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Oasis, il gioello nascosto del regista di Burning

Un incontro atipico che cambierà la vita di due emarginati

5 minuti di lettura

Un uomo pregiudicato rimasto bambino, una donna disabile che non riesce a muoversi e parla a fatica, un incontro goffo e violento che unirà due persone sole, lasciate indietro da un mondo che non li vuole più. Lee Chang-dong con Oasis compie un viaggio verso il fondo della scala gerarchica sociale e costruisce un lungometraggio sotterraneo, unisce la storia di due reietti e la fa collidere in una storia atipica, sconclusionata, ridicola, dolcissima, distante dalle sfumature toccate nei suoi altri film. 

Oasis è lontana dalla tensione di Burningdalla tragedia di Peppermint candy, dalla malinconia di Secret Sunshineè qualcosa che scava nelle profondità nascoste di un mondo sempre più diviso e distante. Oasis, terzo lungometraggio di Lee Chang-dong finalmente disponibile in Italia su MUBI, si pone al centro di una poetica precisa e quadrata, ma sviscera e approfondisce tematiche tramite il caos dei suoi protagonisti, tramite le loro peculiarità e difficoltà, tramite due storie lontane che si uniscono per diventarne una più grande.

Un viaggio atipico e impacciato

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Sono anni Hong che fa avanti e indietro dalla prigione. Accuse di omicidio colposo, di tentato stupro, di furto, Hong è un uomo che più invecchia più non riesce a trovare un posto nel mondo, un luogo dove sentirsi a suo agio. E la vita lo fa incontrare con l’unica persona che come lui è ancora chiusa in una bolla, una donna ingabbiata da un ictus cerebrale che la costringe a restare in casa. Hong e Han sono ripudiati dalle loro famiglie e dal mondo che hanno attorno, si sentono immobili e impossibilitati a espandere le proprie radici, ma il loro incontro distrugge le distanze e riempie le mancanze dei due emarginati.

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Hong si mette sulle spalle Han e le fa scoprire un mondo che non ha mai visto, Han con la sua delicatezza scioglie i traumi di Hong, insieme escono dai loro confini per iniziare a giocare, a ballare, a sfiorarsi, a innamorarsi, a vivere. La loro libertà si scontra però con un mondo troppo distante da loro, che non li vuole capire e accettare nei loro difetti, nelle loro problematiche, nelle loro difficoltà. 

Il confine tra normale e anormale

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Oasis si regge totalmente su Sol Kyung-gu e Moon So-ri, che dopo non essersi quasi mai sfiorati in Peppermint candy si uniscono in una storia d’amore densa, fatta di sguardi e di contatto. Sol Kyung-gu costruisce un personaggio con il volto, lo rende schizofrenico, solo, con gli occhi persi nel nulla, Moon So-ri invece lo costruisce totalmente tramite il corpo, deforma i suoi arti, storpia i suoi occhi, non si muove e parla a malapena (un’interpretazione che vale una carriera e che le è valsa il Premio Marcello Mastroianni nel 2002).

Due personaggi che riescono a essere felici solamente nell’oasi in cui riescono a confinarsi, dove però il mondo esterno è costretto a restare fuori perché non li vuole, gli urla addosso che il posto per loro non c’è, non possono entrare in un mondo sano che però sottoterra tiene nascoste le sue contraddizioni e ipocrisie.  

Lee Chang-dong costruisce Oasis per parlare degli invisibili, di chi resta all’ultimo posto, e lo fa per parlare in maniera generale e ampia della Corea del Sud che tanto ama ma che tanto odia. Lee Chang-dong sbroglia la narrazione contraria di Peppermint candy e torna a raccontare una storia nella maniera più classica, che però è quella che funziona di più se si ha qualcosa di importante da raccontare. Oasis è il gioello nascosto del regista di Burning, la normalità che viene trattata come anormalità, la semplicità che arriva al punto senza chiedere permesso.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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