«La Tigre Bianca», su Netflix il film da vedere per capire l’India

Dal 13 gennaio su Netflix La Tigre Bianca, il nuovo film bollywoodiano di Ramin Bahrani tratto dall’omonimo romanzo di Aravind Adiga, che tratta del delicato tema della povertà in India. Abbiamo già potuto vedere in passato altri film che narravano della questione (vedesi The Millionaire del 2008 di Danny Boyle), ma questa pellicola è maggiormente incentrata sull’autodeterminazione dell’individuo, che nei paesi in via di sviluppo si vede costretto a ricorrere a metodi poco ortodossi se vuole sfondare in società partendo da una classe sociale povera.

«La Tigre Bianca», nell’ingiustizia di una società

La tigre bianca

Balram (Adarsh Gourav), il giovane protagonista, è un anti-eroe che sa bene dove vuole arrivare, e sa che per farlo dovrà giocare sleale. Da piccolo era un genio a scuola, una tigre bianca, quell’uno su un milione. È stato costretto a rinunciare agli studi per aiutare economicamente il padre e in età adulta ha fatto in modo di essere assunto come autista di una facoltosa famiglia, in modo da potersi silenziosamente avvicinare ad una classe più agiata.

Guardando il film, possiamo vedere come il giovane prenda progressivamente coscienza dell’ipocrisia e dell’ingiustizia sottostante alla società indiana, secondo cui chi nasce povero è destinato a rimanere nel proprio fango, mentre il ricco è attorniato dal lusso estremo.

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Tutta l’ascesa al potere del personaggio è interamente narrata a posteriori dallo stesso Halwai, ora diventato un ricco imprenditore, che descrive i modi beceri in cui è riuscito a farsi strada in un paese non meritocratico.

Il «sogno indiano»

la tigre bianca

Al confronto con questo film, Elegia Americana, recente lungometraggio Netflix di Ron Howard che ruota attorno all’irraggiungibilità del “sogno americano”, sembra quasi uno scherno.

A ben vedere, la coppia dei padroni di Balram è appena tornata dagli Stati Uniti, patria d’origine della figlia femmina Pinky (Priyanka Chopra) e meta ambiziosa per il maschio Ashok (Rajkummar Rao). Non a caso quest’ultimo deciderà poi di rimanere in India, probabilmente per timore di andare incontro a quello che si mostra come uno stato troppo libero, dove il successo (o l’insuccesso) è determinato dall’individuo in prima persona e non dalle sue origini.

Questa opposizione tra i paesi in via di sviluppo e la grande potenza mondiale è sottolineata anche all’inizio del film dallo stesso protagonista:

(…) Sarà d’accordo con me che l’America è il passato, ormai. L’India e la Cina sono il futuro.

-Balram

Ottime regia e fotografia, sceneggiatura forse un po’ prolissa nella narrazione, ma buona. Il tutto condito con un forte tono umoristico e polemico che punta a far riflettere sulla dinamica servo-padrone e su come questa sia fortemente debilitante ai fini dell’autodeterminazione individuale.

La tigre bianca

Un buon film, che mette da parte quei tipici colori e musiche bollywoodiani, per spogliarsi di ogni ipocrisia e raccontare uno spaccato della società indiana in un tono inedito e sfrontato.


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Anna Secchi