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Lei mi parla ancora: Renato Pozzetto e la tenerezza del ricordo

8 minuti di lettura

La pianura tra Rovigo e Ferrara è una casa museo, dimora di un uomo intessuto di rughe, ma dallo sguardo più dolce e sincero che si possa immaginare. Lui è Renato Pozzetto, mirifico interprete di Giuseppe Sgarbi – padre del chiromantico Vittorio – che, all’età di 95 anni, due prima della morte, pubblica il suo romanzo autobiografico, Lei Mi Parla Ancora (2016). L’8 febbraio 2021 il libro approda come opera filmica di Pupi Avati su Sky Cinema. E sin dai primi attimi di proiezione, tratteniamo a stento le lacrime.

A illuminare la narrazione è in primis un’interpretazione rodata, consapevole ed estremamente genuina. Quello che affiora sullo schermo non è un personaggio di finzione narrativa, ma l’anima di un uomo che ci incanta con i ricordi di una vita. E chissà quante ce ne sono di storie d’amore fiorite nel Dopoguerra come quella di Nino e La Rina. Tuttavia Sgarbi dà un volto a quelle memorie imperfette, sfumate dal tempo, ma visibilmente eterne.

Lei mi parla ancora è una storia vera

Lei mi parla ancora

L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnati.”

Cesare Pavese

Nino (Renato Pozzetto) e La Rina (Stefania Sandrelli) sono sposati da sessantacinque anni. Da altrettanto tempo condividono un letto, una tavola, una collezione di preziose opere d’arte e un amore intimo e quotidiano. Quando però La Rina viene a mancare, Giuseppe non riesce a lasciarla andare. I suoi ricordi sono talmente nitidi e dettagliati che l’uomo anziano e quello giovane (Lino Musella) convivono in una dimensione limbica e onirica dove La Rina è ancora viva e giovane (Isabella Ragonese).

Così la figlia di Nino, Elisabetta (Chiara Casella) sceglie di affidare al ghostwriter Amicangelo (Fabrizio Gifuni) la narrazione della storia d’amore. E, se all’inizio lo scrittore non riesce proprio ad immedesimarsi in quella vita votata all’affetto e al romanticismo, tuttavia impara gradualmente a conoscere e a voler bene a Nino. Dietro un apparente corazza si nasconde un uomo buono, amante della poesia, dell’arte e delle piccole cose. Quello che serve per rendere le storie di tutti i giorni, come le chiamerebbe Riccardo Fogli, indimenticabili.

L’importanza delle piccole cose

Lei mi parla ancora

“Se ci fossimo voluti bene tutta la vita come quel giorno, saremmo diventati immortali.”

La prima volta che Amicangelo incontra Nino, questi si fa stirare la camicia e il foulard di seta, solo per condividere cinque minuti a tavola davanti a un piatto di tortellini in brodo. Poco prima, mentre Nino aspetta di sapere il destino della sua Rina all’ospedale, tiene tra le mani un fazzolettino di carta, aspettando davanti a una finestra di poter parlare con lei con il telefono di casa. E poi c’è quella canzone, Malagueña Salerosa, non nella versione moderna di Kill Bill, ma in quella dei Radio Boys del 1950.

Un brano inciso su un 45 giri, l’unico posseduto dalla famiglia di Nino, che si contrappone a quella della Rina in una fiaba alla Romeo e Giulietta. Così Pupi Avati ci mostra come sono i piccoli dettagli a impreziosire una storia. Quelli che non solo compongono la cornice di un’esperienza, ma la rendono universalmente condivisibile in una porzione geografica che racconta tutto il Paese. Com’era stato per Il cuore grande delle ragazze (2011) e quel profumo di biancospino che rendeva unico Carlino (Cesare Cremonini).

Un indimenticabile Renato Pozzetto

Lei mi parla ancora

“Mi stavo innamorando di lei, non che fosse la prima volta. Ma quella volta ho voluto fosse per sempre.”

Il cuore della storia appartiene però alla mirabile interpretazione di Renato Pozzetto, un caposaldo della tradizione comica italiana, che questa volta si mostra al suo pubblico in una drammatica fragilità. L’ultima volta lo abbiamo visto sul grande schermo con Ma che bella sorpresa (2015) di Alessandro Genovesi, ma con Lei Mi Parla Ancora resterà magnificamente impresso nella memoria collettiva, come membro della famiglia di ognuno di noi.

Sin dalle prime scene, quel volto fanciullesco, ma costellato dai segni del tempo, vestito di una morbida tenerezza di gesti e parole, è un tocco al cuore. Chiunque può riconoscervi un nonno o un padre, ancorato al fragile desiderio di una gioventù vissuta con l’anima. Quando però si inserisce quell’amore, non fluido e volatile come nella contemporaneità, ma legato a una sola e unica persona speciale, desideriamo che sia anche un po’ nostro. E Pozzetto lo rende possibile, coinvolgendo lo spettatore nella vita di Nino senza chiedere nulla in cambio, con disarmante semplicità.

Lei mi parla ancora: tra ieri e oggi

Lei mi parla ancora

Cosa mi lasci di te e di me tu cosa prendi canta Tiziano Ferro. Le sue parole sanciscono la fine di un amore che invece vorrebbe durare in eterno. Così la vecchiaia, nella sua quotidiana compostezza, si porta dietro un pesante scrigno emotivo. Sono quei ricordi che ingannano la memoria e la confondono, ma che riaffiorano dalle parole nei momenti più inaspettati. Se oggi scrivessimo una pagina di diario per ogni momento d’amore, forse non saremmo in grado di conferirle una linea continuativa.

Ma Pupi Avati, con la storia di Giuseppe Sgarbi, ci ricorda l’importanza del bisogno dell’altro. Che sia un amico, un amante o un familiare, la necessità di dare e ricevere amore è un principio insito nell’uomo. Per questo, forse anche per sfuggire alla caotica rete di impegni che pervade i pensieri di tutti i giorni, bisognerebbe ritagliarsi un momento per vedere Lei Mi Parla Ancora. E Far sì che nessun nostro ricordo vada mai perduto.  


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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