Lars von Trier e la trilogia della depressione

Lars von Trier non è definibile semplicemente come regista, è più un fenomeno artistico e di massa. Nel tempo innumerevoli aggettivi sono stati accostati al suo nome: estremo, provocatore, misogino, sadico, politicamente scorretto. È  un autore che si diverte e scherzare col pubblico o, per meglio dire, a prenderlo in giro. Meglio ancora, è uno di quei registi che si diverte a giocare col cinema, sovvertirne ogni regola, assicurandosi un impatto sconvolgente e provocatorio su critica e pubblico. A Lars von Trier piace far parlare di sé, gli piace ottenere l’approvazione della critica scatenando sempre molte chiacchiere attorno a lui e ai suoi film. Li realizza apposta per scioccare. Sicuramente non sono film facili, affrontano argomenti forti e drammatici ascrivibili alla sfera del tragico. Non sono storie dal lieto fine, pongono lo spettatore davanti ai più intimi e sordidi sentimenti con cui, di solito, non vuole fare i conti. L’intento è di infondere le sensazioni di malessere e sofferenza provate dai personaggi.

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È  il suo cinema, costituito da tematiche scomode, sentimenti negativi, rappresentazioni provocatorie. Ma Lars von Trier va oltre al semplice atto di mettere in scena ciò che è sgradevole e porta sofferenza, l’operazione che compie è in qualche modo quella di sublimare il dolore intrinseco nelle storie narrate attraverso un aspetto formale fortemente estetizzante. Riversa nei film che realizza la sua vasta cultura visiva, ripescando nel cinema passato, nella pittura, nella videoarte, nel teatro. È quindi un cinema postmoderno in cui convergono differenti linguaggi e stili. È un’estetica fortemente ancorata al reale per l’uso quasi costante di camera a mano e altri elementi che rimandano allo stile documentaristico, a cui, però, vengono aggiunti artifici stilistici. A Lars von Trier piace mostrare al suo pubblico quanto è bravo, ed è da riconoscere che lo è, al di la dei gusti personali e delle simpatie.

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Lars von Trier nei suoi film mostra il suo lato più intimo, i suoi disturbi e le sue paure, per questo sono estremamente personali. Nella cosiddetta trilogia della depressione ha voluto raccontare ciò che di più doloroso provava. La depressione come malattia e come male di vivere viene scandagliata in tre opere che possiamo considerare un viaggio nella mente del loro autore.

Trilogia della depressione

Si è detto come Lars von Trier sia un registra a cui piace giocare con il cinema rompendone le regole interne. Da sempre si cimenta col cinema di genere, ne prende alcune caratteristiche per approdare ad altro. La sua ricerca è altrove e il suo interesse è sovvertire le regole e mostrare quanto sia abile nel farlo. Per questa trilogia realizza un horror, un film di fantascienza, un porno che in realtà sono tutt’altro. Sono metafore, servono al regista per parlare di sé e della sua depressione.

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Si diverte, inoltre, ad affollare i suoi film di rimandi, citazioni, simbolismi, riferimenti a tante, forse troppe, cose. Dalla tragedia al mito, dalla musica classica al patriarcato, dal ruolo della donna alla malattia, crea una messa in scena simbolica che induce alla ricerca di significati sempre più stratificati. Ma, in fondo, l’unico argomento di cui parla è la depressione, il resto è decorazione, è costruzione cinematografica.

Lars von Trier trilogia della depressione

Questi film sono racconti epici di donne instabili che scoprono di possedere un’enorme forza interna. I ritratti femminili portati in scena sono l’alter ego del regista, ognuno si caratterizza per un lato specifico della malattia e una parte differente del suo carattere. Sono donne che rifiutano il ruolo imposto loro dalla società adottando comportamenti considerati inadeguati come l’infedeltà, il rifiuto della maternità, il vivere il sesso nella sua libertà. La depressione porta a galla la vera natura di queste donne, i loro istinti primordiali. Assistiamo, però, all’accettazione di questa natura.

Le loro sono esistenze destinate a restare e finire nel dolore, non c’è rimedio alla depressione, ma possibilità di pacificazione con la malattia e con il proprio essere. Ogni storia si conclude così con un lieto fine tragico, perché segnato dal dolore e dalla sofferenza.

