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Leonardo DiCaprio

Leonardo DiCaprio: 3 film che attraversano le ere

Leonardo DiCaprio compie 47 anni

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12 minuti di lettura

I vent’anni, quelli delle scelte dissolute, degli amori non corrisposti, delle giacche di jeans contro vento, delle prospettive incerte, non certo quelli delle candidature agli Oscar, a meno che tu non sia un giovanissimo di Los Angeles pronto a conquistare i fari più abbaglianti del successo. A vent’anni Leonardo DiCaprio veniva candidato al Premio Oscar come miglior attore non protagonista per Buon Compleanno Mr.Grape, solo quattro anni più tardi diventava il volto più iconico degli anni novanta nel ruolo di Jack Dawson, in Titanic di James Cameron, e figlio derivativo di uno star system che si nutriva della sua luce, ritraendolo su magliette a grandezza naturale e facendone un bimbo prodigio della Hollywood aurea. Un rapido sguardo alla filmografia dell’attore per realizzare quante collaborazioni provvidenziali (con i migliori registi in circolazione) possa aver fruttato quasi un trentennio di attività: Baz Luhrmann, Clint Eastwood, Christopher Nolan, Steven Spielberg, Sam Mendes, Sam Raimi, Woody Allen, Quentin Tarantino e Martin Scorsese, suo mentore, collega e amico dal 2002.

Come se non bastasse per consolidare un amore perpetuo e devoto, Leonardo DiCaprio dal 1998 ha dato vita ad un’organizzazione no profit, la Leonardo DiCaprio Foundation, che si occupa di promuovere la consapevolezza ambientale e sostenere in prima linea l’energia rinnovabile e la biodiversità, sotto l’egida imperante di un riscaldamento globale che minaccia conseguenze irreparabili.

Per il suo compleanno ripercorriamo l’uomo attraverso le ere: tre titoli che dimostrano, a distanza di quasi un decennio l’uno dall’altro, l’evoluzione artistica di uno dei giovani attori più promettenti della sua generazione, capace di trattenere i consensi adeguandosi, con la propria peculiare e irreplicabile cifra stilistica, alle transizioni temporali vissute da ogni bambino, adolescente, adulto.

Buon compleanno Mr. Grape, Lasse Hallström (1993)

Leonardo DiCaprio Buon compleanno Mr.Grape

Nella piccola cittadina di Endora, nell’Iowa, Gilbert Grape (Johnny Depp) si prende cura del fratellino Arnie (Leonardo DiCaprio) e della famiglia dopo la morte prematura del padre, suicidatosi sette anni prima. L’obesità della madre Bonnie (Darlene Cates), ritiratasi ormai a vita privata, comporta una ridistribuzione dei doveri all’interno della famiglia Grape: ad occuparsi di Arnie, affetto da una grave forma di autismo, c’è Gilbert, la cui massima ambizione nella vita è quella di preservare i propri affetti e diventare una brava persona. Alla vigilia del diciottesimo compleanno di Arnie, l’equilibrio di Gilbert viene messo a dura prova dalla difficoltà di badare da solo all’esistenza complicata del fratellino, che non perde occasione per mettersi nei guai e allarmare la piccola cittadina, giudicante nei confronti del “diverso”. Ad aiutarlo in questo percorso di transizione arriva Becky (Juliette Lewis), che per un guasto al motore dell’auto è ospite sul suolo di Endora assieme alla nonna. L’incontro provvidenziale con la ragazza muterà le prospettive di Gilbert, che si troverà ad assecondare, forse per la prima volta, i suoi desideri e a fare i conti con un sentimento profondo mai del tutto sperimentato.

