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La Stranezza: svolta pirandelliana per Servillo, Ficarra e Picone

5 minuti di lettura

Roberto Andò non ha mai dimenticato la sua Sicilia, l’ha sempre portata con sé sia quando l’ha resa protagonista delle sue opere sia quando ha voluto posare lo sguardo altrove. L’ha mostrata attraverso gli ultimi anni di Giuseppe Tomasi da Lampedusa nel suo vero esordio cinematografico Il manoscritto del Principe, è tornato a sfiorarla dopo quattro film in Una storia senza nome e dopo più di vent’anni torna con La Stranezza nella sua terra per renderla di nuovo protagonista attraverso un altro artista che ha reso la Sicilia una delle terre letterarie più prestigiose al mondo: Luigi Pirandello.

La Stranezza, presentato alla diciassettesima Festa del Cinema di Roma e nelle sale italiane dal 27 ottobre, non è altro che una funzionale unione tra realtà e finzione che traccia la genesi di una delle opere teatrali che ha distrutto e ricostruito i concetti e gli stilemi del teatro italiano e mondiale. La Stranezza unisce la serietà interpretativo di Toni Servillo alla tragicommedia di Ficarra e Picone creando un connubio interessante che unisce anche cinema e teatro per riflettere sul tema dell’ispirazione e il rapporto complesso tra l’artista e le sue opere.

Un incontro che cambierà tutto

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La stranezza inizia da qualcosa di concreto: Luigi Pirandello nel 1920 fa ritorno nella sua terra natale per essere presente agli ottanta anni di Giovanni Verga, maestro e padre del realismo siciliano. Da qui in poi Roberto Andò gioca con la realtà e la plasma a suo piacimento, Pirandello è costretto a fermarsi nella sua dimora per organizzare e assistere al funerale della sua balia d’infanzia e così fa la conoscenza di due becchini, Onofrio e Sebastiano, che nel tempo libero si dilettano a scrivere e mettere in scena opere teatrali insieme ai compaesani.

Un incontro che si rileverà fondamentale perché la crisi creativa dello scrittore siciliano verrà riempita dal moto confusionario ma estroso di una compagnia scapestrata e caotica, il turbamento e la stranezza che tormenta Pirandello si confronterà con un teatro popolare capace di unire perfettamente il dramma alla commedia. Una crisi di ispirazione che si trasformerà in un’opera che tratta proprio la crisi e il rapporto che l’autore – e di conseguenza i suoi personaggi – hanno con essa, una stranezza che diventerà Sei personaggi in cerca d’autore, il suo crocevia artistico che prima verrà odiata e poi lodata come una delle opere più rivoluzionarie e influenti della storia della letteratura italiana. 

La Stranezza funziona, ma non fino in fondo

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La Stranezza unisce perfettamente la risata alla morte, la commedia al dramma della crisi identitaria. Una dicotomia che funziona soprattutto per il contrasto che si crea tra il personaggio di Pirandello e quello dei due teatranti becchini. Da un lato un uomo che si porta dietro i suoi turbamenti insieme a quello dei suoi personaggi a cui non riesce più a trovare una dimensione, un luogo per esprimersi e diventare qualcosa di reale, dall’altro l’ottimo lavoro di Ficarra e Picone nell’andare oltre le loro maschere comiche e trasformarsi in qualcosa che riesce a rompere le barriere concettuali del personaggio. 

La Stranezza ha il grande pregio di trasportare lo spettatore nel mondo del teatro e di mostrare il suo scioccante cambiamento quando è entrato in contatto con le prospettive relativiste e postmoderne di Pirandello che hanno cambiato radicalmente il modo di rapportarsi con l’arte e Roberto Andò per risaltare questo costruisce proprio un film metanarrativo che attraverso l’occhio del cinema mostra l’evoluzione sconvolgente del teatro. 

La Stranezza ha però anche il grande difetto di non riuscire mai a entrare in profondità nella questione e di sviscerarla in una maniera più funzionale e interessante, resta per troppo tempo sulla superficie del discorso e solo alla fine riesce a restituire qualcosa di veramente profondo. È però un film che nel suo complesso funziona e riesce ad alternare bene momenti di ilarità a spunti drammatici dove la ricerca dell’ispirazione e del proprio io sono il cardine della riflessione cinematogafica.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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