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Novecento di Bertolucci, il Grande film italiano sulla rivoluzione

21 minuti di lettura

Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci è considerato tra i film che più hanno saputo cogliere lo spirito del nostro paese, al punto che nel 2008 è stato incluso nella lista dei 100 film italiani da salvare stilata dalle Giornate degli Autori, rassegna autonoma della Mostra del Cinema di Venezia.

A causa della sua durata (cinque ore), il film è stato proiettato in Italia in due atti, mentre in America in una forma ridotta di quattro ore. Presentato fuori concorso al 29° Festival di Cannes, il film si basa su soggetto e sceneggiatura del regista, suo fratello Giuseppe e Franco “Kim” Arcalli, quest’ultimo anche responsabile del montaggio. La fotografia è stata realizzata da Vittorio Storaro, mentre le musiche sono di Ennio Morricone.

Bernardo Bertolucci sul set

Con un cast che comprende attori internazionalmente noti come Robert De Niro, Dominique Sanda, Gérard Depardieu, Donald Sutherland e Burt Lancaster, e attori italiani di rilievo come Stefania Sandrelli, Romolo Valli e Alida Valli, si può considerare Novecento un vero e proprio colossal.

Come molte altre opere del maestro Bertolucci, come Il Conformista, Ultimo Tango a Parigi o The Dreamers, anche Novecento ci chiede di essere scoperto, rivisto, ritrovato. Perché nel cinema di Bertolucci c’è sempre un segreto che attende.

Il Novecento di Bertolucci attraverso le generazioni

Novecento

Per parlare di Novecento, sarebbe meglio partire dalle parole di Bernardo Bertolucci tratte dalla sua intervista del 4 giugno 2016 rilasciata ad Arianna Finos per “La Repubblica”. All’affermazione della giornalista su Novecento come reazione al “pessimismo antropologico di Pasolini”, il regista emiliano risponde quanto segue:

«Pier Paolo con i suoi saggi raccontava la trasformazione sociologica e culturale dell’Italia, da paese contadino a consumistico. Volevo mostrargli che quell’innocenza contadina che lui riteneva sparita c’era ancora. Che i contadini emiliani erano riusciti a preservare, grazie al socialismo, la loro identità culturale. E poi volevo raccontare la grande utopia, la rivoluzione contadina».

Questo film, infatti, affronta quasi un secolo di storia, per l’esattezza il XX secolo, con una grande attenzione sul mondo contadino e sui cambiamenti da esso attraversati. Partendo dalla morte del compositore Giuseppe Verdi il 27 gennaio 1901 e arrivando fino alla liberazione del 25 aprile 1945, con Novecento Bertolucci racconta tre generazioni di padroni e contadini della Bassa emiliana: la famiglia Berlinghieri da un lato e la famiglia Dalcò dall’altro.

Novecento di Bertolucci

Novecento di Bertolucci segue per l’esattezza il rapporto di amicizia e scontro fra Alfredo Berlinghieri (Robert De Niro) e Olmo Dalcò (Gérard Depardieu) – “il figlio del padrone e il bastardo contadino”, come canta il gobbo Rigoletto (Giacomo Rizzo) – che gli spettatori seguono dall’infanzia fino alla vecchiaia. Il tutto si svolge sullo sfondo dello sciopero dei contadini del 1908, delle due Guerre Mondiali, dell’ascesa del fascismo e della nascita del comunismo.

Quella rappresentata da Bernardo Bertolucci è «la grande utopia, la rivoluzione contadina», l’epopea dei contadini umili e oppressi che nonostante l’avanzare della modernità e della violenza della Storia sono riusciti a preservare la loro cultura, le loro radici, e un grande patrimonio di umanità e di resistenza da tramandare alle generazioni future.

Un film con “troppe bandiere rosse”?

