«Lo Specchio» di Tarkovskij mostra chi siamo

Lo specchio di Tarkovskij è uno dei film più interessanti e allo stesso tempo enigmatici del regista.

Un film molto autobiografico, dove il protagonista, che pare quasi essere Tarkovskij stesso, si ritrova nella condizione ad un certo punto di dover fare una sorta di bilancio della propria vita. Insomma un uomo di quarant’anni che cerca di capire il senso della propria esistenza attraverso la memoria di ciò che è stato.

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Il film può essere diviso in tre momenti. Il primo è permeato sui ricordi d’infanzia; il secondo vede la rappresentazione degli avvenimenti storici, a detta del regista ”vissuti e compresi”; e il terzo momento invece vuole un po’ tirare le somme dell’unione dei primi due e darne un’analisi più filosofica e matura di ciò che è stato.

Come inizia Lo Specchio di Tarkovskij

Il protagonista del film, Aleksej, si ritrova nel proprio letto, a dover combattere con un male misterioso, di cui gli stessi medici non riescono a dare una chiara identificazione. Questa condizione gli dà la possibilità di fermarsi e riflettere, riprendendo dalla propria memoria tutti gli elementi utili per farlo.

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Così, si apre Lo Specchio di Tarkovskij: una sorta di ricerca dai tratti proustiani di una memoria che vive nel profondo del protagonista e che a suo modo riemerge da un abisso incerto e nebuloso. A suo modo perché, come spesso accade quando si cerca di ricordare un qualche cosa di remoto e ormai nascosto dall’incessante andare del tempo, risale in superficie soltanto una serie di episodi, talvolta reali, talvolta mai accaduti, ma dati per vero, in una loro fisionomia oscura e sfumata.

E in questo gioco, la realtà sfuma in una sua dimensione onirica, quasi mitica, tessendo l’intreccio di una storia passata che in parte si è verificata e in parte no. Ma ciò che più rimane, ciò che è più vero nel ricordo, non è tanto il fatto in sé, quanto il sentimento provato in quel momento. E allora la fisicità e il realismo del ricordo perdono valore, vengono marginalizzate, per dare spazio alle sensazioni, alle emozioni, che forse sono ciò che davvero il passare del tempo, con le sue esperienze, ci vuole dare.

In questo modo si può, nella fumosità di un sentimento e nella sua essenza enigmatica, comprendere il senso dell’esistenza.

La ripresa onirica dell’infanzia

Ma tornando all’interno della storia, ciò che ci viene rappresentato all’inizio è la storia di un’infanzia. Il bambino Aleksej passa le sue estati immerso nella campagna desolata della Russia con un desiderio, ossia quello di veder apparire, dagli scorci della valle, il proprio padre. Questi infatti era partito per combattere la Seconda Guerra Mondiale, e per molti anni non si fece vedere, tanto da far arrivare a pensare alla madre del ragazzo che se ne fosse andato via per sempre.

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Così, già in questa scena vediamo l’intrecciarsi di due mondi: da una parte quello storico, della guerra, e dall’altro quello soggettivo, del ragazzino Aleksej.

Poi il ricordo sfuma, e la focalizzazione cambia. Si passa ad un certo punto a vedere la vita dagli occhi della madre del ragazzo, una donna che col salario del proprio lavoro in tipografia deve provvedere a due figli.

Lo specchio Tarkovskij

La donna vive una situazione soggettiva alquanto difficile. La sua vita è immersa da una parte nel dolore nell’impossibilità di riabbracciare il proprio marito, e dall’altra nella contraddizione sociale a cui veniva sottoposta una donna che sceglieva di continuare a sperare nel ritorno del coniuge anziché risposarsi.

Ma qui il ricordo finisce, si spegne, e il focus ritorna ad Aleksej, quasi come se la telecamera si trovasse negli occhi dei personaggi, e appena uno abbassa le palpebre, tutto si conclude, passando il testimone ad alti occhi, che si aprono in un mondo differente.

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Così si ritorna al bambino e ai suoi ricordi. Ricordi che sono felici, come è giusto che sia quando si pensa alla propria infanzia. Si passa dal libro su Leonardo Da Vinci, dove il bambino scopre la bellezza della cultura, fino al primo amore verso la ragazzina dai capelli rossi. Quel genere di amore, di cui il sentimento rimane sempre molto vivido, perché è come se la vita non ne desse più un altro così forte. E poi le esercitazioni dal poligono di tiro e le marachelle cogli altri bambini. Fino al ritorno del padre, che dopo la guerra finalmente si palesa là, in fondo alla valle. Ma il suo ritorno è temporaneo, perché riparte quasi subito.

La ripresa storica e la conclusione

Lo specchio Tarkovskij

Ad un certo punto, improvvisamente, iniziamo a sentire la lettura di poesie di Arsenij Tarkovskij, che è il padre poeta del regista, e considerato dal figlio come uno dei più grandi poeti russi.

Poesie che fanno da sfondo ai colloqui con la ex moglie del protagonista, di cui vediamo solo qualche stralcio episodico, qualche frammento. E poi, tutto d’un tratto, il tutto si spegne, finisce. Diventa silenzio.

Per riprendere poi in un’altra dimensione ancora, quella più reale, perché fatta di una serie di episodi storici. Vediamo i festeggiamenti dell’eroismo dei soldati sovietici. Un eroismo che però si infrange tra le macerie della distruzione della guerra. Per poi arrivare ai confini con la Cina, dove un gruppo di giovani cinesi alzano al cielo il libretto rosso di Mao, in protesta contro il riformismo marxista sovietico.

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Lo specchio Tarkovskij

Conclusosi questo momento storico, si torna nella stanza da letto di Aleksej, che viene visitato da un medico. Quasi come se Lo Specchio di Tarkovskij, che fino ad allora era stato solo un sogno, riemergesse nella realtà del momento.

Ma il sogno non si conclude qui. Perché mentre lo spettatore pensa di aver concluso il viaggio della memoria, il tutto si riaccende nella scena finale, dove la madre anziana e accompagnata dal bambino Aleksej a contemplare il vasto spazio della campagna russa.

«Lo specchio» di Tarkovskij ha la forma dei sogni

Lo specchio Tarkovskij

Insomma, come avrete ben capito dalla trama si tratta di un film tutt’altro che semplice. Perché il film è di per sé un sogno, ha proprio la forma di un sogno. E tanti elementi reali e irreali si mescolano tra di loro.

Ma d’altronde qui si vuole quasi raccontare una serie di emozioni, più che una storia vera e propria. Ed è qui che sta il genio di Tarkovskij, nella rappresentazione delle sensazioni della vita attraverso la memoria, che però è sogno.

E il tutto fatto attraverso un forte simbolismo di fondo, sfumato in una dimensione ermetica e oscura.

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Lo specchio Tarkovskij

Anche il titolo trova in questo un suo significato. Perché lo specchio è quella superficie che ci permette di osservare noi stessi e i nostri ricordi, anche quelli imprigionati dal tempo.

Ma al di là di queste considerazioni, il film avrà una storia travagliata. Infatti, pubblicato nel 1975, per varie incomprensioni, la censura sovietica ne limiterà la distribuzione. Sarà poi questo uno dei motivi dello screzio tra il regista e il regime, che lo porterà a rifugiarsi in Italia.


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Vladislav Karaneuski

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