Malcom&Marie

Malcolm & Marie, l’amore e i suoi demoni in una cornice in bianco e nero

Si intitola Malcolm & Marie la pellicola in bianco e nero sullo sfondo di un drammatico dialogo tra amore e cinema. Una coppia di protagonisti, una casa e una notte incorniciano in una simil pièce teatrale uno tra i primi film nati dalle ceneri del lockdown. Alla regia Sam Levinson che, dopo Euphoria, dona ancora alla bellissima Zendaya il ruolo da protagonista. Affianco a lei l’altrettanto affascinante e talentuoso John David Washington, figlio di Denzel e recentemente protagonista di Tenet(2020) e BlacKkKlansman (2018).

Così i due giovani attori riescono a dominare per oltre un’ora e mezza di film un litigio domestico plurireferenziale. Perché accanto ai demoni mai svelati di una relazione amorosa, affiora un sottotesto meta cinematografico. E i registi nominati, come Spike Lee e Barry Jenkins diventano emblemi di una riflessione tra cinema politico e razza. Non servono dunque intricati funambolismi di trama per lasciar emergere violentemente il non detto. In un film, dove anche gli sguardi e i silenzi hanno il loro significato.

Malcom & Marie inizia e finisce con un “grazie”

«Grazie per ogni singolo momento nostro, per ogni gesto, il più nascosto. Ogni momento, ogni parola scritta, dentro una stanza che racchiude ogni certezza.»

Iniziamo a raccontarvi Malcolm & Marie con una canzone degli Zero Assoluto, il cui tocco pop si discosta dall’aura retrò da film anni Venti con cui si aprono i titoli di testa. Tuttavia questi versi raccolgono una parola fondamentale per il film, grazie, che apre e chiude l’intera notte di scomode verità. L’evento scatenante della narrazione è infatti il mancato ringraziamento di Malcolm alla fidanzata Marie durante la prima del suo film, da cui sono appena tornati all’inizio della pellicola.

Questa è la miccia che innesta il litigio, in cui Marie chiede al compagno perché, tra tutti, non abbia ringraziato lei. Soprattutto perché il film di Malcolm, con protagonista una ragazza ventenne tossicodipendente, riflette la storia personale di Marie. Ora un’elegante giovane donna, che però porta le ferite di una dipendenza combattuta con dolore affianco a Malcolm. Lui ha potuto carpire tutti gli aspetti più scomodi della sofferenza di Marie, facendone materiale filmico e non scegliendo lei, aspirante attrice, come protagonista.

Tra delusioni, tradimenti e rinfacci della coppia, quello che chiede Marie è solo un grazie, per tutte quelle cose di cui ci si dimentica di ringraziare. Come dice Marie: «Quando hai capito che una persona ti sta vicino e ti ama, alla fine non ci pensi più».

Non è una questione di etnia

«Non tutto quello che faccio è politico perché sono nero.»

Ma il dialogo brillantemente tenuto dai due protagonisti, la cui interpretazione eccelle come primo punto di forza del film, ci parla anche di cinema. E lo fa attraverso la tanto attesa critica del Los Angeles Times che Malcolm aspetta dopo la prima. Il suo film, incentrato sulla travagliata esperienza di Imani, ragazza nera e tossicodipendente, diventa subito emblema di affermazione politica. Così i giornalisti, ritratti come avventori dell’ovvietà, ne fanno un’analisi di indigenza del sistema sanitario contro i neri. Questo non solo fa infervorare Malcolm, ma lo rende autore di una riflessione sul cinema e contro i suoi lati oscuri.

La difficoltà di affermazione di aspiranti attori e sceneggiatori, ma anche dei registi, che sembrano vincolati ad avere sempre un messaggio da comunicare, senza la possibilità di fare un film di puro cuore ed energia. Poi ci sono i grandi nomi, non solo i già citati Lee e Jenkins, ma anche William Wyler e Gillo Pontecorvo. Sono loro a promuovere la grandiosità di un ambiente che, seppur vincolato alle sue convenzioni, sa rendere spettacolare l’ordinario. Questo non è solo il desiderio di Malcolm, ma anche di Levinson, che si fa sentire in maniera importante sia in regia che in sceneggiatura.

Malcom & Marie è un artistico gioco di specchi

E il tocco autoriale è ciò che dona a questo film l’attributo di indie. Questo perché tutte le sovrastrutture narrative crollano di fronte all’immediatezza di un volto e una parola. Si potrebbe attribuire a Levinson un autocompiacimento di sfarzo estetico, ma è giusto che il regista abbia reso preziosi i dettagli in un prodotto che si fonda sulle piccole attenzioni. A partire dalle riprese attraverso le cornici delle finestre. Se da un lato ci ricordano quelle di Hitchcock ne La Finestra Sul Cortile, dall’altro ci riportano a Gianfranco Rosi con il suo Sacro GRA.

Così frequenti in Malcolm & Marie sono le inquadrature a cornice che ci mostrano i protagonisti attraverso una finestra. Sia dal dentro al fuori che al contrario. E in questo caso è bellissimo quando vediamo Marie, riflessa nella finestra, affranta nel guardare Malcolm oltre la stessa. Affiora dunque l’importanza degli specchi, che ritornano nel film diverse volte per catturare gli sguardi tra i protagonisti. Così la superficie riflettente assume la sua peculiarità di scandaglio interiore, nel mostrarci, con la pura e semplice immagine, ciò che le parole non dicono.

Compendio finale di Malcolm & Marie

E di parole ce ne sono tante, vomitate e rimpiante dai protagonisti. Forse troppe, lungo una discussione che avrebbe potuto fermarsi prima. Non è infatti semplicissimo, nonostante la magia ipnotica di John e Zendaya, seguirli lungo tutta la loro evoluzione discorsiva. Se ci si lascia avvolgere da momenti topici e incandescenti, tuttavia, si riesce a fare propria tutta la devastazione emotiva dei personaggi. E questo è di indubbia forza, accanto all’estetica sopraffina e all’inconfondibile accompagnamento musicale, soffuso, mai invadente e altro componente fondamentale del film.

Si tratta poi del primo film che ha trovato la luce dopo le sue registrazioni durante il lockdown. In questo modo lo spettatore si trova immerso in una realtà familiare, una casa, che alla fine del film potremmo percorrere a occhi chiusi. Basti pensare a quanto è domestico accendersi la sigaretta con l’accendigas e ci scappa subito il sorriso. Un piccolo scorcio domestico, dunque, viene reso grande dall’interpretazione attoriale, dalla fluidità dei dialoghi, anche se un po’ too much e dallo sfarzo autoriale, che non è mai troppo.


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