«Memorie di un assassino», Bong Joon-Ho prima di «Parasite»

Quando ancora Bong Joon-ho era uno sconosciuto laureato in sociologia. Memorie di un assassino esce nel 2003, e oltre a essere tratto dall’opera teatrale Come to See Me di Kim Kwang-lim, è anche una storia vera. Il film otterrà uno straordinario successo al botteghino, consegnando al regista una prima fama. Opera maestosa e cruda, lontano dall’effetto palliette di Parasite; film elegante e umoristico, dove vengono coniugate denuncia e onirismo. Dopo diciassette anni la distribuzione italiana s’è destata e da oggi, 13 febbraio, è possibile ritrovare nelle sale un lavoro che merita di essere visto e rivisto.

«Memorie di un assassino», trama

Corea del Sud, 1986: un serial killer terrorizza la piccola comunità rurale: alcune donne aggredite, violentate e soffocate, uccise e depositate nella foresta che circonda la cittadina. Un criminale che non ha un copione standard. La ricerca della polizia è difficoltosa, anche perché mancante delle adeguate strutture e strumentazioni di indagine. I due protagonisti sono Park Du-man ( Song Kang-ho ), detective ruspante del luogo che lavora in maniera personale e superficiale , e Seo Tae-yun ( Kim Sang-kyung), detective giunto da Seul, misterioso ma acuto, giunto volontario per aiutare a risolvere la vicenda.

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Regime e verità

La tematica politica attraversa tutta l’opera: continui echi e richiami al coprifuoco, a repressioni di rivolte, a parate militari. Questa attenzione spasmodica del regime ovviamente lascia nel’oscurità le piaghe più malevole della società: non a caso, in occasione di uno degli omicidi, lo spegnimento delle luci imposto dallo Stato facilita l’operato dell’omicida.

Regime che manifesta le proprie modalità anche attraverso l’operato della polizia. Le metodologie sono sempre al limite, in bilico tra violenza e tortura. La libertà del prigioniero è spesso violata. Modi violenti caratterizzano i poliziotti locali, ma anche nella società civile i metodi sono più ancestrali e primitivi.

In questo clima, la verità non è il fine da perseguire, ma il mezzo mediante cui riuscire a giungere ad uno stato di equilibrio. Gli indagati sono condannati ad essere colpevoli non per prove inconfutabili, bensì per il desiderio ansioso di chiudere le indagini al più presto.

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L’evanescenza del ricordo

La politica è il tema immediatamente evidente. Ma la grandezza del film si concretizza in una forma filmica che rende evidente la natura quasi onirica del racconto. Infatti, la narrazione procede per salti logici, passaggi a vuoto, indagini che si aprono e si chiudono, strade senza uscite, piste che non conducono a nulla.

Il racconto procede per primi piani. In particolar modo, il detective Park Du-man spesso domanda di essere guardato negli occhi. Il tentativo di conoscere l’anima delle persone dal primo sguardo, però, al termine del film dovrà chiudersi in uno sconsolato non lo so, che ha la resa amara di uomini condannati ad essere sempre troppo lontani dalla verità.

Un racconto frammentario, in cui è impossibile capire quanto la chiusura della vicenda sia vicina o lontana. Ed è proprio nel finale del film che forse per la prima volta si è quasi al passo dell’omicida, in una maniera così casuale e strana, che il primo piano di meraviglia e sconforto del protagonista interroga anche lo spettatore, in un abisso senza fine.

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Stefano Sogne