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L’odio, il cult ancora attuale di Kassovitz

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7 minuti di lettura

La metafora dell’uomo che sta per cadere da un palazzo di 50 piani, ne L’odio (titolo originale La Haine), rappresenta un senso di profondo decadimento della società post-moderna e, per certi versi, profetizza quella che sarà effettivamente la caduta di un uomo da una delle Twin Towers, durante l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Con la differenza che i due suicidi, seppur verosimili, siano di grado diverso.

Il film, uscito nelle sale francesi il 13 maggio del 1995 – in Italia uscì il 31 – rappresentò senz’altro il punto più alto della carriera di Mathieu Kassovitz nonostante fosse il secondo per lui, e anche la consacrazione attoriale per Vincent Cassel (Vinz nel film). Ambientato in Francia, L’odio concentra l’arco narrativo sulle vicende di tre ragazzi, Vinz, Saïd (Saïd Taghmaoui) e Hubert (Hubert Koundé) che passano la giornata tra le banlieu di Parigi ciondolando tutto il tempo, mentre la polizia con la sua brutale violenza semina il terrore in città ed è responsabile del pestaggio mortale di un loro amico, Abdel, un fatto realmente accaduto.

L’odio è un cult movie irripetibile

L'odio di Mathieu Kassovitz

L’odio è stato un film estremamente importante, sia per Cassel sia per le tematiche che hanno lasciato il segno nella cinematografia europea. Oltre ad aver lanciato lo stile grazie ai costumi utilizzati, il film rievoca la realtà proiettandola in una fiaba urbana, in grado di cogliere l’energia di ogni singolo momento fino a renderlo universale, in un continuo scambio di idee e di narrazione.

Il film mostra il suburbano delle grandi città senza il peso della morale, né l’aridità della semplice denuncia documentaria. Vinz rappresenta la furia anche se ci sono momenti di debolezza, Hubert la lucidità e la calma nel risolvere momenti di tensione, Saïd l’ingenuità e la beffa. La loro storia è una via crucis dove il connubio tra grottesco e cronaca crea una nuova, irripetuta, dimensione di vitalità fatta di forza visiva e di cinema puro.

L’odio è stato d’esempio anche nel mondo della musica poiché è stato citato più volte. In particolare, il rapper Marracash nel 2010 ha intitolato il suo secondo album Fino a qui tutto bene, dove il concept gira intorno a un senso di profonda rabbia e distacco dalla società dell’epoca, colpita da una precedente e grave crisi economica e scandali che hanno messo in cattiva luce l’immagine del belpaese, al punto tale da provocare un forte senso di disillusione e sfiducia da parte delle giovani generazioni.

L’odio affina una critica impattante

L'odio

Volutamente girato in bianco e nero, L’odio focalizza il suo racconto sull’altra parte della barricata, concentrandosi non sull’identità di chi fa parte di una realtà precaria. Quando interi quartieri vengono messi a ferro e a fuoco in un Paese che si fregia del ruolo di civilizzatore e faro di progresso per il mondo, la domanda non è “Come fermiamo chi si sta ribellando?” bensì quali sono stati i sistemi che hanno portato a questa segregazione e divisione sociale impressionante.

Processi che fanno da collegamento per tutte le nazioni che hanno concentrato il loro sviluppo su basi colonialiste, seppur in modo diverso, e che si trovano a fare i conti con le conseguenze di un mondo diviso tra giusti e sbagliati, tra ricchi e poveri.

La frase di Vinz “Non siamo mica a Thoiry”, una battuta che è diventata persino una canzone di Achille Lauro, è sintomatica sia di una cultura urban che si è sempre più ampliata negli anni successivi, sia soprattutto di ciò che significa nascere e crescere in un luogo messo ai margini della realtà civile. Thoiry sembra davvero uno zoo, e i giornalisti che trasmettono le immagini degli scontri ai cittadini perbene, che non vedono l’ora di divertirsi e rimanere scandalizzati di fronte a queste bestie che si ammazzano, è la metafora implacabile del becero voyeurismo per il degrado di una società che, ipocritamente, convince di essere avanzata quando invece non lo è del tutto.

L’odio, dunque, è rivolto alle istituzioni che dimostrano di non essere per niente inclusive e, anzi, soggiogano l’identità altrui per renderla un fattore disagiante, non conforme ai canoni della società. Ed ecco che tutto si tramuta in oppressione, ribellione e guerra.

L’odio a distanza di anni è ancora attuale

L'odio di Mathieu Kassovitz

Per via dei mass media, siamo portati a vedere costantemente scene di ribellione in tutto il mondo, anche a casa nostra. Ciò che sta accadendo attualmente in Palestina e il conflitto russo-ucraino, non si allontanano molto da quel modello narrativo che Kassovitz ha proposto ne L’odio, poiché in quei contesti possiamo trovare ragazzi come i protagonisti del film che vorrebbero solo essere ascoltati e riscattarsi.

L’odio dilagante verso il “diverso”, l’odio verso le istituzioni, l’odio verso un nemico immaginario: sono tutti sintomi ancora, purtroppo, attuali. Il razzismo e il classismo dell’Occidente non sono più tanto lontani dalla nostra quotidianità, poiché sono il frutto di secoli di errori e politiche improntate sull’idea di una supremazia violenta che vede, nei fatti dell’attualità, una triste applicazione.

Per uscire da questa impasse catastrofica bisognerebbe atterrare e provare a ridefinire determinati punti di questa società. Ma è estremamente difficile. E allora il mantra ripetuto per tre volte “fino a qui tutto bene” diventa un modo per ricordare a sé stessi che finché si è vivi, finché si sta comodamente dietro lo schermo di un televisore, si è salvi. Eppure, con la guerra dietro casa, non bisogna vivere troppo nell’illusione e soprattutto, non si deve (e non si può) restare indifferenti.


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Classe 2000, originario di Milazzo e laureato in DAMS a Messina. Sto proseguendo con la specialistica in Scienze dello spettacolo e mi piacerebbe fare ricerca in ambito cinematografico e fotografico. Ho anche una vita sociale quando non sono immerso nella visione di qualche film e/o quando non scatto foto per (s)fuggire dalla realtà.

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