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Papa Francesco, tra Rosi e Wenders: due sguardi a confronto

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6 minuti di lettura

Sono molti i punti di contatto tra i due documentari che mettono al centro della loro narrazione la figura dell’attuale pontefice, Papa Francesco – Un uomo di parola (2018) di Wim Wenders, presentato al Festival di Cannes, e In viaggio (2022) di Gianfranco Rosi, presentato fuori concorso alla Biennale di Venezia e ora nei cinema italiani.

Sono talmente tanti che si ha spesso l’impressione di un dejà vu, perché basandosi entrambi in buona parte su materiali d’archivio si assistono agli stessi discorsi del Papa, svoltisi negli stessi luoghi e rivolti alle stesse folle.

I viaggi di Papa Francesco visti da Gianfranco Rosi

Da una parte, l’impianto del film di Rosi – come suggerisce il titolo stesso – si regge sui viaggi di Papa Francesco, che in soli nove anni di pontificato si è recato in 53 paesi.

La struttura è semplice, tanto da sembrare modulare (e a tratti ripetitiva): il papa si imbarca sul volo che lo porterà verso la sua destinazione, viene accolto da moltitudini in festa, tiene un discorso su tematiche che toccano quella parte di popolazione e ritorna in Vaticano, per poi imbarcarsi nuovamente poco dopo.

Queste sequenze, tuttavia, sembrano rispondere a un intento piuttosto compilativo, vincolato forse dall’uso esclusivo di materiali di repertorio, che ci restituisce un’immagine pubblica del papa a cui siamo abituati e che ben conosciamo.

I momenti più privati, che si intravedono durante i discorsi di scuse o disambiguazione che il pontefice tiene alla delegazione stampa durante un paio di voli – in cui chiarisce la sua posizione relativa a uno scandalo di pedofilia che ha coinvolto un vescovo; e in cui spiega l’utilizzo del termine “genocidio armeno” contestatogli dal governo turco – che sarebbero stati più inediti e interessanti, sono confinati a brevi scene che chiosano frettolosamente la sua presenza pubblica.

Wim Wenders e la vocazione francescana del Papa

Dall’altra parte, il documentario di Wenders concede più spazio a questa dimensione privata tramite un’intervista diretta a Papa Francesco in cui il pontefice espone il proprio pensiero religioso e i valori che lo guidano.

Il regista tedesco, attraverso una ricostruzione storica della figura di San Francesco d’Assisi e una voce fuori campo, si concentra sulla visione religiosa del pontefice, sottolineandone gli elementi di novità e rottura con i pontificati passati. Il contatto con la natura e l’esigenza di una chiesa povera per i poveri, lontana dagli eccessi e dagli sprechi, sono i due punti cardine del pensiero di Papa Francesco.

Un’occasione mancata?

Entrambi i registi hanno fatto ricorso alla figura del Papa per trattare di tematiche urgenti e attuali come la crisi migratoria, quella ambientale e climatica, l’estrema povertà di intere popolazioni.

Le soluzioni proposte da Papa Francesco sono l’ascolto, la comprensione, la compassione, il riconoscimento della dignità di ogni individuo, la potenza e la necessità della persistenza del sogno, e l’opposizione a quella che egli stesso definisce “la globalizzazione dell’indifferenza”.

Queste soluzioni risultano però poco efficaci e, nell’accostamento effettuato dai due registi tra questi discorsi e le tragiche immagini delle barche colme di migranti che si rovesciano in mare, suonano come parole vuote che non hanno alcun riscontro nelle azioni degli individui né in quelle dei governi, e che non arrivano a scalfire la creazione di fratture sociali che diventano sempre più insanabili.

Nel descrivere queste situazioni di miseria e disperazione, inoltre, l’osservatore ha l’impressione che i registi vogliano abbracciare troppe tematiche simultaneamente, un secolo di storia in poco più di un’ora di documentario: da immagini di repertorio del genocidio armeno mostrate da Rosi a quelle dei corpi ridotti a scheletro dei sopravvissuti alla Shoah all’alba della liberazione nel film di Wenders; dalle lotte delle popolazioni indigene in Brasile alla violenza della realtà delle Scuole Residenziali in Canada, dallo scoppio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki al conflitto israelo-palestinese.

La trattazione risulta inevitabilmente superficiale, un rapido accenno alle violenze, una carrellata di ingiustizie di cui sono stati capaci gli uomini nel corso degli anni che sembrano destinate a ripetersi.

A chiudere il film di Rosi l’immagine forse più sincera, il papa da solo in una San Pietro resa all’improvviso deserta dalla pandemia, prega in silenzio assorto mostrando un’espressione di sofferenza. Alla fine della preghiera cammina a fatica, barcolla mentre fa ritorno all’interno della basilica.


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Nata e cresciuta a Milano, laureata in lettere ed editoria, appassionata e lavoratrice del cinema. Trovo nel documentario in tutte le sue forme e modalità il mezzo ideale per rappresentare, conoscere e riflettere sulla realtà.

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