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Padre Pio, il film di Abel Ferrara non è come ti aspetti

Il Padre Pio di Abel Ferrara fa discutere, ma per i motivi sbagliati. Non è l'idea del Santo a dividere ma la natura di un film che appare incompiuto.

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4 minuti di lettura

Abel Ferrara crede in un Padre Pio artista e poeta. Per lui è “come Pasolini”, racconta alle Giornate degli Autori nella cornice veneziana della 79ma edizione del Festival del Cinema di Venezia. Il lirismo del santo è causa di un’imperfezione problematica. Padre Pio è una poesia interrotta, deteriorata dagli intenti aulici e messa a dura prova dalla forma. L’immagine è continua incertezza: prima i chiaroscuri del Santo, poi il tremolio degli esterni, dove i cambi macchina demoliscono la verosimiglianza delle inquadrature. Allo stesso modo i protagonisti. Uno sfilacciarsi di interazioni che esclude Padre Pio, isolato nella sua sofferenza e coinvolto in una rinascita convulsa.

Shia LeBouf lo interpreta con passione sincera. D’aiuto è la recente conversione dell’attore, che infonde trasporto umano all’interpretazione. Urla, grida, pianti: la sofferenza del santo è nel corpo, ripreso di spalle mentre prega contro il muro. È un film a parte, breve inserto in una storia che racconta altro ma ne sfrutta la vicinanza. Il titolo è improprio e fuorviante, di natura poetica ma non sostanziale. Padre Pio è un controcampo, supporto ideale a un evento realmente accaduto. Siamo a San Giovanni Rotondo nel 1919. I riflussi fascisti vogliono scongiurare l’ascesa socialista. Sono momenti di violenza, anticipazione della tragedia nera. Mentre Padre Pio affronta le ombre spirituali, i comunisti combattono le camicie nere.

Il gruppo di attori italiani è costretto a una forzatura linguistica, con l’inglese che arriva allo spettatore per stenti. Sono molti gli aspetti tecnici che distraggono da Padre Pio. La cifra estetica si rivela limite in un film che coglie lo spettatore impreparato. La vita del Santo non c’è, ma anche le questioni storiche sono un tratteggio di personaggi dai lineamenti dozzinali.

Padre Pio ascende nel film come contraltare miracoloso, annunciazione di un futuro spirituale in cui nascondere le speranze in attesa di una rinascita sociale. Nella strage di San Giovanni Rotondo morirono 13 lavoratori e un carabiniere. Padre Pio, nel film, non vi partecipa, in alcun modo. La passione di Abel Ferrara si sostanzia in un aggiustamento storico: vengono meno i presunti coinvolgimenti con il gruppo fascista, da tempo posti in dubbio. Padre Pio è sollevato da ogni rapporto con i fatti del paese. Ma la vicinanza spirituale non si realizza: Shia Labeouf è un frate rapito dalle visioni. La compassione e il servizio ai più poveri è una marginalità, inclusa dallo spettatore per riflesso culturale.

Le scene di sogno rapiscono per intensità. Abel Ferrara le intesse di un’afflizione che possiamo solo accettare. Manca un percorso spirituale, colmato in apparenza dalle vicende dei giovani socialisti, desiderosi di un mondo più giusto. La “terza rinascita” di Padre Pio è imposta. Avviene in sovrapposizione con la strage – in un’altra scena che cerca lirismo ma si scontra con la tecnica – alludendo a un insieme coeso nello spirito.

Padre Pio è una costruzione retorica, ne arriva l’intento ma non si compie. Sacro e politico si saldano. La rivoluzione ripiega nello spirituale. Il mistico a Ferrara riesce sempre. Anche in un film come Padre Pio. Quando Shia Lebeouf corre nudo nella foresta ne condividiamo l’orizzonte umano. Il lavoro sul corpo è il respiro sacro del film. La carne, peccato originale del canone religioso, è meta delle stigmati che arrivano come la ferita da pallottola inferte dai fascisti. Il fascino oscuro era poesia perfetta, mentre l’associazione politica arriva artificiosa, affidata alla lettura corretta di inarcature storiche lacunose.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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