«Malèna» di Tornatore e il piacere dello sguardo

Il cinema è sempre un guardare, un osservare le avventure, i drammi, i momenti di gioia dei protagonisti. In Malèna (2000) di Giuseppe Tornatore lo sguardo diventa però una sorta di feticcio, un elemento essenziale in grado di coinvolgere lo spettatore in un’opera basata sull’osservare l’azione, più che sull’azione stessa.

«Malèna», la trama

Premiato con due nomination agli Oscar, Malèna è ambientato nei primi anni Quaranta. Renato (Giuseppe Sulfaro) è un ragazzino di 12 anni innamorato – o meglio, ossessionato – dalla bella Malèna (Monica Bellucci), la donna più affascinante della città, apprezzata dagli uomini per il suo bel corpo e invidiata dalle donne per lo stesso motivo. Come Agostino, protagonista dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia, Renato scopre il mondo della sessualità mentre sta entrando nella delicatissima fase dell’adolescenza. Se Agostino osservava la madre e le prostitute di una casa chiusa sentendosi bambino e uomo al tempo stesso, Renato spia l’amata in ogni momento, raccogliendo attimi di erotismo più o meno velato che rivive la sera prima di andare a letto, reinterpretandoli con una buona dose di immaginazione.

Renato si sente adulto, crede di essere l’unico uomo in grado di soddisfare, fisicamente e soprattutto emotivamente, i bisogni della donna. Eppure agli occhi dello spettatore appare come un ragazzo che, con la sua bicicletta e il suo gruppo di amici, è ben lontano dalla sensualità matura della protagonista, dando così vita a un contrasto stridente quanto affascinante. «È la crescita di due personaggi, un bambino che diventa uomo e una ragazza che diventa donna» ha spiegato il regista Giuseppe Tornatore.

Il fascino del proibito

Malèna

Malèna non è per Renato mero oggetto sessuale, non solo. Il suo sguardo tra infanzia e adolescenza interpreta la protagonista come una donna ideale, pura, da soccorrere e adorare. Non per nulla, in molte scene del film Renato immagina di essere l’eroe che la trae in salvo, Tarzan con la sua Jane, un gladiatore, e poi Malèna versione insegnante, pin-up, Jane Eyre, fino a vedere l’amata come una Madonna, la donna casta e irraggiungibile per eccellenza.

La protagonista è quindi mostrata allo spettatore attraverso delle soggettive esteriori e interiori: Malèna è ciò che Renato vede, ma è anche ciò che Renato immagina. L’occhio del ragazzo e la telecamera sono un tutt’uno di soggettive e semisoggettive, reali o immaginarie, che fanno sentire anche lo spettatore un voyeur ossessionato dalle bellezze della donna e impietosito dalle sue disgrazie.

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La protagonista, dal canto suo, nota raramente la presenza di Renato, il che rende lo sguardo del ragazzo ancora più voyeuristico e proibito. Sarebbe così attraente Malèna se fossimo autorizzati a guardarla mentre si sta lavando? Lo spettatore, seguendo l’adolescente, osserva la donna per la strada e nei sogni di Renato, ma la protagonista non immagina di essere una parte tanto importante della sua vita: è forse proprio questo l’elemento più sensuale, questo spiare senza essere visti, da un albero, da un buco, tra le ante della finestra, portando avanti un desiderio impossibile tanto per Renato quanto per lo spettatore: entrambi non arriveranno mai ad avere Malèna, se non nella propria immaginazione.

Una seduzione silenziosa

Malèna

Lo sguardo di Renato è poi reso ancor più realistico dai dettagli. La cinepresa indugia sul corpo della donna analizzandone ogni centimetro, dal reggicalze ai capelli, dalle gambe alla scollatura. La figura di Malèna è spesso colta in tagli che ne sottolineano non solo la sensualità, ma anche le pieghe più oscure della sua personalità: il seno coperto da un vestito troppo sottile si oppone alla sua malinconica espressione mentre balla sola ripensando al marito in guerra.

È quindi lo sguardo di Renato su Malèna la forza del film: è il ragazzo che dà voce alla donna silenziosa, creando un personaggio da venerare in parte veritiero e in parte immaginario. Monica Bellucci pronuncia infatti pochissime battute in tutta l’opera, compiacendo soprattutto fisicamente (ma non solo) l’occhio di Renato e, di conseguenza, dello spettatore. I suoi silenzi sono però fonte di infinite informazioni trasmesse abilmente attraverso il linguaggio del corpo: con il ragazzo conosciamo l’affascinante donna guardandone i movimenti, osservandone le abitudini, scoprendo il suo corpo sotto a una spallina che scende o mentre l’acqua le bagna i capelli in una giornata estiva. Il corpo di Malèna non sprigiona infatti soltanto sensualità, ma mostra chiaramente, senza bisogno di parole, le sue paure, la sua solitudine, il dolore di fronte alle malelingue del paese.

La bellezza intoccabile

La storia della donna è di erotismo e sofferenza insieme, di una bellezza che tanto appaga quanto toglie serenità. Le espressioni serie, severe, eccessivamente dignitose si susseguono in tutto il film mostrandoci un personaggio tanto attraente quanto freddo. Malèna è l’emarginata ammirata ma condannata dalla folla, sola contro il mondo (in questo caso il paesino siciliano immaginario, Castelcutò) che la maltratta a parole e fatti, come mostrato nelle crudeli scene finali.

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Renato non è ovviamente l’unico personaggio a “lavorare di sguardi”. Durante le sfilate per il paese – che dalle espressioni della donna sembrano tristi processioni – tutti gli uomini la osservano estasiati, mentre tutte le donne si danno al pettegolezzo. «Ora puoi rientrare, è passata!» urlano le mogli gelose ai mariti. Ma gli uomini del paese non sono interessati ad amare Malèna: quando il marito della donna muore, sono molti i signori che si fanno avanti, ma mai per consolarla emotivamente. Non a caso, non è lo sguardo bramoso degli uomini del paese che viene mostrato nel film, ma quello ben più complesso e sensibile di Renato.

«Malèna»: un film di sguardi

Malèna

Oltre allo sguardo sulla donna, il film si presenta come un’osservazione realistica di un contesto storico definito, mettendo in scena personaggi credibili nelle loro sfaccettature, veritieri nella loro bontà e crudeltà. Al realismo si accosta però l’elemento del sogno, dell’immaginazione, dello sguardo interno e soggettivo che segue un punto di vista ben preciso, quello di Renato.

Malèna dona allo spettatore il piacere di guardare, di spiare e immaginare senza consenso e, soprattutto, senza speranza. Un atto di bellezza e desiderio che tiene incollati allo schermo dal primo all’ultimo minuto del film, facendo sognare chi guarda con Renato e disperare con Malèna.

Articolo di Dalila Forni


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Redazione NPC

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