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Intervista a Chiara Troisi, unica italiana nella selezione Venice Immersive di Venezia79

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2 minuti di lettura

Incontriamo Chiara Troisi all’isola del Lazzaretto. Siamo noi a volerla lì, e non al Lido. La distinzione di spazi aiuta il discorso. Serve essere dove la VR popola un mondo proprio. Chiara è l’unica italiana nella selezione Venice Immersive. Quando le chiediamo se prevalga l’orgoglio o la solitudine sorride e sceglie la sintesi. In un attimo però stiamo parlando di “potenzialità inespresse” per un’arte che richiede attenzioni (e fondi). Il suo MONO mette in fila idee e provenienze. Chiara Troisi viene dalla scenografia. L’opera Immersiva in uno spazio 360 gradi (“365”, in un lapsus che parla di ambizioni) ha infatti un taglio teatrale. Gli ambienti sono due. Prima nella casa della protagonista, poi fuori, nella natura che libera – per un solo istante – dal peso del grigiore che sovente domina il quotidiano. Il tormento arriva in soluzioni da palco, con il punto di vista del visore che accentua la claustrofobia monocroma.

All’aperto, dove si torna a respirare, Chiara tira le fila con un’idea di cinema. In una carrellata abbandoniamo la protagonista. La chiusura lascia il passo a un panorama, prima campo lungo e poi lunghissimo. Tranne che per l’esplorazione fissa, MONO non concede libero movimento. Chiara ha l’ambizione della cineasta, il punto macchina lo firma lei.

La sua Realtà Virtuale, che chiama “espressione immersiva”, concede comunque allo spettatore l’opzione di ignorare il centro. Ci guardiamo attorno, esplorando un racconto che è disseminato nei luoghi e prosegue l’azione al centro. Anche a questo serve l’origine scenografica di Chiara: lo spazio dev’essere un intero narrativo, insieme compiuto che rimanda al centro dell’azione e che prevede la possibilità di essere ignorata e comunque vissuta. Chiara Troisi ha diretto MONO e vede nella VR un modo tra i tanti, medium e occasione. Esempio di cineasti futuri, naviganti delle forme miste, esploratori di schermi.


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