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Monaco: sull’orlo della guerra, un film da guardare con occhio critico

11 minuti di lettura

Monaco: sull’orlo della guerra è il nuovo film targato Netflix, presente sulla piattaforma streaming dal 21 gennaio. La pellicola è tratta dal romanzo Monaco concepito dallo scrittore britannico Robert Harris, famoso per aver scritto, tra le tante opere, L’ufficiale e la spia, da cui è stato concepito l’omonimo film diretto da Roman Polanski. Alla regia di Monaco: sull’orlo della guerra troviamo Christian Schwochow, regista tedesco celebre per aver girato qualche puntata della terza stagione della serie TV The Crown.

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Monaco: sull’orlo della guerra cerca di ricostruire uno degli avvenimenti più cruciali del Novecento, nello specifico alla vigilia del secondo conflitto mondiale. E lo fa intrecciando le vicende di due amici che si ritrovano, dopo molti anni, a condividere un unico fine: impedire lo scoppio della guerra. L’opera di Schwochow vanta un cast davvero unico. Abbiamo attori del calibro di Jeremy Irons, che, di certo, non ha bisogno di presentazioni; George MacKay, per nulla neofita di un film a sfondo storico dal momento che ha vestito i panni del soldato William Schofield in 1917 di Sam Mendes; e, ancora, l’attore tedesco Jannis Niewohner, la cui interpretazione è davvero degna di nota.

Come L’ora più buia o Il discorso del re, Monaco: sull’orlo della guerra si unisce a tutte quelle pellicole che indagano sui alcuni momenti salienti del secolo scorso. E il più delle volte tali avvenimenti restano all’oscuro di molti, giacché le vicende narrate acquistano un ruolo di secondo piano rispettano alle fasi più cruciali. Si sa, quando sentiamo parlare di Seconda Guerra Mondiale ci vengono in mente o le battaglie più importanti o le cronache più macabre del genere umano. Ma cosa accadde prima di tutto questo?

Monaco: sull’orlo della guerra. Due amici, due destini diversi

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Il film si apre nell’anno 1932. Tre giovani, Hugh Legat, Paul von Hartmann e Lenya, si trovano presso l’Università di Oxford per festeggiare il termine del loro anno accademico. Sono ubriachi e felici, ma soprattutto ignari del loro futuro. Sono brillanti, intelligenti, molto vicini alle idee politiche del tempo. Hugh, britannico, non nasconde simpatie con le istanze più liberali e democratiche, mentre Paul, giovane tedesco che avrà sicuramente visto la crisi del proprio paese al termine del primo conflitto mondiale, sostenitore del partito che al quel tempo godeva di una maggior importanza: il Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (NSDAP).

Queste divergenze politiche li porteranno, a distanza di anni, a una discrepanza del loro rapporto, tanto che, come si evince in una scena di Monaco: sull’orlo della guerra, Hugh nota come Paul sia diventato un fanatico e parla proprio come il leader del rispettivo partito politico: Adolf Hitler. Paul, come tanti della sua generazione, vede in Hitler il sogno di una rinascita, di un riscatto, di una rivincita dai soprusi delle democrazie occidentali. Ma ancora non sa che, così facendo, sta solo alimentando i sogni di un mostro.

Al termine della scena in cui i tre sono felici e spensierati, Monaco: sull’orlo della guerra si sposta nel 1938. I venti di guerra sembrano soffiare, tanto che Hugh cammina per una Londra che si sta preparando all’ennesimo conflitto. Egli lavora come diplomatico al servizio del primo ministro inglese, Neville Chamberlain, il quale, consapevole del pericolo Hitler, cerca di addomesticare il Fuhrer per mezzo della diplomazia. Vuole evitare a tutti i costi lo scoppio di una guerra. E non perché teme che la Gran Bretagna non sia preparata, semplicemente perché ha visto, con i propri occhi, gli orrori della Prima Guerra Mondiale e non vuole che tutto questo si possa ripetere.

Dalla parta opposta, Paul von Hartmann lavora all’interno del ministero estero nazista. Ma, ironia della sorte, è invischiato in una congiura che vuole, a tutti i costi, destituire Adolf Hitler, attuando un vero e proprio colpo di Stato con l’intento di rovesciare il potere, così da evitare le mire espansionistiche del Fuhrer.

La notizia di tale congiura giunge alle orecchie dell’MI6, il quale organizza un’operazione segreta per agganciare il giovane tedesco. E obbliga proprio Hugh Legat a stabilire i contatti con il suo amico. L’occasione ideale sarà proprio il 29-30 settembre del 1938, giorno in cui si svolge la famosa Conferenza di Monaco, che vide Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania riunirsi per discutere di una questione molto importante: i Sudeti.

