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Nanny, un horror che vuole essere tutto ma non sa di niente

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È solo un esordio, ma ha già fatto la storia. Dopo una breve e limitata parentesi nelle sale statunitensi, il 16 dicembre è arrivato su Prime Video Nanny, primo film horror e secondo diretto da una donna nera ad aggiudicarsi il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival. Una scommessa vinta per la regista Nikyatu Jusu, che in un’intervista per A.frame ha dichiarato: “Dicono di non inserire animali e bambini nel tuo debutto. Io avevo animali, bambini e VFX… sono pazza, ma chiaramente quella pazzia è stata ripagata”.

E se da un lato è da ammirare che, a fronte di un budget decisamente modesto, si sia riusciti a ottenere riscontri così notevoli, dall’altro quegli stessi riscontri destano più di qualche perplessità dopo la visione del film: perché Nanny è, sì, permeato da suggestioni forti, ma è anche ben lontano dall’essere riuscito.

Il sogno americano è un incubo acquatico

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Protagonista di Nanny è Aisha (Anna Diop), donna senegalese emigrata a New York con la speranza di costruire un futuro dignitoso per lei e suo figlio di sette anni, che vorrebbe portare negli Stati Uniti. Quando viene assunta come tata da una ricca coppia bianca dell’Upper East Side, la possibilità di racimolare abbastanza soldi da realizzare il suo sogno diventa sempre più concreta, ma i mancati pagamenti scatenano un conflitto di classe ed etnico destinato a degenerare piuttosto rapidamente.

Non solo: Aisha – che intanto intraprende una relazione con Malik (Sinqua Walls), receptionist presso l’edificio in cui lavora – comincia ad essere tormentata da inquietanti visioni e accadimenti legati all’acqua e alle creature del folklore africano, al punto da rendere indistinguibili la realtà e la fantasia.

Nanny è così confuso da colpirsi da solo

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La commistione di più generi può avere risvolti interessanti, e del resto molto cinema degli ultimi anni ci ha sperimentato con esiti felici, da Parasite a Bones and All. C’è però bisogno di una sceneggiatura solida per far sì che funzioni; da questo punto di vista, Jusu pecca d’ingenuità e dimostra un approccio ancora acerbo: Nanny è al contempo un black horror, un dark fantasy alla del Toro e un thriller sociale, ma non riesce a brillare in nessuna di queste vesti per mancanza di profondità narrativa.

L’impianto del racconto si appoggia a un inadeguato tell, don’t show che, soprattutto nella prima metà, relega i conflitti a esposizioni a posteriori piuttosto che mostrarli direttamente. Così facendo, viene a mancare quel build-up, quel pathos necessario alla riuscita del terzo atto, già indebolito dall’assoluta bidimensionalità dei personaggi, mere marionette alla mercé delle necessità narrative. A coronare il tutto c’è il finale eccessivamente rapido e anche un po’ telefonato, che non riesce a salvare granché.

Sul versante prettamente registico non sono riscontrabili particolari guizzi creativi, mentre gli effetti speciali non brillano per verosimiglianza a causa della ristrettezza economica. Le uniche punte di diamante di Nanny sono Anna Diop, che si dimostra un’ottima interprete, e la fotografia, capace di giocare con le luci di un ambiente casalingo che avrebbe potuto essere teatro di un film molto più grande e molto meno perso nelle sue ambizioni.


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Classe 1999, pugliese fuorisede a Bologna per studiare al DAMS. Cose che amo: l’estetica neon di Refn, la discografia di Britney Spears e i dipinti di Munch. Cose che odio: il fatto che ci siano ancora persone nel mondo che non hanno visto Mean Girls.

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