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«La voce umana», Pedro Almodóvar e Tilda Swinton illuminano Venezia77

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La voce umana è uno degli atti unici più amati del ‘900. Ma il testo di Cocteau non è facile. Anzi, da anni sfida le attrici che ne tentano un’interpretazione. La semplicità della storia – una donna attende invano il ritorno dell’amato – e la densità delle emozioni costituiscono un tranello forse irrisolvibile. Si parla di desiderio, ossessione, dolore e amore. Temi assoluti in parole preziose. I tentativi di riportarle sul grande schermo hanno nomi d’eccezione. Ingrid Bergman con Ted Kotcheff. Anna Magnani con Roberto Rossellini. Sophia Loren con Edoardo Ponti. Persino Madonna, nel videoclip di I want you, ha percorso Cocteau. Ultimi, Tilda Swinton e Pedro Almodóvar. Non risolutivi ma superbi.

Durante la seconda giornata dell’eccezionale Festival di Venezia 2020 hanno attraversato il Red Carpet con la disinvoltura che si addice a due Leoni d’oro alla carriera. Ma non hanno presentato un film: l’hanno vestito. Perché La Voce umana rivelata al Lido cuce a sé attrice e regista. Riassume la Swinton e cita, oltre i limiti concessi dell’autoreferenzialità, Almodóvar. Il risultato è perfetto.

La storia è sempre quella. A cambiare, ancora, è l’interprete e i suoi spazi. Minacciata dall’iconografia invadente di Almodóvar, Tilda Swinton riesce a spiccare anche sul kitsch che la circonda. Persino le poltrone leopardate, i quadri degli stili più lontani e i pastelli che infiammano i vestiti faticano a rubare l’attenzione all’attrice. Inseguita dal cane vaga per una casa svuotata di senso. Ma piena di oggetti. L’accumulo racconta il dispiegarsi del dolore della donna abbandonata. Prima di ricevere la telefonata che domina il cortometraggio, lei sparge sul tavolo dei dvd e sfoglia dei libri. Vediamo Kill Bill, Il filo nascosto, Jackie. Storie di vendetta, di coppie, di individui.

Tutto in questa casa parla, perché finta. Un set che Almodóvar svela alzando la cinepresa ad altezza soffitto. Scopriamo di non essere nell’attico cui la donna fa riferimento, bensì in uno Studio. Ma come a teatro, solo il pubblico conosce il vuoto sotto il palco. La donna non lo sa e attraversa pareti grigie come fossero parte del suo sgargiante appartamento. L’approccio teatrale, esagerato, è il primo a cui Almodóvar chiede aiuto in questa trasposizione. Più si osserva, più perde di stupore il fatto che il testo di Cocteau abbia ispirato al regista Donne sull’orlo di una crisi di Nervi.

Nella prima scena osserviamo la donna comprare un’ascia. Non la sceglie, ne afferra una come un’altra. Giunta a casa si scaglia contro uno dei vestiti dell’amante. In sua assenza può solo uccidere una forma. Compiuto il gesto si abbandona a 13 pillole di diversi medicinali. “Il mio numero fortunato”, dirà poi. Ma morire per mano della fortuna non le riesce. Si sveglia e inizia la telefonata. È lui. Proprio come prevede Cocteau. Almodóvar fa però degli aggiustamenti. La scatolina in cui custodisce le lettere dell’amato, gialla per Ingrid Bergman, diventa qui una Chanel. Il cane, abbandonato quanto la donna, è un pastore australiano. Razza nota per la varietà di macchie colorate e l’eterocromia agli occhi. Una ricchezza di elementi che coincidono con la recitazione della Swinton. Perché quando inizia a parlare, l’attrice non seziona le emozioni. Le fa convivere in singole smorfie. Un angolo della bocca sorride, uno zigomo piange, la voce si angoscia.

Pedro Almodóvar compie un solo vero sforzo sul testo:sostituisce il telefono a fili con un paio di airpods. Il risultato è rivoluzionario. Tilda Swinton può muoversi senza impedimenti. Molti adattamenti di Cocteau costruiscono un segno nei nodi avvolti attorno la cornetta. Ingrid Bergman ci inciampava, la Magnani ci si aggrappava. La Swinton, invece, vaga. Una libertà apparente, guidata da un filo invisibile. Perché se con gli airpods si allontana, il telefono perde il segnale. Ci voleva la tecnologia per mettere in scena l’elemento sintesi di un personaggio travolto dal desiderio di qualcosa che non c’è, ma lega.

La voce dell’uomo con cui la donna parla ci è però negata. Rossellini ce ne aveva concesso almeno un’eco lontana. A tornare invece è proprio la voce della Swinton, fatta rimbombare con un effetto distorsivo che inciampa le frasi in loro stesse. Il botta risposta costruito di parole-silenzi non basta quindi a farci credere che dall’altra parte ci sia qualcuno. Ci fidiamo di lei, che però vive in un set. Nonostante l’inevitabile straniamento, non si può parlare di fantasma: Tilda Swinton interpreta una donna che muove passi precisi, fende l’aria e mira scoccando con puntualità sconcertante ogni emozione. Perché per Almodóvar il desiderio non uccide, infiamma. Fino alle devastanti conseguenze che chiudono quest’esemplare tentativo di ricostruire Cocteau.


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Alessandro Cavaggioni

Studente DAMS classe 1998. Innamorato del Cinema, di Bologna e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Teorie e Filosofie del Cinema come sogno di carriera, Critico come speranza di una vita. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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