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Past Lives, Celine Song ci regala un incanto di nostalgica bellezza

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9 minuti di lettura

Accade una magia, quando il cinema intercetta l’inafferrabile e lo riconnette in una forma. In sala dal 14 febbraio e due volte candidato ai prossimi Oscar, Past Lives, l’esordio alla regia di Celine Song, è un incanto di rara traducibilità. Un film che accarezza l’emotività e ne scompagina le complessità, salvaguardando la purezza di un sentimentalismo smaterializzato nel getto delle sue impossibilità, dei suoi rimpianti e della sua più romantica nostalgia. La forma di Past Lives ha i connotati dell’amore irrealizzato, del sentimento inespresso, di una spontaneità emozionale che riduce le parole e sublima gli spazi vuoti. Con gli sguardi, i gesti, i luoghi e l’aiuto di un linguaggio che più rinuncia a sé stesso e più guadagna universalità.

Past Lives è la vita di cui disponiamo, quella da cui veniamo, quella verso cui ci dirigiamo e tutte le altre lasciate indietro. È la contaminazione delle possibilità e il radicamento della scelta. È un gioco di predestinazioni, una disgiunzione di destini, l’irrinunciabilità dei legami. Celine Song disallinea le identità, le moltiplica negli occhi dell’altro, nella scissione culturale, nella persistenza di una connessione empatica che non ha nome, coordinate e neppure senso. Eppure esiste, e quando Past Lives ce la racconta, accade la magia.

Non ha senso, ma mi sei mancata

Nora e Hae Sung in Past Lives

La complicità di Nora (Greta Lee) e Hae Sung (Teo Yoo) si affaccia sulla nostra percezione a partire dalla Corea, dove i due ragazzini sono nati, dove condividono la quotidianità e si donano privi di mediazione a un affetto che rifugge classificazioni. Ci si poggiano, condividendo l’allineamento emotivo senza servirsi di molte parole. Sanno di piacersi, e questo basta. Fino a quando i genitori della ragazza decidono di trasferirsi in un altrove lontano, inseguendo la possibilità di desiderare per sé e la propria famiglia una vita altra, prima fra le tante.

Nora è convinta di voler andare via, Hae Sung ne subisce la scelta. Quando arriva il momento di salutarsi, la strada dei rispettivi futuri si biforca in una messa in scena che ne suggerisce le personalità. Lei salirà su una scalinata, precipitandosi ambiziosa verso le proprie aspirazioni. Lui proseguirà in piano, sostentandosi adagio in un cammino rassicurante, sempre simile a se stesso. A congedarli sarà un saluto trattenuto, un ciao quotidiano, prosciugato di espressività e rivelatore di un legame postulato per rimanere impresso.

Dodici anni dopo è una congiuntura di tempi a farli rincontrare. Nora studia sceneggiatura a New York, Hae Sung ingegneria a Seoul. È lo slancio dell’arrivo dei social, la curiosità di spiare dalle fessure di un passato lasciato alle spalle. L’intersezione dei loro destini li farà cercare nei medesimi istanti, riaccendendo un rapporto rassicurato dalle microespressioni dell’altro, dalla reciproca familiarità con un’emozione che non ha bisogno di sonorità. Ma gli appuntamenti su Skype non bastano e la recinzione dello schermo impedisce a Nora, nuovamente, di guardare davanti a sé. Così deciderà ancora di andarsene, recidendo i collegamenti. E Hae Sung lo accetterà.

L’esistenza in cui Past Lives sceglie di culminare è posizionata altri dodici anni in avanti, è il presente di una New York dove Nora vive insieme al marito e dove Hae Sung sopraggiunge in cerca di definitive verità. È la vita del ricongiungimento, dell’incontro e della verbalizzazione di un sentimento troppo a lungo lasciato irrisolto. È il momento in cui Celine Song firma un film attuale, sintomatico di un’intelligenza emotiva che passa attraverso il dialogo e l’accettazione delle complessità. Sprovviste di insistenza drammatica, alienate da tragici triangoli amorosi, disintermediate, unicamente, da un fluviale confronto di parole e variabilità.

Past Lives, che cos’è lo in-yun

Greta Lee e Teo Yoo in Past Lives

Se non intendiamo la vita come una linea retta, parcellizzata in definiti contrasti di bianco e di nero e se ne accogliamo le sfumature e le incertezze, Past Lives è un piccolo gioiello in cui ritrovarsi. La relazione che lega Nora e Hae Sung caldeggia, con delicata dolcezza, il vicendevole riconoscimento. Che secondo Celine Song si srotola nel senso dello in-yun, un termine coreano che si riferisce esclusivamente ai rapporti tra le persone e ne nobilita i punti di contatto. È un’idea di predestinazione dalle vite passate, un sentire nell’altro qualcosa di già conosciuto.

In mezzo si stanzia l’esistenza, le strade che si percorrono, le decisioni che si prendono, il cambiamento e i suoi sacrifici. Intorno c’è lo spaesamento, lo sradicamento che in Past Lives affronta le stratificazioni della migrazione, del compromesso culturale tra ciò che si era prima e ciò che si è diventati poi.

Past Lives apre sconfinati scenari di raffinata bellezza, li accenna nell’immaginario dello spettatore, permette di avvertirli attraverso tutti gli strumenti che il cinema mette a disposizione. Così assistiamo alla tensione romantica che germoglia tra i due tramite ogni parola non detta, grazie all’uso elegante, realista e viscerale, di un linguaggio del corpo che osserva la prossimità dei corpi, lo sfiorarsi delle mani, il collante degli sguardi e il sussurro di un’intesa che non può essere spenta o marginalizzata. E che, sicuramente, non è capace di invecchiare.

La regista di Past Lives ci aveva avvisati subito, in quell’incipit che riavvolgeva il film e rinegoziava i suoi significati di vicinanza: fisica, tra Nora e Arthur; mentale, tra lei e Hae Sung. È in questo modo che Celine Song ci discolpa dalle nostre curiosità, invitandoci a prendere parte alla storia con il medesimo spirito contemplativo su cui Past Lives si era aperto, nella sintesi di quelle voci fuori campo che ci riflettono e che, come noi, sono lasciate libere di completare tutte le ellissi di questa narrazione.

Per Nora, Hae Sung è la malinconia della Corea, un posto impenetrabile che appartiene alla memoria, che ai sentimenti parla in una lingua diversa e alla sé bambina lascia in dono dignitosa protezione. È una scissione inconciliabile, che vive di contrasti e soffre delle sue rinunce. Arthur (John Magaro) è il simbolo di nuove radici, che ancora devono trovare spazio, ancora non hanno connotazione. Ma sono desiderate, volute, scelte. Nora è lo sguardo su questa storia, è il ruolo che svolge nella sua esistenza e quello che ricopre nelle traiettorie degli altri. Al di là dei suoi occhi c’è un altro film. Qui, però, è lei a chiarirci che ciò che è stato prima, adesso non è. Senza escludere che da qualche altra parte, o forse sempre qui, possa comunque continuare ad essere.


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Laureata in Cinema e Comunicazione. Perennemente sedotta dalla necessità di espressione, comprensione e divulgazione di ogni forma comunicativa. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità ed esperienze degli altri

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