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Pane e cioccolata

Pane e cioccolata. Brusati, Manfredi e l’odissea della migrazione

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9 minuti di lettura

Pubblicato da Artdigiland in collaborazione con Archivio Brusati e Lucky Red, Pane e cioccolata di Gerry Guida e Fabio Melelli contiene due omaggi inestricabilmente legati. Il primo, di spiccata attualità, è quello a Nino Manfredi nel centenario della nascita; il secondo, pur desumibile dal sottotitolo, si annida nelle pieghe di un discorso sfrangiato, tramato di ricordi e note tecniche, in un costante contrappunto con l’arte di Franco Brusati. Il tema dell’emigrazione, in parte obliato dal nostro cinema, riemerge tra queste pagine nel suo valore epistemologico, nella possibilità – offerta dalle parole del regista – di comprendere un dato universalmente condivisibile, legato alla solitudine, all’estraneità, dell’individuo dinnanzi al mondo.

Pane e cioccolata e il cinema dell’emigrazione

Pane e cioccolata

Concepito come viaggio nel celebre lavoro brusatiano, l’opera allarga lo sguardo al dramma dello sradicamento, alla contrapposizione fra utopia e schianto che segna la rescissione di ogni legame. In quest’ottica, il capitolo introduttivo accenna una prospettiva ermeneutica, riattraversando per brevi cenni la storia del cinema delle migrazioni, segnato da inciampi, macchiette, interventi censori. L’assunto di fondo è che per lungo tempo “il solo fatto di raccontare di italiani immigrati all’estero porti disonore allo Stivale”, come un rimosso collettivo da esorcizzare con la tagliola.

Il cambio di paradigma, individuato ne I magliari (1959) di Francesco Rosi procede in parallelo all’assunzione di nuove linee, dal filone del “riscatto” alla decostruzione del mito statunitense, ben evidente in Un italiano in America (1967) di Alberto Sordi e ne La mortadella (1971) di Monicelli. Il denso excursus funge da accesso all’originale prova brusatiana, svelando – mediante un confronto a distanza – gli interrogativi del regista, la continua ricerca di una lingua e di uno stile capaci di tradurre l’esperienza della perdita, la detonazione di un sistema valoriale, ma anche l’ingenuità, la naïveté di un personaggio “sospeso”.

Documenti e testimonianze su Pane e cioccolata

Giovanni Garofoli, detto Nino, è una figura tragica e anti-eroica, un fuori-canone alieno alla tradizione della commedia, indagato – con lancinante cura – per tramite delle azioni che compie e/o progetta, per le abitudini e le gaffes che ne costellano l’esistenza. Il lavoro degli autori scava opportunamente nelle pieghe della sua genesi, rilevando i parallelismi con il vissuto di Brusati. Giacché il dato fittivo ricalca, in buona misura, le contingenze esistenziali del cineasta, esso non è mai stabilmente classificabile, come dimostra l’ibridazione dei registri e lo slittamento – già dichiarato da Brusati – dal piano intimo-intellettuale a quello sociale e “riconoscibile”.

Nel tentativo di rinvenire questo sentire, Melelli e Guida dispongono il discorso lungo l’arco di sezioni disomogenee, impreziosita da una ridda di documenti, curiosità e testimonianze sulla pellicola. Ne emerge un dialogo con i lettori, che ricalca il ruolo attribuito da Brusati alla fotografia, chiamata a svelare la finzione, a contribuire – insieme alla musica – alla definizione di aree “partecipate”, in cui stabilire un contatto con il narrato.

La fotografia come metafora del reale

Esemplare in tal senso, oltre alle dichiarazioni del regista, è il capitolo intitolato Brusati e la regia, in cui si analizza l’overture di Pane e cioccolata nel suo valore metacinematografico, costruito sulla sospensione della realtà e gli slittamenti dall’idillio svizzero alla condizione marginale del protagonista. Guida e Melelli rintracciano nella fotografia un “legame ontologico con la realtà”, partendo dalla sequenza iniziale, quella del ritratto di famiglia:

Passando dal piano medio del ragazzo al totale dello scatto, scopriamo che è anch’egli un membro della famiglia, perché raggiunge velocemente il gruppo dopo aver impostato l’autoscatto […] Il dispositivo di ripresa, così come la cura di colui che sovraintende al profilmico, sono messi al centro dell’attenzione e “svelati”, dichiarati. […] Non solo: il giovane uomo che impostava l’inquadratura della foto, al tempo stesso è artefice e oggetto della stessa, quasi che il regista voglia parlarci del proprio sdoppiamento, come autore e come protagonista invisibile, dal momento che nel personaggio di Nino c’è una forte componente autobiografica“.

Pane e cioccolata, storia di una solitudine

Ecco dunque il “sentire”, la traduzione fisica e mediata delle passioni. Nella costruzione di un dispositivo perfetto, in cui tanto la musica (si pensi al quartetto in apertura) quanto l’atto di fotografare si pongono come spie di una realtà altra, che inquadra la materia a partire dai propri fantasmi. Servendosi delle testimonianze (in particolare quella della co-sceneggiatrice Iaia Fiastri) e delle dichiarazioni del regista stesso, i due autori osservano il film nei suoi risvolti inediti, nelle sfilacciature capaci di illuminare la solitudine brusatiana.

Al centro, come risulta a un’analisi approfondita, c’è il senso di non appartenenza, il perenne disagio provato da un autore elegante, appartato, estraneo ai clamori dell’industria cinematografica. Ogni emarginazione, dichiara Brusati, è parente di tutte le altre. Melelli e Guida tengono a mente questo concetto, addentrandosi tra i fotogrammi di Pane e cioccolata per rimarcarne la natura di prezioso crogiuolo, dove risuonano tutte le note, i ritmi, gli accordi della poetica di Brusati.

Il successo di Pane e cioccolata

Il conflitto con Nino Manfredi, che pretese di apparire tra i responsabili dello script, fonda il successo di un’opera che avrà provato il regista, incline alla serenità e alla meditazione più che allo scontro sanguigno. La contrapposizione, significativamente estesa a tutto l’ordito della pellicola (si pensi alla dicotomia dentro/fuori, con gli spazi ameni, quasi pittorici, opposti agli interni angusti) è indicata dal costumista Schlinkert come ragione del grande successo: “Fu proprio questa complessità a determinare la riuscita di Pane e cioccolata […]. Si capiva che il binomio Brusati-Manfredi, nonostante tutte le loro diversità, avrebbe funzionato”.

L’ottima accoglienza di critica e pubblico è rievocata dagli studiosi mediante prelievi-stampa, scelti in forza del prestigio e dell’analisi puntuale. Accanto a Gian Luigi Rondi, Giovanni Grazini e Alberto Moravia, spiccano i lanci delle riviste statunitensi, i cui recensori appaiono estasiati dalla prova di Manfredi (“simply superb”; “unforgettable”; “marvelously merry”). Uomo sbiadito senza più patria, lontano da casa, vinto dagli eventi, Nino Garofoli assomma in sé i tratti del personaggio pirandelliano, in una perdita di identità che Manfredi sa realizzare. Scelto dopo Tognazzi e Sordi, l’attore permea Pane e cioccolata del suo carattere dolente, mostrando il dramma dell’isolamento e un intensa, seppur soffusa, atmosfera di morte. Melelli e Guida ne fanno cenno, lasciando ai testimoni i ricordi, e ai lettori il gioco dell’esegesi.


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Ginevra Amadio

Laureata con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma "La Sapienza" con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Ha pubblicato su Treccani.it e O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca, di cui è anche membro di redazione. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.

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