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No Time to Die: il sottile filo tra tradizione e innovazione

Il nuovo 007 cambia tutto, forse

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11 minuti di lettura

Dopo tante tribolazioni e rimandi, è finalmente uscito uno dei film più attesi degli ultimi anni, nonché il capitolo finale della storica saga spionistica di James Bond: No Time to Die. Diretto dal regista della prima stagione di True Detective, Cary Joji Fukunaga, No Time to Die ha finalmente fatto il suo debutto nelle sale il 30 settembre, con somma gioia di fan e pubblico. Si sono create molte aspettative per questo nuovo, e forse ultimo, film di 007, in parte anche a causa dei numerosi rimandi che ha subito per il COVID-19. Ma adesso l’attesa è finita, e con essa le tante speculazioni sviluppatesi in questi ultimi mesi.

Il ritorno in stile di James Bond

no time to die james bond daniel craig

L’ultima volta che avevamo visto Daniel Craig nei panni dell’iconica spia era stato nel 2015, nel quarto capitolo di questa nuova saga di James Bond, Spectre, che si conclude con Bond e Madeleine Swann (Léa Seydoux) che guidano verso l’orizzonte a bordo dell’iconica Aston Martin DB5. No Time to Die riprende da quella fuga d’amore, e dopo un prologo flashback ambientato parecchi anni prima, ci mostra i due innamorati in una lussuosa vacanza a Matera, fotografata magistralmente dal direttore della fotografia Linus Sandgren, ricorrente collaboratore di Damien Chazelle. Conoscendo il pericoloso mondo di Bond, ovviamente la vacanza si rivelerà tutt’altro che un pretesto per rilassarsi, e incomberà subito un imprevisto, che obbligherà Bond ad abbandonare Madeleine.

È a questo punto che partono i tradizionali, stilosissimi titoli di testa presenti in ogni film di James Bond, questa volta accompagnati dal brano di Billie Eilish, che presta il titolo del film No Time to Die. Il film prosegue subito poi con un’esplosiva scena d’azione, introducendoci finalmente alla premessa di questa nuova missione.

Tornano i soliti volti noti della saga: oltre ai membri del MI6 M, Q, Eve Moneypenny e Bill Tanner (Ralph Fiennes, Ben Whishaw, Naomie Harris e Rory Kinnear), ritroviamo anche Felix Leiter (Jeffrey Wright), che si rivelerà cruciale per il coinvolgimento di Bond nella missione, e la diabolica nemesi di Bond, Blofeld (Christoph Waltz), che tira ancora le fila dalla sua cella di massima sicurezza.

Le new entries in No Time to Die sono la tradizionale Bond girl Paloma (Ana De Armas), che collabora con Bond in un breve sipario ricco d’azione, il tradizionale villain sfigurato con isola privata Lyutsifer Satin (Rami Malek), e, ultima ma non ultima, la tutt’altro che tradizionale nuova agente 00, Nomi (Lashana Lynch), che potrebbe rivelarsi estremamente cruciale nei prossimi incerti passi del franchise Bond.

No Time to Die, o come rinnovare un franchise

È sicuramente interessante osservare come, in una saga ormai vecchia di più di 50 anni, anche in No Time to Die si preservino ancora quegli stilemi e quelle caratteristiche tradizionali, imprescindibili di James Bond, anche se nel mondo di oggi risultano estremamente datati. Certo, il genere cinematografico dello spionaggio è stato praticamente plasmato dai film di Bond, a cui si è ispirato ad esempio il franchise americano di Mission: Impossible, che adesso vanta la bellezza di 6 film, con altri due attualmente in cantiere.

Ma come ogni film del famoso agente britannico, anche in No Time to Die ci sono alcuni topoi che non possono fare a meno di annoiarci: la già citata isola deserta del villain è stata parodiata così tante volte che ormai si fatica a prenderla sul serio, visto anche che si era già vista in questa saga, con toni meno fumettistici, in Skyfall.

Oppure la presenza obbligatoria di una Bond girl vestita in abiti succinti appositamente per il male gaze (anche se Paloma rimane probabilmente una delle pochissime Bond girls con cui Bond non intrattiene rapporti sessuali). Inoltre il solito machismo arrogante rimane la caratteristica principale della spia protagonista (e ben venga), ma in alcuni tratti rischia quasi di sembrare misogino, o comunque fuori luogo.

Questi e altri sono tutti temi invecchiati malamente. Ma sono anche imprescindibili: non si possono togliere a un film di Bond le caratteristiche che lo rendono un film di Bond.