Basato sul romanzo omonimo di Peter Hedges, Lasse Hallström dirige un grido delicato alla società contemporanea, soffocata da un perbenismo ostile e moraleggiante che le impedisce di guardare al diverso differentemente da una minaccia all’ordine costituito. In Buon compleanno Mr.Grape, Leonardo DiCaprio forse interpreta, paradossalmente, il personaggio più protagonista della sua carriera. Sebbene il ruolo lo volesse relegato a comprimario di un attore ormai sulla cresta del successo – un disincantato Johnny Depp nei panni di Gilbert Grape – a soli vent’anni strappa la scena con le unghie e con i denti, interpretando un ragazzo, affetto da autismo, alla vigilia dei suoi diciotto anni, cresciuto senza un padre e costantemente pressato da una città che ne teme l’eccesso e l’esuberanza.

Prepararsi ad entrare in un ruolo come quello di Arnie Grape ha avuto una valenza formativa di rilievo nella storia artistica dell’attore: isolarsi dal resto, pensare secondo uno schema differente, inedito e conoscibile solo per emulazione, attivare un ascolto selettivo, rispondere solo di se stesso e del proprio spazio scenico, vibrare nei silenzi degli altri, assumere un tono e una forma indipendentemente dal turno di parola, esistere oltre le coordinate di una parte scritta. Impiegare i propri vent’anni nello studio calibrato delle esperienze è un investimento complice, imparare dalla diversità e renderle grazie dignitosamente è la cifra di umanità necessaria a cristallizzare il proprio status di uomo oltre le maschere.

Prova a Prendermi, Steven Spielberg (2002)

Leonardo DiCaprio Prova a prendermi

New York, 1964. La famiglia Abagnale si trova invischiata nei problemi che il capofamiglia, Frank Abagnale Sr. (Christopher Walken), intrattiene con il fisco statunitense. La tensione sfocia nell’allontanamento dei due coniugi, Frank e Paula (Nathalie Baye) – impegnata in una relazione extraconiugale con un amico del marito – che coinvolgono il figlio sedicenne Frank Jr. (Leonardo DiCaprio). Al momento di decidere le sorti dell’affidamento, il ragazzo fugge, scrivendo la propria fortuna attraverso le numerose identità fittizie che assume nel corso del viaggio lontano da casa. Quando l’agente dell’FBI Carl Hanratty (Tom Hanks) si accorge di lui, inizia un inseguimento all’ultimo respiro che porta le due nemesi a scontrarsi più volte, fino alla resa dei conti finale. 

Una storia vera, quella che Steven Spielberg traspone sullo schermo adattandola all’omonimo romanzo di Frank Abagnale Jr. Un bugiardo, abile truffatore e narcisista, amante del rischio e della caccia all’uomo. Tutti nel volto di un giovane Leonardo DiCaprio che all’alba dei trent’anni mette a segno un altro dei suoi colpi. Nei panni di Frank, Leonardo incarna le diverse identità della paura dell’abbandono, dell’allontanamento forzato, della scelta: costretto a fuggire per non farsi complice di una decisione che non lo riguarda come soggetto, ma come ago orientato di una volontà già imposta dall’alto, Frank diventa un pilota della Pan Am, un insegnante di sociologia, un medico, un avvocato prodigio appena uscito da Harvard, in una sfida esistenziale e perpetua con il braccio forte della legge, emblema di una rigida disciplina, investito del compito di riportare l’ordine e punire l’oltraggio. Al di là delle sue effimere conquiste – desideri ambiti per eredità dai vizi e dalla corruzione familiari – il personaggio che l’attore interpreta è un ragazzo solo, mosso dalla volontà di ripristinare l’equilibrio genitoriale. Leonardo DiCaprio conferma la sua versatilità, immerso in una commistione di generi che dal tono drammatico giunge al giallo attraverso il filo ostentato e ironico della commedia, rimanendo credibile ad ogni cambio d’abito e illudendo lo spettatore che il gioco di cui tiene le redini sia reale.

Il grande Gatsby, Baz Luhrmann (2013)

Leonardo DiCaprio Il grande Gatsby
LEONARDO DiCAPRIO as Jay Gatsby in Warner Bros. Pictures’ and Village Roadshow Pictures’ drama “THE GREAT GATSBY,” a Warner Bros. Pictures release.

