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Meryl Streep: i mille volti della regina di Hollywood

Meryl Streep in 10 film da non perdere

13 minuti di lettura

Se Aretha Franklin era la regina del soul, Meryl Streep è indubbiamente la capostipite di una femminilità camaleontica sullo schermo. La riconosciamo dai suoi occhi da gatta, i lunghi capelli biondi, che ora vertono verso un raffinato sale e pepe, e l’innata eleganza di una donna che porta i suoi 72 anni, compiuti oggi, con un’immortalità divina. Perché la Streep è la brillante firma di un talento attoriale coltivato sin dalla fine degli anni Settanta ed evoluto e maturato con la sensibilità del tempo. Mai ingabbiata nel suo specchio interpretativo, Meryl Streep modella la realtà cinematografica con performances magnetiche.

Le stesse che le hanno valso ben tre Oscar, il primo nel 1980 per Kramer Contro Kramer, il secondo nel 1983 per La Scelta di Sophie e il terzo per la ferrea rappresentazione di Margaret Thatcher in The Iron Lady (2011). Ed è proprio in veste di questi successi osannati dalla critica, che vogliamo concentrarci sulle altre mille e più maschere dell’intramontabile interprete. Non potendo disperdersi nell’Odissea di una stratificata carriera, ne sceglieremo dieci, per un assaggio dei suoi personaggi più amati così come li hanno ritratti grandi e piccoli registi. 

Linda ne Il cacciatore (1978) di Michael Cimino

La prima candidatura all’Award di Meryl Streep affiora in uno dei capolavori degli anni Settanta: Il cacciatore (1978) di Michael Cimino. Un ritratto crudo e d’impatto sulla Guerra del Vietnam, per la prima volta sullo schermo, che vede come protagonisti tre soldati ucraini della Pennsylvania mandati al fronte. Due di loro sono i colossali Robert De Niro (Mike) e Christopher Walken (Nick), che si contendono l’amore della dolce ed emotiva Linda, interpretata dalla Streep. Quest’ultima, figlia di un uomo alcolizzato, trova rifugio nell’amore di Nick, incapace però di riprendersi dal trauma della guerra e disperso in una Saigon che non perdona. Ma Il cacciatore è anche l’emblema della tragica fine di una storia d’amore tra la nostra attrice e il suo compagno dal 1975, l’attore John Cazale, che non è sopravvissuto alla fine delle riprese, a causa di un cancro.

Jill in Manhattan (1979) di Woody Allen

Sullo sfondo di una poetica New York in bianco e nero, Woody Allen dipinge le contraddizioni e le complessità dell’amore nella sua pittoresca cornice letteraria. Così Manhattan, proiettato in sala dopo il precedente successo Io e Annie (1977) riporta la musa Diane Keaton sullo schermo. Tra lei e la giovanissima fidanzata di Allen (Mariel Hemingway) si inserisce nella cornice romantica anche Meryl Streep, nelle vesti di Jill, ex moglie del cinico Woody ,che ha scritto un libro sul loro matrimonio. La pervade una bellezza algida, un’eleganza borghese e una maturità più pregnante rispetto al suo fanciullesco personaggio precedente.

Molly Gilmore in Innamorarsi (1984) di Ulu Grosbard

La stessa New York, ma attraverso lo sguardo del regista belga Ulu Grosbard torna nel 1984 con una delle storie d’amore più celebri di Hollywood. Si tratta di Innamorarsi, dove la Streep recita nuovamente accanto a De Niro. Il loro amore vive clandestino al di fuori delle rispettive vite coniugali, ma è scritto nel destino di un romanticismo fiorito in una libreria Rizzoli. Qui la Streep abbandona il sarcasmo della Jill di Woody Allen per abbracciare una moglie, prosciugata dall’indifferenza del marito e una madre, scalfita dal dolore per la perdita del figlio. Così il suo spirito rinasce sotto l’ebbrezza del sentimento, in quella voglia di scoprirsi e innamorarsi senza sapere cosa accadrà l’indomani.

Madeline Ashton ne La morte ti fa bella (1992) di Robert Zemeckis

Qual è il segreto dell’eterna giovinezza? Ce lo racconta Robert Zemeckis, in un’irriverente e pepata pellicola che indaga il desiderio di una bellezza immortale: La morte ti fa bella (1992). Ecco dunque che Meryl Streep interpreta Madeline Ashton, superba attrice che ammalia, con il suo seducente magnetismo, un impacciato Ernest Menville (Bruce Willis). A stuzzicarla è il profumo dei soldi, del successo e dell’idillio di un futuro patinato in cui lei possa per sempre conservare il corpo tonico e la pelle piallata. Cosa c’è di meglio, dunque, che affidarsi a un costosissimo elisir di giovinezza. Ma le cose non vanno come previsto e Meryl brilla in una spontanea verve da blonde bitch che l’allontana dal dramma o dalla commedia autoriale per un cult intramontabile in salsa pop.