Attenzione, qui iniziano gli spoilers!

no time to die james bond

Ed è qui che entrano in gioco dei fattori di novità molto interessanti, nonché altamente controversi per i fan accaniti della saga. In No Time to Die, come già detto prima, viene introdotta una nuova agente 00, Nomi, che prenderà proprio il numero in codice di Bond, dopo gli eventi di Matera e il suo conseguente ritiro dal MI6.

Sorprende molto (e preoccupa alcuni) la possibilità che l’iconico titolo di 007, tradizionalmente affidato a James Bond, uomo caucasico britannico, possa essere adottato da una donna africana. Ma No Time to Die rappresenta anche un possibile tentativo di scrollarsi di dosso quel vecchiume un po’ tradizionalista del franchise. Un’altra scelta molto rischiosa, e molto contro corrente, è stata quella di rendere il buon vecchio James Bond il padre di una bambina di cinque anni (la giovanissima Lisa-Dorah Sonnet), avuto con Madeleine. Bond ovviamente è all’insaputa della sua esistenza fino alla metà del film, ma è una mossa decisamente fuori dal personaggio (se si pensa alle versioni più letterarie e alle precedenti incarnazioni nei film).

In realtà il Bond di Daniel Craig ha mostrato sin da Casino Royale (2006) un lato molto più tenero rispetto ad altre sue versioni (basti pensare alla love story con la Vesper Lynd di Eva Green, a cui si rende omaggio nel prologo di No Time to Die), quindi a questo Bond si può permettere di concedergli la costruzione di una famiglia, in special modo con Madeleine, che compariva già in Spectre, e con cui si era già instaurato un forte legame. Tuttavia, questa scelta sembra meno una caratteristica del personaggio di Bond e più una trovata degli sceneggiatori per aumentare la carica emotiva del film.

Un nuovo trend per concludere le saghe?

Attenzione, qui lo spoiler più grande del film!

no time to die james bond daniel craig

Come è stato annunciato molte volte, No Time to Die è l’ultimo film con Daniel Craig nei panni di James Bond, dovuto al lungo rapporto di amore-odio dell’attore nei confronti del suo personaggio e del tipo di attività e stunts richiestigli per il ruolo. Per questo motivo, molti hanno supposto che No Time to Die avrebbe portato alla morte il nostro (in?)fallibile eroe. E, purtroppo o per fortuna, così è stato.

Bond muore, ovviamente, da eroe, salvando il mondo e uccidendo ogni singolo terrorista e scagnozzo presenti nel film, sacrificandosi per il mondo e per il futuro di Madeleine e sua figlia Mathilde. La sua morte, già rilevante e dal forte impatto emotivo, fa quindi destare sospetti sulla scelta di creare una bambina erede di Bond, visto che questo stratagemma di sceneggiatura è stato già adottato in altri film, come ad esempio in Avengers: Endgame, che segna notoriamente la morte del supereroe Iron Man, nonché l’egoista ed egocentrico Tony Stark.

Il suo carattere non è certo quello che promette una buona figura di padre, ma nell’ultimo capitolo della lunga saga della Marvel compare una figlia, proprio per rendere la morte dell’eroe, e quello che ha da perdere nel caso dovesse fallire, ancora più impattante.

O ancora in Logan – anche se non si tratta di una vera e propria figlia ma di un clone con lo stesso DNA dell'(anti)eroe protagonista – succede la stessa meccanica: il protagonista, dal carattere fortemente anti-paternale, scopre di avere una figlia, il che lo coinvolge ancora di più nella propria impresa, perché ovviamente non si può permettere di perderla, e in più gli spettatori si stanno immedesimando nel personaggio, e chi non farebbe tutto il possibile per salvare i propri figli? Sembra quasi un nuovo modo per concludere una lunga saga in grande effetto, lasciando in questo modo aperte le porte per un molto lontano futuro.

Ed è con questa promessa che ci lascia No Time to Die: saga dallo strano ma solido equilibrio tra la tradizione classica del genere spionaggio, e da qualche insolita innovazione che porta un po’ di aria fresca in questo vecchio franchise, il film impacchetta nel complesso una storia piena di azione, emozioni, e il classico stile degno dell’Agente 007.
Arrivederci, signor Bond, è stato un piacere.


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Guglielmo Scialpi

Nato a Roma, studia attualmente al DAMS di Padova.
Vive in un mondo fatto di film, libri e fumetti, e da sempre assimila tutto quello che riesce da questi meravigliosi media.
Apprezza l'MCU e anche Martin Scorsese.

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