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Minari

Minari, radici in una nuova terra

8 minuti di lettura

Minari è una pellicola drammatica del 2020, scritta e diretta da Lee Isaac Chung: regista statunitense con origini sud coreane.

Il film, oltre a ricevere un elevato numero di candidature per diversi premi, portando l’attrice Yoon Yeo-jeong  a vincere ai BAFTA nella categoria migliore attrice non protagonista, si è aggiudicato un Golden Globe per il miglior film straniero e si è guadagnato 6 nomination ai prossimi Oscar; tra le candidature figurano anche quella alla miglior sceneggiatura originale, al miglior regista e alla miglior colonna sonora. Le musiche sono originali e create dal compositore Emile Mosseri.

Minari è una pellicola semi-autobiografica ispirata alla vita del regista stesso, cresciuto in una famiglia emigrata dalla Corea del sud. Lee Isaac Chung appartiene alla “seconda generazione”, ovvero la generazione di bambini nati in America da genitori Coreani arrivati nel paese negli anni ’70-’80.

Il regista ha trasposto sul grande schermo una parte molto intima e delicata della propria vita: l’infanzia; momento che, in generale, contiene in sé l’esperienza estremamente unica della crescita aprendo uno spiraglio per la futura ricerca del proprio posto e della propria identità. Infatti, Minari è girato agli inizi degli anni ’80 ed è come se il regista si rispecchiasse nel bambino David (Alan Kim).  Quello che fa Lee Isaac Chung è narrarci un’emozione rinchiusa in una storia; raccontata per lasciarla in eredità a sua figlia e darle una chiave di lettura sul mondo che la circonda.

Crescere in una nuova terra

 “Devono vedermi avere successo in qualcosa per una volta. Anche se fallisco devo finire ciò che ho iniziato”

Minari è un film americano recitato sia in coreano sia in inglese. Potrebbe essere considerato una rilettura del tanto decantato sogno americano attraverso gli occhi di un bambino: David. Il bambino è figlio di genitori Coreani immigrati in America. David e sua sorella Anne (Noel Cho) sono i primi testimoni dei sacrifici e delle difficoltà a cui i genitori si devono sottoporre vivendo in un paese a loro sconosciuto, un paese che non capiscono a pieno; cercando sia di valicare le barriere linguistiche  sia di convogliare le differenze culturali, per far crescere i bambini in modo sano, avvicinando radici antiche e salde ad un ambiente nuovo e scosceso.

I coniugi Yin cercheranno di ricreare un frammento di Corea del sud in una campagna americana nello stato dell’Arkansas. Jacob (Steven Yeun), il padre dei bambini, ha il sogno di costruire, in un luogo all’apparenza desolato ed abbandonato, una coltivazione di prodotti Coreani. 

Un giardino dell’Eden ancora possibile

Jacob descrive questa campagna come il “giardino dell’Eden”, ponendo in esso tante aspettative di serenità e realizzazione. Il modo in cui Minari ci viene raccontato sembra trasferire questa sensazione, oltre ad una palpabile delicatezza che si intreccia con una sensazione di fragilità ed instabilità. I colori sono molto caldi ed il regista sceglie di  aggiungere un piano narrativo alla storia attraverso i paesaggi torridi della campagna americana. Le atmosfere naturali che si vanno a creare sono statiche, come ferme nel tempo, e i grilli ne fanno da sottofondo.

La natura è quindi molto presente in tutti i suoi elementi: scene di tramonto e di alba affiancate da scene in slow motion inserite per dilatare il tempo e dare questa sensazione di pace. Da contrappeso a ciò si creano diverse situazioni che andranno a scombussolare questo equilibrio apparente e porteranno la famiglia a fronteggiare alcune difficoltà, per ritrovare infine la pace in una natura che cresce.  

Radici culturali tra Stati Uniti e Corea del Sud

 “Le ferite fanno parte della crescita”

In Minari la cultura e la lingua coreana vengono trasmesse dai genitori ai figli. Le radici, che Jacob e sua moglie cercano di mettere, sia materialmente sia in maniera figurata, sembrano incontrare una terra ostile ed ancora acerba. Tali radici, acquisite da una terra lontana e trasportate con sé dall’altra parte del mondo, costituiscono per i coniugi Yin un tesoro che definisce la loro identità. Questo bagaglio culturale i genitori desiderano consegnarlo ai figli, nati e cresciuti in America.

I bambini vivono all’interno di una polarizzazione: o Americani o Coreani; ma alla fine assorbiranno entrambe le due culture nella maniera più naturale possibile. David e Anne avranno un impatto molto forte con una parte significativa della loro identità grazie al personaggio della nonna Soonja (Yoon Yeo-jeong), arrivata direttamente dalla Corea del Sud fino agli Stati Uniti. L’arrivo della nonna è un evento scatenante, che andrà a ribaltare gli equilibri della famiglia e aggiungerà ulteriori sfide. Sarà proprio la nonna, però, a costruire metaforicamente un ponte tra i due mondi attraverso una pianta: il Minari

 Minari simbolo di speranza

 “Sai cos’è Minari?”

Il Minari è una pianta che cresce in Asia e che ha bisogno di poca cura per crescere. La pianta viene portata negli Stati Uniti dalla nonna dei bambini e verrà piantata a ridosso di un piccolo fiumiciattolo, dove crescerà indisturbata e con poche attenzioni. Particolare è come il regista definisca la scelta di questo titolo, dicendo che la pianta cresce più forte la seconda volta. Il significato allegorico che viene dato a questa pianta è bellissimo nonché prezioso.

Infatti, è come se il Minari, che alla fine riaccenderà la speranza nel cuore della famiglia dopo numerosissime peripezie, fosse simbolo dei bambini che crescendo in una nuova terra, ma con radici identitarie ereditate dai genitori, cresceranno più forti, proprio come il Minari sulla riva di un fiume.

Minari è quindi un film delicato, raccontato in modo vero ed impreziosito dalle sue suggestive colonne sonore che ci permettono un’immersione nel film e nella sua atmosfera. Minari è una storia unica e peculiare ma che ha la straordinaria capacità di parlare per ed a molti, infatti non parla solo di immigrazione ed integrazione ma anche e soprattutto di: famiglia, amore, crescita e di sentirsi nel proprio posto. 


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Giulia Maglione

Mi chiamo Giulia, ho 21 anni e vivo a Milano. Sono una studentessa universitaria e frequento il 3^ anno di Scienze linguistiche. Mi definisco una persona molto curiosa e che si appassiona facilmente alle cose. Mi affascina molto la scrittura ed in particolare poter sviluppare sempre un mio punto di vista sulle cose. Adoro particolarmente le giornate di pioggia e gli anni '80.