Il dolore di «Antichrist»

Lars von Trier trilogia della depressione

Il viaggio d’esplorazione del disturbo vontreiano inizia nel più cupo e disturbante dei modi. In Antichrist Lars von Trier porta in scena un dolore straziante che per lungo tempo rimane senza voce, ma che d’improvviso si trasforma in rabbia, furia ceca, desiderio di autodistruzione e annientamento. Antichrist è la storia di un uomo (Willem Dafoe) e una donna (Charlotte Gainsbourg) che devono affrontare la morte del figlio, caduto dalla finestra mentre avevano un rapporto sessuale. Assistiamo alla discesa negli inferi della donna, moglie e madre, che si colpevolizza per la morte del figlio, ricordando, o forse immaginando, il momento in cui ha deciso di ignorarlo permettendo il suicidio. Dolore, disperazione e pazzia si mischiano in lei. Nella sua mente i pensieri distorti indotti dalla depressione e dal senso di colpa per la morte del figlio si mischiano con le suggestioni di una tesi sulle persecuzioni contro le donne che stava preparando. Il suo inconscio riconosce il comportamento scorretto che ha avuto con il bambino, probabilmente indesiderato, a cui ha dovuto rivolgere le sue complete attenzioni vista la scarsa presenza del marito. Accetta il proprio ruolo di madre cattiva, ma si scontra con il pensiero socialmente diffuso che disapprova le mancanza materne, il desiderio sessuale, l’irresponsabilità. È come se accettasse il ruolo che da anni il patriarcato ha conferito alla donna, quello di strega e di pazza. La depressione porta all’autodistruzione. Si assiste alla follia più inquietante e alla violenza più sconcertante. Il caos regna.

Lars von Trier trilogia della depressione

Anche la degenerazione può essere, però, rappresentata in maniera sublime, con una fotografia sempre attenta, che alterna immagini eleganti a immagini più sporche. Degno di nota è sicuramente il prologo, realizzato in slow motion e in bianco e nero. Lascia ch’io pianga di Hendel infonde tragicità al momento, unica nota di dolore in un momento che altrimenti non mostrerebbe alcuna empatia. Viene rappresentato l’antefatto della storia e introdotti elementi simbolici e rimandi che conferiscono al film ulteriori livelli d’interpretazione. Si differenzia fortemente dal resto della pellicola in cui si passa a un cinema più realistico. Moltissimi i primi piani stretti, claustrofobici, la macchina a mano costante. Il puro realismo è, però, alternato a scene quasi oniriche, surreali. L’estetica ricercata non priva lo spettatore di un senso di malessere e frustrazione.

La condanna di «Melancholia»

Lars von Trier trilogia della depressione

Con il secondo capitolo Lars von Trier passa, dalla violenza e automutilazione di Antichrist, a una depressione che annienta e impossibilita in maniera totale. Non c’è rimedio al dolore e al male di vivere, l’unica libertà possibile è la morte. Ma la morte del singolo non è sufficiente, la depressione è una malattia talmente invasiva da essere condanna dell’intera umanità, la distruzione della terra è l’unico modo per uscire dallo stato di sofferenza globale. Melancholia è la fantascienza secondo Lars von Trier, una fantascienza ancorata in modo estremo al reale, in cui l’apocalisse aleggia per tutto il film più come una minaccia allo stato d’animo dei protagonisti che come disastro universale. Racconta la depressione di Justine (Kirsten Dunst), novella sposa e il rapporto complicato e complementare con la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg). Come sfondo il pianeta Melancholia è pericolosamente vicino alla Terra e si teme una catastrofe. La depressione riaffiora in Justine durante il suo matrimonio, scatenata dalla falsità e dall’ipocrisia che la circondano. In un crescendo di sofferenza, frustrazione e rabbia Justine attua la distruzione di tutta l’inutile costruzione attorno a sé, si licenzia e si separa del marito. Completamente devastata dalla depressione, si trasferisce dalla sorella che l’accudirà.

Se in Antichrist il dolore è totalmente interno, qui scaturisce da dinamiche sociali che alienano e distruggono il singolo. La donna è vittima di ruoli sociali imposti in cui però non si riconosce, quello di moglie e quello lavorativo. Ripudiando il suo status riconosce che nulla ha importanza, la malattia annienta ogni cosa. Ma è la minaccia di collisione dei due pianeti che risveglia qualcosa in Justine. Come dice lei stessa, Melancholia è il suo pianeta e la consapevolezza della futilità e inesorabilità dell’esistenza le ridona vitalità. Per chi è condannato a un dolore eterno la fine di tutto è solo una liberazione. I ruoli delle due sorelle si ribaltano: era Claire a prendersi cura di Justine, ma ora, di fronte alla catastrofe, perderà la sua sicurezza e il suo raziocinio, in preda al panico non potrà che affidarsi alla sorella che inesorabile condanna la vita come maligna e si mostrerà unica detentrice della verità.

