«La forma della voce», lo straziante incubo di non saper ascoltare

La forma della voce è l’adattamento anime del manga A silent voice di Yoshitoki Ōima. Nonostante non abbia ricevuto lo stesso successo di altri film del genere, come Your Name, ha alla base una storia incredibilmente profonda, che tocca tematiche delicate come il suicidio, il bullismo e l’alienazione dell’uomo.

«La forma della voce» e la paura dell’altro

La forma della voce

Il protagonista della vicenda è Shoya Ishida, un ragazzo introverso e senza amici. La particolarità del film è subito evidente in quanto fin dall’inizio notiamo come attorno a lui tutte le persone presentino una x blu e bianca sul loro volto. Questa x è carica di significati simbolici: rappresenta la mancanza di un legame tra lui e gli altri, l’impossibilità che ha di guardarli in faccia e quindi di conoscerli. Fin da questa semplice simbologia possiamo comprendere la natura del film, propria di diversi manga: porci di nuovo ai drammi dell’esistenza, che avvengono nel passaggio dall’infanzia all’età adulta. Il protagonista ha paura di guardare gli altri e di ascoltare la loro voce, è in un totale stato di alienazione. Tale stato culmina nel desiderio di porre fine alla sua vita.

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Così, fin dall’inizio, Ishida ci appare come la vittima della storia, ma in poco tempo finiamo per avere seria difficoltà nel cadere in empatia con lui. Anche se niente è bianco o nero in questo film: ogni persona è un ventaglio dalle mille sfumature.

«La forma della voce», il dramma del bullismo

La forma della voce

Attraverso dei flashback, scopriamo che ai tempi della scuola Ishida è infatti stato un bullo, che ha preso di mira addirittura una bambina sorda, Shōko Nishimiya. In ciò si sviscera in maniera cruda e veritiera la tematica del bullismo. Tanti sono i film che hanno cercato di parlarne, spesso banalizzando la questione. Perché La forma della voce non ti mostra il classico bulletto che ti ruba il pranzo, ma ti fa calare nella sua mente, in uno dei tanti scopi che a volte rende bulli: la mancanza di comprensione. Ishida agisce aggressivamente dal momento in cui gli viene detto che Nishimiya è sorda, è in difficoltà nell’accettare quella condizione, non sa come comportarsi.

Eppure, non è il più crudele di tutti con lei: l’intera classe la prende di mira e la sfotte alle spalle e – complice anche lui – le rompe in continuazione gli apparecchi acustici. Quando finalmente la madre reagisce, però, i compagni decidono di additare Ishida come unico bullo, escludendolo quando Nishimiya va via. Da quel momento Ishida è emarginato, solo con il suo senso di colpa e la sua paura verso gli altri si scatena. A prescindere dalle ingiustizie che anche lui ha subito, ha commesso un errore fatale: non ha saputo ascoltare le voci degli altri, è sempre scappato da tutto.

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Cosa fare, allora? Ishida non mette fine alla sua vita, ma decide per una volta di non scappare. Riesce ad avere un amico e grazie anche a questa amicizia trova il coraggio di andare alla ricerca di Nishimya, desiderando profondamente una redenzione. Nishimya è l’altra faccia della medaglia, una bambina dolcissima prima e una ragazza premurosa adesso. I due sono divisi non dal dramma del passato – poiché lei non ha mai provato rabbia verso di lui, voleva anzi solo essergli amica – ma dall’impossibilità di comunicare. Ishida deve sforzarsi di comprendere la condizione di Nishimya, di capirla e anche lo spettatore di ritrova a soffrire per questo. I due finiranno per lottare insieme contro i propri demoni.

«La forma della voce», per vivere bisogna saper ascoltare

Il film è volutamente patetico nel senso etimologico del termine, è ricco di pathos, cosa che genera un ritmo tutto sommato “lento” tale da non farlo preferire da molti. Certo, rispetto ad altri film di genere anime è meno presente l’elemento del realismo magico, per far spazio ad un’emotività che ti prende e ti avvolge fino a distruggerti dentro. Sicuramente non è per tutti, non si è più gli stessi dopo aver guardato La forma della voce, si mette in dubbio il modo in cui ci si rapporta con gli altri, si riflette su quanto e come si è provata empatia e su quanto questa sia importante. Con un forte realismo ricostruisce l’esperienza del bullismo, che attorno a sé crea sempre e solo dolore.

Esso è dipinto da un quadro dai magnifici colori, in cui il vento soffia sempre attorno ai personaggi e quelle x sui volti persistono a mostrarci come ci si sente a non sentirsi più umani. Vengono messe a nudo le fragilità di questa condizione: l’alienazione di chi sa di aver fatto del male, colui che per la sua stessa incapacità di porsi di fronte all’altro ne ha paura, lo rifugge e lo ferisce. Il dramma del silenzio, dell’impossibilità di ascoltare e di essere ascoltati che pure riecheggia nei tentativi di parlare di Nishimya.

La forma della voce

Con una crescita difficile e sofferta, Ishida e Nishimya riusciranno a comprendersi. Tutto questo si disgrega in scene semplici e strazianti, ma anche con un messaggio finale decisamente positivo, che ci insegna come per essere davvero umani occorra innanzitutto il coraggio di ascoltare. La possibilità di redenzione che fino alla fine cerca il protagonista consiste nella volontà di imparare a comprendere e nella capacità di ascoltare, che farà sì che non sia più solo. Poiché alla fine di tutto, il vero sordo era semplicemente lui.

Da domani, guarderò tutti dritto negli occhi. Da domani, ascolterò attentamente tutte le voci.

– Ishida


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