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Monica e il recupero dell’abilitazione identitaria

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7 minuti di lettura

Il calendario del Festival Internazionale della Mostra del Cinema di Venezia parla chiaro: il passato e i traumi che viviamo stratificano il nostro essere fino a renderci ciò che siamo. Ne parla Vera, di Tizza Covi, come Bardo di Inarritu. Quest’anno il 79esimo appuntamento al Lido ci dà l’occasione per riflettere su cosa siamo, su come sia organizzato dentro di noi tutto ciò che abbiamo esperito a partire dalla nostra nascita fino ad oggi. Monica, il secondo film italiano in Concorso di Andrea Pallaoro, coglie lo spirito del Festival invitandoci a riflettere sulla precarietà dell’identità umana.

Qualcuno ti cerca, è il passato

Monica Pallaoro NPC Magazine

Dopo una lunga assenza, Monica (Trace Lysett) viene chiamata per fare ritorno a casa e passare del tempo con sua madre, la quale, colpita da un tumore molto grave, sta vivendo agli ultimi giorni di vita. Il passato che Monica ha cercato per anni di lasciarsi dietro sta bussando alla porta, chiedendo di essere ripreso e affrontato per riuscire a colmare i vuoti che riempiono da sempre la sua esistenza.

A partire dalla propria esperienza personale, l’autore di Monica racconta una storia densa e complessa: quella del riscatto umano, del bisogno istintivo di proteggersi dal dolore provocato dal rifiuto e dall’abbandono. Ed è questo il percorso intrapreso da Monica, la via della separazione come unica strada per la sopravvivenza identitaria, fino a quando tutte le porte che aveva scelto di chiudere reclamano di essere aperte. La negazione dell’amore materno ha provocato lo spaccamento identitario di una donna che vive nel terrore di un nuovo abbandono.

Il conflitto con la macchina da presa

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Il rifiuto materno, questo deve essere stato l’innesco di una vita condotta ai margini emotivi. Una vita vista di profilo, così come l’inquadratura che le riserva Andrea Pallaoro per tutta la durata di Monica. Primi piani strettissimi su un volto velato di dispiacere. La camera è la proiezione esatta del complesso mondo interiore.

La macchina da presa è inchiodata su piani stabili che non vacillano mai, e guarda Monica con apparente disinteresse, la vede ma non la studia, la osserva da vicino ma non la esorta mai. Durante la proiezione lo spettatore è portato a chiedersi se questa camera sia effettivamente interessata alla protagonista del film che, quasi rifiutandola la osserva immobile, lasciando che evada dal quadro durante i suoi movimenti.

Lo strumento di ripresa sembra spento, assente, che come un oggetto privo di vita viene preso e spostato senza badare a dove venga posizionato. Ma la camera è la coscienza interiore di Monica, del suo modo di guardare il mondo, impotente e distrutta dall’incapacità di amarsi.

Le conseguenze del rifiuto

Cosa sappiamo di Monica? Di questa donna impariamo a conoscere pian piano il dolore che l’affligge, senza che lei dica mai nulla perché sono gli altri personaggi a darci indicazioni sul suo passato. Di Monica percepiamo la sua profonda insicurezza, il suo bisogno disperato e avvilito di amare e la sua paura più grande: il timore dell’abbandono.

La donna è sempre al telefono, manda messaggi di scuse, di rabbia, ma il più delle volte si tratta di messaggi registrati in segreterie telefoniche che probabilmente non saranno mai ascoltate. Monica ama qualcuno e questo/a la sta abbandonando. Di nuovo.

La mise en quadre è essenziale e spoglia, così come il montaggio ridotto a mero strumento di concatenazione degli eventi, nulla piroetta, niente si muove, tutto è fermo. Il ritratto intimo di questa donna è colmo di punti di domanda sulla propria identità, interrogativi simbolici espressi con un uso massiccio di quadri, specchi e vetri che filtrano sempre il volto della donna.

Il perdono come strumento di guarigione

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Per Andrea Pallaoro Monica è il secondo capitolo di una trilogia iniziata con il suo precedente film, Hannah. Il film in concorso prosegue infatti la riflessione, già iniziata con l’opera precedente, sulle dinamiche dell’abbandono e delle sue conseguenze.

“In Hannah scivolava in una spirale sempre più straziante, vittima di un crollo emotivo e psicologico in cui a poco a poco perde la consapevolezza di sé stessa e della sua identità”. “In Monica, invece, assistiamo a un processo in qualche modo inverso, che fa della protagonista un’autentica eroina moderna, capace di perdonare e rialzarsi, facendo i conti con i traumi e le ferite del proprio passato”.

Il rientro a casa sarà per Monica lo strumento necessario per risanare le ferite emotive di un passato costruito a partire dal rifiuto materno. Ed è proprio la capacità di perdonare della donna che le consentirà di guardare al trauma con occhi nuovi e con le braccia di una figlia che ha scelto di abbracciare una madre ridotta a bambina bisognosa di cure. Un abbraccio tenero, doloroso e guaritore quello con cui Monica, figlia ormai donna, accoglie l’anziana donna alla fine di una vita. La guarigione per Pallaoro è tutta condensata qui: nella capacità di accogliere il dolore con gentilezza, senza temerlo, senza ostacolarlo. La cura sopraggiunge quando dimostriamo essere entrati nella fase della vita in cui siamo finalmente pronti per analizzare gli spettri del trauma, integrandoli poi con disciplina, nelle fibre dell’esistenza.


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