Lars von Trier trilogia della depressione

Lars von Trier si dimostra per l’ennesima volta un maestro nel costruire impianti scenografici pregevoli che contrastano fortemente con il dolore e la disperazione raccontate. In Melancholia è ancora più evidente che inAntichrist, i luoghi, la fotografia, l’atmosfera tutto è affascinante, etereo, labile. L’apparenza realistica del film è resa straniante da inquadrature impossibili, oniriche e dalla colorazione generale tendente al blu che conferisce all’intera pellicola un senso di tristezza.

Lars von Trier trilogia della depressione

Anche qui è da segnalare il prologo, vera e propria opera d’arte audiovisiva. Le varie scene, flash forward di ciò che avverrà al momento dell’impatto tra i due pianeti, sono dei veri e propri quadri viventi, ricostruzioni di opere pittoriche (citate più avanti in una scena dal sapore metacinematografico). La fotografia è maestosa e l’insieme generale sicuramente surreale. La colonna sonora scelta da Lars von Trier per la fine del mondo è il preludio a Tristano e Isotta di Wagner. Melancholia è una dolorosa rassegnazione alla morte come unica via per la liberazione da una vita troppo cattiva da poter vivere.

La cattiveria di «Nymphomaniac»

Lars von Trier trilogia della depressione

Il capitolo conclusivo della trilogia non affronta la depressione direttamente, ma parla della solitudine e dell’impossibilità alla felicità. La protagonista, Joe (Charlotte Gainsbourg), viene trovata priva di sensi in un vicolo da un uomo, Seligman (Stellan Skarsgård), che l’aiuta e la porta a casa con sè. La donna si definisce pessimo soggetto e racconta la storia della sua vita da ninfomane per convincere il suo ascoltatore. Quello presentato è, però, un racconto a due voci, in cui Seligman apporta digressioni di vario genere e osservazioni di carattere morale cercando di assolvere la donna e trovare una giustificazione al suo comportamento. Joe è fortemente convinta dell’opinione che ha di sé e racconta la sua storia in maniera oggettiva, senza aggiungere alcun commento non ritenendolo necessario per convincere il suo ascoltatore. Lo spettatore è incarnato da Seligman, uomo che si autodefinisce asessuale, spettatore ideale perché non compromesso. Il pubblico è portato a ritenere Joe la persona peggiore tra i due, ma Lars von Trier inverte la rotta e nel finale ci mostra Seligman che tenta a tutti gli effetti di abusare della donna. È il regista il vero assolutore della protagonista, non è lei a essere un pessimo soggetto, è l’umanità intera ad avere una natura cattiva e malvagia.

Lars von Trier trilogia della depressione

Continua il discorso iniziato nei primi due film: gli istinti primordiali di ogni uomo sfuggiranno anche al più severo controllo e manifesteranno tutta la loro carica negativa e distruttrice. La ninfomania non è il problema, l’umanità è il problema.

Joe, infatti, ha accettato la sua condizione e ne va fiera, riconosce soltanto come sia pregiudicante per una vita intesa come normale. L’appagamento sessuale viene prima di ogni cosa, prima dell’amore e prima di un figlio e condanna inevitabilmente la protagonista alla solitudine e all’alienazione sociale ed emozionale. Joè è una donna destinata a morire sola e infelice perché non potrà mai essere soddisfatta da una vita di negazione.

Nymphomaniac è il film esteticamente più realistico in cui sono assenti virtuosismi estremi. Il luogo principale in cui si svolge l’azione è la camera da letto di Seligman che rimanda a uno spazio teatrale per come è trattato e mostrato dalla macchina da presa. Lars von Trier fa soprattutto ricorso a filmati storici, sovrapposizioni, split screen, accostamento di quadri o immagini extra.

Lars von Trier trilogia della depressione

Concludendo possiamo dire come ognuno di questi tre film sia un’opera d’arte audiovisiva che ha lo scopo di raccontarci quanto possa essere depravata e violenta la natura umana. Lars von Trier mette in scena una grande rappresentazione della depressione contemporanea scandagliando la sua mente e affrontando le sue paure. Guardare questi film non è un’operazione facile, ma merita di essere fatta perché, nonostante Lars von Trier si diverta a provocare e scandalizzare, rimane un grande cineasta unico nella sua tragicità.


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Chiara Cazzaniga

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