La storia vera di Novecento

Un ruolo centrale nel Novecento di Bertolucci, dunque, è assunto dalla lotta tra le classi sociali. Il regista simpatizza molto con la classe dei contadini e le loro idee socialiste, al punto che il film è stato boicottato in America poiché c’erano “troppe bandiere rosse”. L’intento di Bertolucci è subito presente nei titoli di testa, dove oltre al dipinto Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo si legge quanto segue:

«Si ringraziano tutte le contadine e i contadini emiliani che hanno portato i loro volti, con la loro esperienza, con il loro entusiasmo, con i loro canti, con la loro cultura, il contributo insostituibile alla realizzazione di questo film».

Novecento ricostruisce per filo e per segno il mondo contadino della Bassa emiliana, con il suo dialetto e i suoi detti popolari. Il film raffigura i contadini che lavorano alacremente la terra, che lottano per difendere i propri diritti e contro le ingiustizie subite dai loro padroni. Il mondo ritratto da Bernardo Bertolucci è un mondo verso cui nutre un grande debito, come testimonia il suo racconto nella già citata intervista:

«Fino a 12 anni ho abitato in campagna a casa di mio nonno. Accanto c’era la casa dei contadini, il civile e il rustico. Trascorrevo le giornate in questa grande famiglia. Era come se mi sentissi in debito con loro».

Novecento e Robert De Niro

Come tributo al mondo della sua gioventù, Bertolucci decide di trattare il Novecento italiano dalla prospettiva degli umili, dei contadini, protagonisti dal basso della Storia. Questo intento è evidente nella scena iniziale del film, con il soldato fascista che spara al pastore oppure i contadini che infilzano il fascista Attila Melanchini (Donald Sutherland), il “tempo feroce”, la bestia della Storia che con il suo “eccomi!” si consegna ai contadini, che diventano giudici ed eroi pronti a cancellare la violenza del passato.

Dove è stato girato Novecento: la musica di Morricone nel mondo contadino

A rendere il tutto più mitico è l’atmosfera creata dai luoghi dove Novecento è stato girato, ovvero le campagne di Parma, Cremona, Modena e Mantova, e dalle musiche del film di Ennio Morricone. Il tempo del mondo contadino è un tempo mitico, sospeso.

Esso è scandito dalle stagioni – la cui ciclicità è ripresa dalla struttura del film, anch’esso circolare, dato che inizia e finisce con il 25 aprile -, dal suono dell’ocarina, dell’orchestra sinfonica e dei motivetti popolari. I fotogrammi e i piani in sequenza realizzati con il dolly riproducono l’eterno movimento della natura e danno rilievo alla vastità della campagna con le panoramiche, che come racconta il regista nel documentario ABCinema (1975) girato dal fratello Giuseppe danno un senso di suspense, di infinito, poiché tale è il tempo del ricordo e della Storia.

Il mondo contadino assume, così, aurea di universalità, incarnando i valori di resistenza, umanità e compassione propri di chi ha sconfitto il male della Storia incarnato dal fascismo.

La dannazione dei padroni Berlinghieri

Padroni e servitori nel Novecento di Bertolucci

Se i contadini, dunque, sono gli eroi di Novecento, i padroni, invece, sono assieme ai fascisti gli antagonisti di questo film. Secondo l’utopia della rivoluzione contadina, i padroni sono condannati alla rovina, soprattutto a causa della loro rinuncia ai valori della terra e della tradizione a scapito della modernità. Il vecchio Alfredo (Burt Lancaster), capostipite dei Berlinghieri, rivolgendosi al figlio Giovanni (Romolo Valli) dirà quanto segue: “C’è un mare fra noi, fra me e tutti voi altri. Un oceano! Parla, parla…Compra le macchine, lui! E intanto tutto se ne va in malora. Ti ci affetterai le chiappe con quella falciatrice, signor modernista!”.

Alfredo, che si impiccherà nella stalla durante la festa dei contadini, ben comprende che “la dannazione è dentro di noi”, ovvero che quello dei padroni è un mondo sulla via del tramonto, poiché lontana dalla terra e dalla natura. Esemplificativo a questo proposito è l’episodio della cena in famiglia, dove le tre generazioni di Berlinghieri – il vecchio, Giovanni e il piccolo Alfredo (Paolo Pavesi) -si prendono a calci a vicenda, quasi a passarsi la maledizione che coinvolge tutta la famiglia Berlinghieri.

