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Lamb

Lamb: l’agnello di Dio che (non) toglie i peccati dal mondo

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8 minuti di lettura

Abbiamo ancora bisogno del cinema religioso? Quello alla Ingmar Bergman si intende, dove la religiosità non è una filosofia o un opzione di vita, bensì un concetto che fa da sfondo, un contesto di base che ci permette di vivere, spiegandola, la nostra realtà. Lamb di Valdimar Jóhannsson, oltre che a guardare nostalgicamente all’estetica scandinava di Bergman, dimostra che il cinema non è uno sguardo sul mondo, ma è il creatore di una finestra su quel mondo.

Perché Lamb è così atteso?

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Una non più giovane coppia di fattori, Marja (Noomi Rapace) e Ingvar (Hilmir Snær Guðnason), abita nella sperduta e glaciale campagna islandese; sono sposati ma senza figli, dannati da qualche drammatica circostanza che gli impedisce di averne. Un giorno, nella stalla delle pecore, trovano un neonato che iniziano ad allevare subito come se fosse il figlio prediletto, ritrovando così una forma di felicità e quello che hanno sempre voluto. O così sembra.

Prodotto e distribuito da A24, Lamb ha il coraggio di mostrare e spaziare nella narrazione, tant’è che ha guadagnato una salda posizione sul piedistallo delle novità mondiali. Il merito è anche del suo regista, Valdimar Jóhannsson, alla sua opera prima in assoluto ma già inserito nell’ambiente cinematografico ormai da molti anni come effettista ed elettrico.

E infatti, non a caso, il film vede come protagonista un’attrice del calibro di Noomi Rapace, una co-sceneggiatura con Sjon e l’approvazione esecutiva di niente poco di meno che Béla Tarr, il quale aiuta a spargere la voce in tutto il mondo dell’esistenza di Lamb, un film islandese che fa della religione una sconsacrazione quasi obbligata.

È proprio l’unione di questi fattori che rendono Lamb un film attesissimo, e che potete trovare al cinema dal 31 marzo.

Lamb: tra ambientalismo e nuovo testamento

Lamb è, infatti, ricco di riferimenti espliciti al cristianesimo, partendo dalla stessa protagonista e dal suo nome che evoca la Vergine Maria, continuando anche con la figura del bambino: un ibrido tra un agnello e un umano, uno scherzo della natura agli occhi dello spettatore ma non a quelli della coppia, satura di egoismo, accecata dall’orgoglio e povertà di coscienza.

Ed è proprio su Lamb che aleggia un certo ambientalismo: la parabola dell’essere umano che usurpa la natura appropriandosene senza un’apparente diritto prevale su tutto, diventando il significato più profondo della pellicola. Lamb però trascende il didascalismo, lascia da parte ogni sorta di lezioncina morale, e si concentra piuttosto sul concepire un remake mitico vero e proprio.

In principio c’era Dio, tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste; l’uomo, sembra aggiungere Jóhannsson, pretende di essere Dio, pecca di egocentrismo e finge di interferire nel suo nome. Marja e Ingvar, corrotti, nevrotici, imperfetti, rubano il figlio di Dio a discapito del normale corso universale: questo perché è l’essere umano, in primis, che si pone come ostacolo tra il creatore e la natura, gonfiandosi di arroganza e autoproclamandosi detentore della legge.

Lamb non è un semplice film horror

Lamb

Ma ciò non basta a rendere Lamb un grande film.

È tuttalpiù la completezza del racconto che lo rende non solo un film horror, ma anche un ottimo fantasy dai caratteri mitologicamente cupi. La trama affonda a piene mani nella cultura islandese, o nordica in generale – è difficile garantire un metro di misura preciso per chi abita dall’altra parte d’Europa – con il risultato di un world building saldo alla sua storia: la sospensione dell’incredulità non è nemmeno richiesta, a permetterci di entrare nella parte c’è un’ambiente precostituito che non è ben definito ed è già straniante in partenza.

Jóhannsson cita Hitchcock, la casa di Psycho, le creature misteriose de Gli Uccelli e conosce a fondo anche la regia del maestro inglese, per questo sa come girare intorno al figlio mezzo uomo e mezzo agnello senza mostrarne, almeno fin da subito, una presenza concreta. Jóhannsson preferisce lasciarlo nell’ombra e riprendere la scenografia della casa, si sofferma poco sul protagonista che lo spettatore però freme nel vedere.

L’elefante nella stanza (o meglio, l’agnello) ricorda l’Elephant Man di David Lynch: non viene quasi mai preso in causa e viene svelato in momenti precisi, il mostro è una figura attorno a cui ruota tutta la storia, ma su cui ai registi piace lasciarci sulle spine. Lamb è infatti un taboo, sverginato e (s)vestito brutalmente dai genitori che se ne appropriano ingiustamente e, pensando di uniformare il bambino a loro modo, gli inculcano la loro l’ideologia. Ma il bambino rimane pur sempre un taboo per Jóhannsson, e per lo stesso spettatore che è costretto ad assistere al dramma di una famiglia incosciente.   

Un regista da seguire: Jóhannsson

Thriller, horror, fantasy, forniscono una ricetta perfetta per un Lamb che osa: non dà molto spazio all’interpretazione dello spettatore ma aspetta saggiamente di vedere invece la sua reazione. Valdimar Jóhannsson, alla sua prima esperienza da regista, non è perfetto; come tutte le prime opere, d’altronde. Sarà il tempo a consacrare l’autore, sarà Jóhannsson stesso a trarre insegnamento da Lamb. E al pubblico rimane pur sempre in mano un film nascosto, grottesco e consapevole del messaggio che vuole veicolare: può piacere, non piacere, ma inevitabilmente fa discutere. E, da quando fu creato, il cinema non serve forse anche a questo?

In copertina: Artwork by Alessandro Cavaggioni
© Riproduzione riservata


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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