera meta, così come l’intera narrazione, che svilisce le storie parallele lasciandole incompiute.

Le sorti di Hannah (Lois Chimimba) e Mark (Eric Kofi-Abrefa), la coppia felicemente sposata insidiata dalla presenza dell’avvenente Megan (Pallavi Sharda) – reale match del giornalista – e quelle dell’ispettrice Kate, implicata in un rapporto a doppia direzione, non hanno goduto di un finale esplicativo, probabilmente in virtù di una seconda stagione (ipotetica) che, non traendo spunto da precedenti letterari, dovrà fare i conti con le inedite potenzialità di un soggetto originale.


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Giulia Calvani

24, Roma | canto, scrivo, sorrido, amo la pasta al sugo e perdo la testa per i piccoli gesti. A tre anni ho scritto il mio primo romanzo con i pennarelli, l'ho rilegato con lo spago e una rosa come Jo March, e mi sono ripromessa di essere penna. Laureata in Mediazione Linguistica e Interculturale alla Sapienza di Roma decido di proseguire gli studi magistrali in Giornalismo presso l'Università degli Studi Roma Tre. Social media manager per Cinesociety.it da novembre 2019, a settembre 2020 divento redattrice per Cinematographe e partecipo agli eventi di settore. Oltre alla pasta, il mio unico credo è il cinema. Ad oggi non ho ancora trovato un posto che sia per me casa, se non la sala. Folle devozione per Hitchcock, Billy Wilder e Kubrick, tarantiniana doc e thriller addicted.

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