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Leonora Addio di Paolo Taviani è un lungo addio da vivere in sala

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6 minuti di lettura

Paolo senza Vittorio Taviani è un corpo dimidiato. Un’anima scissa, che avverte il peso dell’assenza e al tempo ne colma i vuoti. Leonora addio –  premio Fipresci e unico film italiano in concorso alla Berlinale 2022 – si configura, in questo senso, come il diario di un addio; lo svela la dedica, vero atto d’amore, e ancor più l’omaggio a Pirandello, già adattato dai fratelli nel memorabile Kaos (1984) e in Tu ridi (1998). “Ho sentito il suo spirito dietro di me” dichiara il regista, “e ancora lo sento”.

Vittorio è il nucleo dell’opera, quella presenza-assenza che sgocciola nelle sequenze di Leonora addio a partire dalla “stravagante vicenda delle ceneri di Pirandello”, con funerali ripetuti e saluti dolenti. Un lento addio, dunque, che non risparmia il grottesco nell’estrema tenerezza, a confermare la vocazione letteraria dei fratelli (che avrebbero voluto inserire il tema in Kaos, come rivela Paolo a Il Mattino di Napoli) e il gusto per le riflessioni sull’inafferrabile, sia esso di natura sentimentale, storico, politica.

Leonora addio, finzione e memoria

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Attraverso una struttura libera, bipartita – la morte di Pirandello con ciò che ne consegue e un terribile racconto del drammaturgo, Il chiodo – Paolo Taviani viaggia al termine della vita, affronta il tempo che passa e le mutazioni della storia, in un continuum dialettico tra esistenza e arte. L’opera trascolora con gradualità dal bianco e nero neorealista (“Vittorio e io abbiamo sempre considerato quel periodo importante quanto il Rinascimento”) al più moderno colore, come a indicare una presa d’atto della finzione, che a tratti – pirandellianamente – può essere più vera della memoria.

L’autore ha lasciato la vita con tanto dolore interiore” dichiara Taviani, e così in apertura di Leonora addio ci mostra il suo letto di morte, la consapevolezza improvvisa di essere al limite del nulla. Dispone allora un funerale riservato:

Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere, perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.

Volontà non rispettate, come dimostra il viaggio del presidente della Corte Costituzionale Gaspare Ambrosini (un ottimo Fabrizio Ferracane), che solo dieci anni dopo riuscirà a portare le ceneri in Sicilia. In Leonora addio, Taviani ricostruisce l’impresa mediante fonti di repertorio e sequenze delle più celebri opere di Rossellini, Lizzani, De Sica, Visconti. Un omaggio nell’omaggio, in una messinscena elegante che conferma la cura stilistico-formale tavianiana e si fa teatro della storia italiana del Novecento, catturata dall’osservatorio di luoghi mitici, che intercettano l’immaginario. Il treno, eterna metafora, conduce il funzionario e le ceneri da Roma alla Sicilia, in un viaggio tra miseria, analfabetismo, superstizioni e un’abbagliante, immobile bellezza destinata a perire con l’avanzare dello sviluppo.

Il senso della fine in Leonora addio

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È l’Italia dello sviluppo, della Dc e degli americani, della limitatezza della storia e dell’immensità del mondo contadino, per dirla con Pasolini. In Leonora addio il regista ne fa un racconto straniato, una carrellata di figure che popolano i convogli e si legano, tramite un filo sottile, ai tipi umani della novella Il chiodo, che chiude l’opera con sapore amaro spostando il teatro a New York, dove un ragazzo uccide una bambina con un “grosso chiodo arrugginito”.

Colpito dai “suoi capelli rossi”, compie un atto inspiegabile che, ancora una volta, è per Paolo Taviani pretesto di riflessione, un’indagine sulla riduzione del tempo – e dell’atto umano – a materia, a formule a volte insensate.  E di nuovo è la fine il centro, il lento scivolare della vita verso il fondo, come non esistesse scarto tra il prima e il dopo, tra l’essere ora (qualsiasi cosa significhi) e il non essere più.


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Laureata con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma "La Sapienza" con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Ha pubblicato su Treccani.it e O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca, di cui è anche membro di redazione. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.

2 Comments

  1. Grazie per questa lettura critica di gran pregio, che restituisce il senso profondo di questa opera, integrandola con una serie di rimandi e approfondimenti ipertestuali. La riflessione sull’inafferrabile e sul senso della fine mi interessano e invogliano a vedere il film al più presto.

  2. Questo articolo, attraverso preziosi richiami e rinvii ipertestuali, consente di comprendere appieno la densità e i temi di questa opera, a partire dall’inafferabile fino al senso del tempo e della fine. Non vedo l’ora di vederlo. Grazie sempre.

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