Vittima di questa maledizione, infatti, sarà proprio l’erede dei Berlinghieri, il giovane Alfredo, che non solo prende il nome da quel nonno che ha trasmesso la sua maledizione a tutte le generazioni di padroni dopo di lui, ma indosserà anche la pelliccia del padre Giovanni dopo la sua morte, quasi a indossare quella maledizione che lo condannerà alla rovina.

Come gli rimprovera lo zio Ottavio (Werner Bruhns) al matrimonio con Ada (Dominique Sanda), Alfredo diventerà peggio di suo padre e di tutta la classe dei padroni che per il profitto e la modernità hanno sfruttato le vite dei poveri contadini.

La violenza del fascismo: Attila e Regina

Novecento di Bernardo Bertolucci

È proprio l’inettitudine della classe dei padroni che permette l’ascesa del fascismo. Quest’ultimo diventa l’arma per contrastare l’ascesa della classe dei contadini, che matura sempre più una sua coscienza e voglia di riscatto rivendicando i diritti sul proprio lavoro.

Il fascismo qui è incarnato da due personaggi: Attila e Regina (Laura Betti), cugina di Alfredo, il quale non caccia i due dalla sua proprietà poiché parte dell’eredità di suo padre, o meglio, della rovina a cui anche Alfredo è stato condannato.

I fascisti vengono rappresentati nella loro insulsaggine, ma allo stesso tempo sono raffigurati nella loro spietatezza. Regina, ad esempio, con la sua voce nasale, il suo linguaggio alle volte scurrile e la sua invidia e gelosia verso Alfredo e sua moglie Ada, è rappresentata in tutta la sua mediocrità, soprattutto nelle scene del primo atto del film, dove la troviamo intenta a cercare l’orgasmo attraverso la masturbazione, con Alfredo che ironicamente le dice che nemmeno un elefante può farla godere.

Regina sa essere anche manipolatrice, se si considerano i suoi giochi mentali nei confronti di Ada, che col tempo si mostrerà psicologicamente instabile, o nei confronti di Attila, che convincerà a tirare fuori tutta la sua violenza, in particolare nei confronti della signora Pioppi (Alida Valli) per impossessarsi della sua villa.

La quintessenza della malvagità e della bestialità del fascismo è rappresentata, però, da Attila, magistralmente interpretato da Donald Sutherland, che con la sua mimica facciale e gestualità rende molto bene la spietatezza del fattore dei Berlinghieri. Ad Attila, il cui nome rimanda all’omonimo sovrano unno soprannominato “flagello di Dio” per la sua ferocia, sono dedicate le scene più cruente del film, come l’uccisione del gatto con una testata, un atto di pedofilia e conseguente uccisione della vittima e l’esecuzione di alcuni contadini come atto di rappresaglia nei confronti di Olmo. Attila, “la bestia” e “il cane da guardia”, incarna, dunque la violenza della Storia che cannibalizza le sue vittime per affermarsi.

Il fascismo incarnato da Attila è anche quello che rinuncia ai valori della tradizione e del passato per far spazio alla modernità, come mostra, ad esempio, la scena in cui Attila vuole vendere Olmo e i cavalli a uno dei suoi camerati, poiché con l’acquisto di una trebbiatrice non ha bisogno di cavalli né di contadini. Attila disprezza talmente tanto i contadini da definirli “la merda” e “la vergogna d’Italia”, facendo, così, emergere il disprezzo per le masse popolari tipico del fascismo.

“Il padrone è morto”, la rivincita dei contadini nel Novecento di Bertolucci

Una scena dal Novecento di Bertolucci

Il tempo della Storia, però, come quello delle stagioni, è ciclico. Alla violenza di Attila e del fascismo e all’oppressione dei padroni seguirà la ribalta dei contadini. Come ribadito in precedenza in questo articolo, i contadini sono gli eroi di questo film. Vengono spesso ritratti in maniera mitica, agiografica, come fossero i martiri della Storia. Nomi come Olmo, Gelso, Falco, Anita (qui è chiaro il rimando ad Anita Garibaldi), Montanaro, fino a quello del piccolo Leonida della scena iniziale del film conferiscono ai protagonisti aurea di eroismo e di mito.