Usa, 1929. Il veterano di guerra Nick Carraway (Tobey Maguire), ora alcolizzato e ricoverato in una struttura, racconta al suo psichiatra dell’uomo più promettente incontrato nei ferventi anni ’20. Arrivato a New York sette anni prima, Nick affitta una piccola residenza a Long Island, accanto allo sfarzoso palazzo di Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio), un magnate d’affari la cui vita privata e lavorativa sembra essere un mistero. Di lui, si conoscono solo le feste che ospita, grandi e sontuose celebrazioni che hanno luogo nella residenza al di là del faro. La simpatia per il giovane spinge Jay a chiedergli di organizzare un incontro con sua cugina, l’affascinante Daisy Buchanan (Carey Mulligan), conosciuta anni prima e ora legata sentimentalmente a Tom (Joel Edgerton). Nostalgia, amori taciuti, lusso, vizio e condanna emergono prepotenti nella trasposizione che Baz Luhrmann dedica al romanzo di Fitzgerald, fino all’incredibile atto finale in cui, senza posa, veniamo risospinti nel passato

Alla quarta trasposizione cinematografica sarebbe lecito domandarsi la necessità di rimaneggiare un capolavoro come quello di Fitzgerald. Eppure l’estetica di Baz Luhrmann e la sua innata abilità nel riscrivere l’amore attraverso l’estasi convince ad impiegarsi nuovamente nella sottile arte della finzione. Sebbene il parziale insuccesso della critica, che l’ha descritto pomposo, ridondante, ben lontano dal cuore pulsante del suo omonimo letterario, il consenso ha deciso di convergere unanimemente sulla prestazione di Leonardo DiCaprio nel ruolo del protagonista, Jay Gatsby.

Irruento, volitivo, sentimentale, Jay Gatsby è un dittatore dell’amore, un amante nostalgico che fa dell’oppressione manipolatoria il veicolo per mantenere lo status quo di un sentimento valicato e irreplicabile nella sua estasi originaria. Per quanto il Gatsby di Leonardo DiCaprio risulti soffocato dal peso ornamentale delle architetture, dalle volte dorate di un fasto esibito senza cesello, talvolta succube di un paragone vincolante, l’umanità del suo Jay è un’indagine dei vuoti personali negli affreschi complessi del suo entourage, una mossa possibile solo se si è disposti, senza preconcetti né pregiudizi, a valutare l’uomo oltre le sue sovrastrutture.

Con qualche anno di anticipo sulle performance in The Wolf of Wall Street, Revenant – Redivivo e C’era una volta a…Hollywood, in The Great Gatsby Leonardo DiCaprio fa eco alla maturazione artistica raggiunta negli ultimi anni della sua brillante attività, con una performance misurata anche nell’eccesso: abita gli spazi al pari di come danza nelle sue iconiche vesti, restituendo l’immagine di un uomo mai del tutto conoscibile, dall’umanità ignorata, dal destino pianificato e – senza posa – disatteso.


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Giulia Calvani

24, Roma | canto, scrivo, sorrido, amo la pasta al sugo e perdo la testa per i piccoli gesti. A tre anni ho scritto il mio primo romanzo con i pennarelli, l'ho rilegato con lo spago e una rosa come Jo March, e mi sono ripromessa di essere penna. Laureata in Mediazione Linguistica e Interculturale alla Sapienza di Roma decido di proseguire gli studi magistrali in Giornalismo presso l'Università degli Studi Roma Tre. Social media manager per Cinesociety.it da novembre 2019, a settembre 2020 divento redattrice per Cinematographe e partecipo agli eventi di settore. Oltre alla pasta, il mio unico credo è il cinema. Ad oggi non ho ancora trovato un posto che sia per me casa, se non la sala. Folle devozione per Hitchcock, Billy Wilder e Kubrick, tarantiniana doc e thriller addicted.

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