Monaco: sull’orlo della guerra è una storia vera? La politica dell’appeasement nel film Netflix

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Appeasement è il termine con il quale si indica la strategia politica adoperata da Neville Chamberlain per addomesticare Hitler, così da evitare, (o, al massimo, ritardare) lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. E tale strategia si disponeva ad accettare le pretese del Fuhrer, confidando nel fatto che il raggiungimento dei principali obiettivi revisionisti della Germania ne avrebbe stemperato l’aggressività. Ciò comportò l’Anschluss dell’Austria, dove Hitler riuscì a imporre un governo con la presenza di esponenti nazisti; annessione ratificata, tra l’altro, da un plebiscito.

Nel settembre del 1938 fu la volta della Cecoslovacchia, da cui Hitler pretese la cessione della regione dei Sudeti, abitata a maggioranza dai tedeschi. Chamberlain, sempre più convinto della strategia, e sebbene l’opinione pubblica fosse del tutto contraria, cercò di accontentare le richieste di Hitler. Da qui l’idea di convocare la conferenza a Monaco, con il preciso scopo di discutere il destino dei Sudeti. Ciò che ne conseguì fu l’annessione della regione, con la speranza che tale provvedimento avrebbe appagato Hitler. Ma, ovviamente, come la storia insegna, ciò non fu sufficiente.

Monaco: sull’orlo della guerra è una storia vera? Diciamo che si muove all’interno di questo panorama. Illustra, a grandi linee, non tanto la fallimentare politica dell’appeasement, quanto l’impossibilità di contenere le politiche estere aggressive. La storia ha più volte accusato Chamberlain di essere stato un vigliacco, un ingenuo nell’aver trattato con Hitler. A posteriori sembrano emergere le parola di Churchill ne L’Ora più Buia, quando afferma che non si può trattare con una tigre quando la propria testa è nelle sue fauci.

Ma in Monaco: sull’orlo della guerra sembra emergere il reale scopo prefissato dal primo ministro inglese, ovvero quello di prendere tempo, così da acconsentire agli Alleati di organizzarsi al meglio per combattere la Germania nazista. Forse Chamberlain non era ingenuo; sapeva che Hitler avrebbe prima o poi fatto scoppiare un nuovo conflitto. In cuor suo, tuttavia, confidava nella speranza che la guerra sarebbe stata evitata. Speranza vana, dal momento che l’anno successivo alla conferenza, il Fuhrer avrebbe pretesto il corridoio di Danzica, invitando gli Alleati al riarmo. La mezzanotte del 1 settembre 1939 era quasi scoccata. Mancava solo udire i suoi rintocchi.

Una storia… parziale

Moncao: sull'orlo della guerra Jeremy Irons

Realizzare un film a sfondo storico non è mai semplice. Cercare di mantenere una obiettività dei fatti è un lavoro arduo e faticoso, merito, soprattutto, il realizzare l’opera per mezzo di fonti certe. Se poi quest’ultimo è sulla Seconda Guerra Mondiale, la cui dicotomia bene-male deve mantenersi salda sui rispettivi canoni dettati da Hollywood, la fatica si raddoppia.

Monaco: sull’orlo della guerra si costruisce, sì, sulla veridicità dei fatti. Al che, però, è lecito sottolineare come gli avvenimenti narrati sembrino filtrati dall’occhio soggettivo del regista. Un campanello di allarme, infatti, lo si può riscontrare nella scelta degli attori che hanno vestito i panni di Hitler e di Mussolini, i quali appaiono come delle banali e inutili caricature: il primo magro e smunto; il secondo più alto e più robusto del previsto, senza contare che non pronuncia neanche una parola e appare come il semplice fantoccio del Fuhrer.

Storicamente, Mussolini riuscì a redarguire il suo fedele Alleato. E Chamberlain (che, guarda caso, è identico!) dovette ringraziare il Duce se Hitler acconsentì all’incontro. Questo emerge, per carità. Ma l’idea che sta alla base è quella che tutto è merito della Gran Bretagna. Persino Daladier, il primo ministro francese, non compare e non dice neanche una parola.


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Classe ’93, vivo a Taranto, città che un tempo era l’angolo di mondo che più allietava il poeta latino Orazio. Laureato in lettere, trovo nella letteratura un grande appagamento dagli affanni quotidiani. La mia vita è libri, scrittura, film e serie TV. Sogno di fare della cultura il mio pane quotidiano.

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