Sono molteplici le scene in cui i contadini si prestano ad atti di eroismo e sacrificio. Oltre alla scena iniziale di Novecento con la cattura di Attila e Regina, basti pensare, ad esempio, al contadino suonatore di ocarina che si taglia un orecchio e lo consegna a Giovanni Berlinghieri, alle contadine che distese per terra sulla strada al canto de La Lega riescono a impedire lo sfratto dei contadini di San Martino da parte dei soldati, oppure ai contadini che lanceranno ad Attila lo sterco di vacca, gesto che pagheranno con l’esecuzione da parte del fattore.

Si pensi, inoltre, anche alla scena conclusiva del primo atto, dedicata al corteo funebre dei quattro contadini morti nell’incendio della Casa del Popolo, dove Anita Furlan (Stefania Sandrelli) scandisce i nomi dei morti al grido di “sfruttato dai padroni, ammazzato dai fascisti” seguito dall’invito di Olmo rivolto agli abitanti della città a svegliarsi. Questa scena mette in risalto il martirio dei contadini voluto dal progresso della Storia, che permette l’avanzata del fascismo, ma allo stesso tempo consentirà la rivincita dei contadini.

Ai contadini, “la canaglia pezzente”, “i morti di fame”, spetterà la condanna dei fascisti e dei padroni. Scene cardine sono l’esecuzione di Attila al cimitero, dove i contadini taglieranno i capelli a Regina – gesto simbolico che come nella storia biblica di Sansone segna qui il crollo del potere del fascismo e dei padroni – e il processo sommario ad Alfredo, catturato dal piccolo Leonida. Sebbene, però, il processo sommario decreti che “il padrone è morto“, sancendo la fine del vecchio sistema sociale a cui i contadini erano vincolati, l’arrivo del Comitato di Liberazione Nazionale che impone ai contadini di deporre e consegnare le armi porta Alfredo a dire che “il padrone è vivo”.

I contadini avranno pure sconfitto i fascisti e i padroni, ma la lotta di classe e la prevaricazione sui più deboli, così come la violenza della Storia, sono destinate a ripetersi. Qui ritorna allora ciò che afferma Attila prima dell’esecuzione al cimitero, ovvero che “i nostri figli raccoglieranno quello che abbiamo seminato“. La Storia si perpetua nelle generazioni future, che proseguiranno la lotta di classe e la violenza. Tuttavia, anche i valori contadini e la loro epopea continueranno a esistere.

Perché Novecento di Bernardo Bertolucci è il Grande film italiano

Robert de Niro in Novecento di Bertolucci

Letteratura, filosofia, politica, storia, sociologia, affresco dell’Italia del XX secolo. Novecento è tutte queste cose assieme. È quello che si può tranquillamente definire “Grande Film Italiano”, non solo per la sua durata, ma anche perché attraverso l’epopea dei contadini emiliani e la loro lotta contro il male e lo sfruttamento dei padroni Bernardo Bertolucci sa raccontare lo spirito del XX secolo, dare voce a chi la Storia l’ha vissuta ai margini, ma soprattutto sa mettere in luce i cambiamenti del belpaese.

Nonostante la ciclicità della Storia perpetui il male, l’oppressione e la violenza, i valori di resistenza e rispetto per la terra del mondo contadino, e più in generale il rispetto per la tradizione del passato, sono destinati a durare per sempre. Novecento di Bertolucci è un film da salvare, poiché con i valori che cerca di preservare è anche patrimonio dell’umanità.

«I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli: li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli, i soldi. Così hanno inventato la guerra, ci hanno mandato in Africa, in Russia, in Grecia, in Albania, in Spagna…ma chi paga siamo sempre noi. Chi paga: il proletariato, gli operai, i contadini…i poveri».

Gerard Dépardieu in Novecento

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e attualmente frequentante la magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee con percorso bilingue in inglese e tedesco.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda

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