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L’Appuntamento, è proprio vero che solo il tempo può rimarginare le ferite?

Il nuovo film tragicomico della regista macedone Teona Strugar Mitevska

8 minuti di lettura

Un evento traumatico, collettivo o individuale che sia, spaventa chiunque soprattutto per le conseguenze della sua portata. Il cantautore Nick Cave, nel documentario One More Time with Feeling diretto da Andrew Dominik, definisce la tragica perdita di suo figlio, prematuramente scomparso nel 2015 a causa di una caduta fatale, come una sorta di molla rimbalzante:

“non importa quanto tu vada avanti, l’evento traumatico è come un elastico: ti sembra sempre di allontanarti, andare avanti nella vita, ma inevitabilmente verrai fiondato indietro a quel fatidico giorno.”

Tutto cambia, ma niente passa veramente. The Happiest Man in the World, titolo originale de L’appuntamento, annunciato a Venezia79 e in uscita nelle sale il 6 aprile grazie a Teodora, mette le sue radici proprio nel contesto elastico e imprevedibile del trauma collettivo della Guerra Jugoslava. Un massacro preannunciato che mise a ferro e fuoco i Balcani negli anni ’90: d’altra parte, proprio quella polveriera culturale non fu qualcosa di facilmente sostenibile (come in fondo non lo è nemmeno la questione ucraina).

Il dramma jugoslavo sfociò in una guerra nel cuore dell’Europa, e da lì la sfida da affrontare sta tutta nell’accettare la realtà dei fatti, ben diversa da quella che ci volevamo immaginare; soprattutto dopo che ci eravamo stretti la mano lasciando cadere le armi a terra.

L’appuntamento al buio e il passato che fu

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Ma forse è per questo che dal fitto programma proposto come ogni anno dal Festival di Venezia, L’appuntamento risulta un unicum nella Selezione Ufficiale. Si tratta del nuovo film della tanto acclamata regista macedone Teona Strugar Mitevska, di nuovo dietro la cinepresa dopo il successo di Dio è donna e si chiama Petrunya.

La trama è semplice quanto tragic(omic)a: Asja (Jelena Kordić Kuret) è una donna single sulla quarantina che decide di partecipare a un gruppo di speed dating, in cui incontra Zoran (Adnan Omerović), anche lui poco meno che quarantenne, con un passato burrascoso alle spalle e un futuro altrettanto incerto. Nel luogo in cui tutto doveva ricominciare daccapo, lasciandosi alle spalle il passato, un dramma mai sepolto viene a galla, distruggendo ogni possibilità di riconciliazione.

L’appuntamento al buio, dunque, raccoglie ciò che semina; attraverso la nobile, quanto naturale, causa dell’amore libero e democratico, giunge al presente prossimo, mette le basi per l’autodistruzione del popolo stesso. In sé, sebbene le cicatrici nella Sarajevo riprese nel prologo si intravedano ancora sui muri delle case, la guerra de L’appuntamento sembra dopotutto una realtà lontana e ormai oggetto di una memorialistica a tratti posticcia. Tuttavia, è proprio quel vedo-non-vedo che destabilizza un ambiente in equilibrio precario: Asja, Zoran, e tutto il gruppo dell’appuntamento al buio rischiano continuamente di cadere nello stesso identico precipizio di trent’anni prima; è questione di attimi, forse anche secondi, per risprofondare in quelle solite premesse belliche, che macchinosamente avevano deciso di lasciarsi alle spalle.

Quando la guerra diventa materia astratta

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Il modo di concepire la guerra varia, però, passando da elemento concreto a materia astratta. È infatti, talmente lontana da non costituire più un pericolo per i protagonisti, ma abbastanza vicina per essere la miccia di qualcosa che è ancora inesploso. La guerra è sulla bocca di tutti, rappresenta un argomento rimasto bloccato nel pantano caotico del fallimentare melting pot balcanico. Questo è evidente nelle cicatrici, fisiche o mentali che siano, mostrate ne L’appuntamento come spazio interdimensionale tra un’epoca e un’altra. Con le cicatrici, il passare del tempo, scandito da un paesaggio cittadino che cambia, si ferma all’improvviso e torna, anzi, precisamente indietro al momento iniziatico, facendo da contatto tra l’attualità e il passato.

Il tempo, si dice, cura le ferite. Non a Sarajevo, non secondo la Mitevska, che al contrario basa una storia sui tagli profondi che insistono a non rimarginarsi, demarcano confini stretti e rialzati, e che prima o poi riesplodono di nuovo in un mare di sangue. È in quel momento che ci si sente svuotati e persi. In un mondo che non ha senso. L’appuntamento è il pretesto per rincontrarsi: un modo che ha la naturalezza umana per stabilire patti sociali duraturi rotti però dalla stupidità, disintegrati dalla strafottenza tipica del Secolo Breve.

L’appuntamento, due generazioni, due mondi contrapposti

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Una presa di posizione arriva. Anzi due. Innanzitutto, la voce della verità sollevata da un qualsiasi partecipante dello speed dating (e non dai protagonisti). L’ambiente si riempie di angoscia, senza neanche renderci conto la Mitevska ci fa scivolare pian piano in un dibattito che si trasforma immediatamente in attacchi frontali da entrambi i fronti. La voce della verità arriva proprio nel momento giusto, nello spazio adatto a spezzare l’odio nascente e reciproco che stava fuoriuscendo a dirotto come un torrente in piena.

L’uomo urla disperato come non aveva mai fatto da trent’anni a quella parte; si dimena in uno sfogo come se si fosse trattenuto troppo a lungo, dalle sue parole si percepiscono tutte le paure che prova: è il lamento di una generazione affranta, consapevole che niente è finito per davvero: un elastico pronto a rimbalzarli tutti indietro nel tempo.

La seconda presa di posizione arriva dal ballo innocente animato da una festa che casualmente si celebra nello stesso palazzo dell’appuntamento. È il simbolo di un ottimismo “goliardico” – come ci piace definirlo qui in patria – di quelli, le nuove generazioni essenzialmente, i quali la guerra non l’hanno mai vissuta, ma solo studiata in noiose giornate di scuola. Anche questa è strafottenza, ma è qualcosa di diverso. È l’incipit di un’epoca nuova, la primavera ritrovata nella spensieratezza collettiva di una reazione energica e opposta alla concretezza noiosa, sincopata, ripetitiva, distruttrice, del ventunesimo secolo. Un mondo in cui, però, la Mitevska sa, con tutta la sua generazione, di non poter essere ammessa.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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