Francesca Johnson ne I Ponti di Madison County (1995) di Clint Eastwood

Disponibile su Netflix, I Ponti di Madison County (1995), è un classico della filmografia di Clint Eastwood. Qui veste i panni di regista e attore protagonista, ma il suo fascino non si condensa nell’ipnotismo magnetico della Trilogia del Dollaro quanto nell’esotismo di un fotografo di origini italiane del National Geographic. Ed è lui a catturare l’attenzione di Francesca Johnson, il nuovo volto di Meryl Streep in una fattoria dell’Iowa. Ancora una volta nelle vesti di moglie e madre, la nostra paladina vive quattro giorni di amore passionale con Eastwood, prima che quel sogno romantico evolva in un esito struggente. Questa volta Meryl non ritrova il suo De Niro dopo tanto tempo, ma rimane accanto al marito, conservando la memoria eterna di quella fugace storia passata.

Clarissa Vaughan in The Hours (2002) di Stephen Daldry

Adattamento del romanzo Le Ore di Michael Cunningham, The Hours correla le storie di tre donne unite da una figura simbolica della letteratura, Virginia Woolf. In particolare è il celebre romanzo Mrs. Dalloway, che incanala un’intera esistenza esperienziale in 24h, a unire la stessa Virginia Woolf (Nicole Kidman) negli anni Venti, la casalinga Laura Brown (Julianne Moore) negli anni Cinquanta, e Clarissa Vaughan. Quest’ultima è la Streep della maturità attoriale, incorniciata da un’anima da artista, nei suoi abiti shabby chic, e vicina alle ultime ore dell’uomo da lei amato in gioventù e ora malato di AIDS. Ancora una volta torna la componente drammatica ed emotiva di una donna che ha vissuto con travolgente intensità la sua vita.

Josephine in Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi (2004) di Brad Silberling

E se la stravaganza mirifica del Conte Olaf (Jim Carrey) domina Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, la zia Josephine interpretata dalla Streep è la ciliegina di questo visionario film del 2004. Lei, una donna sola impaurita dal mondo, isolata in una casa abbarbicata sul lago, è una degli intriganti custodi degli orfani Baudleaire, condotta, come gli altri, verso un tragico destino. Così memorabile è la scena del lago intriso di sanguisughe, così come tutti gli avvertimenti di una timorata signora che si rivelano tristemente reali. Nella cupa oscurità di una casa avvolta dai libri e senza calore, per paura del fuoco, Jospehine è una vedova spaventata e fragile, che vive nei ricordi.

Miranda Priestley ne Il Diavolo Veste Prada (2006) di David Frankel

“Sei pregata di disturbare qualcun’altra con le tue domande!”  Sì, è proprio lei, la maligna quanto invidiabile maestra di vita e stile, Miranda Priestly. Proprio la sua meravigliosa performance ne Il Diavolo Veste Prada (2006) l’ha resa un’icona attitudinale, dalle cui labbra lo spettatore pende con ammirazione, mentre l’alter ego di Anna Wintour si destreggia in frecciatine alla sua assistente, Anne Hathaway, con un aplomb disinteressato. Per la prima volta, quindi, la Streep non appare come una trasognata hippie o una romantica donna dalla storia drammatica, ma come una diva su scarpe firmate che tutti vorremmo, e non vorremmo, incontrare.

Donna Sheridan in Mamma Mia! (2008) di Phyllida Llyod

E se non era ancora stato citato un altro talento di Meryl Streep lo rimarchiamo ora. Ebbene sì, la bionda sirena hollywoodiana canta. Soprattutto in un musical che ha consacrato la sua aura libertina e spensierata, immortalandone l’eterna risata, Quella che l’accompagna nel locus amoenus di un’isola greca a ritmo delle canzoni degli ABBA per il film Mamma Mia!, succeduto dall’altrettanto frizzante sequel Mamma Mia! Ci Risiamo, intriso però di una più profonda malinconia che caratterizza il personaggio di Donna Sheridan e il rapporto con la figlia (Amanda Seyfried) a cui non vuole rivelare l’identità del padre. Perché qui la Streep è in pieno una donna indipendente, libera e dionisiaca.

Zia March in Piccole Donne (2019) di Greta Gerwig

Chiudiamo con l’ultimo piccolo capolavoro di Greta Gerwig, che porta sullo schermo il classico letterario di Louisa May Alcott. La sua versione di Piccole Donne (2019) non vanta solo volti del calibro di Laura Dern e Saoirse Ronan, ma investe in un protagonismo corale femminile affidato a una riflessione attuale sulla donna. E laddove la protagonista, Jo March, lotta per l’emancipazione, la Streep torna tra i pizzi e i merletti in nero della Zia March, per cui il matrimonio è puramente una condizione economica, che lei ha evitato, in quanto dannatamente ricca. Un gusto piccato per l’ironia ci regala un’altra grande perla attoriale.


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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