«Piccole Donne», i due film a confronto

Piccole Donne è un classico della letteratura inglese firmato da Louisa May Alcott. La scrittrice portò alla pubblicazione il romanzo nel 1868 e, dal 1918 in poi, il suo capolavoro fu soggetto a numerosi adattamenti cinematografici e seriali. Tra questi ne spiccano due, quello del 1994 diretto da Gillian Armstrong e quello del 2019, sotto l’innovativa regia di Greta Gerwig.

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In particolare quest’ultimo, arrivato in Italia il 9 gennaio, è riemerso nelle sale cinematografiche dopo il lockdown. Non solo tra le pareti dei cinema tradizionali, ma anche in proiezioni all’aperto, come quella alla Villa Reale di Monza. Un’occasione perfetta, dunque, per rievocare l’adattamento più affine e comparabile a quello della Gerwig, ora disponibile per noleggio e acquisto su Chili.

«Piccole Donne» nella loro impostazione narrativa

Il film ritrae il percorso di crescita e formazione di quattro sorelle di Concord, Massachusetts, Jo,Meg, Amy e Beth.  Siamo a metà dell’800, durante la Guerra di Secessione Americana. Con il padre al fronte, il focolaio domestico si racchiude attorno alla saggia figura della madre, Marmee March. Una Donna tra le ragazze, interpretata da due mostri sacri del cinema, prima Susan Sarandon e poi Laura Dern. È lei a guidare le figlie dall’infanzia all’adolescenza, lungo i due tomi originali della Alcott: Piccole Donne e Piccole Donne Crescono.

Ma, mentre Gillian Armstrong sceglie una narrazione in ordine cronologico, Greta Gerwig gioca sull’oscillazione temporale. Così il racconto parte dal 1868 quando la protagonista, Jo March è a New York, alle prese con la vendita dei suoi racconti. Poi, gradualmente la regista torna avanti e indietro nel tempo, dal sogno goliardico di fanciullezza alle responsabilità adulte.

In questo modo si sancisce da subito una distinzione tra due realtà, non solo spaziale e temporale, ma anche legata alla consapevolezza personale. Un barlume che traspare solo dagli atteggiamenti e dagli sguardi delle ragazze, dato che la Gerwig sceglie di mantenere le stesse attrici sia da bambine che da adulte. Anche la Armstrong fa lo stesso, ad eccezione del personaggio di Amy March.

L’evoluzione di Amy March

Io penso che possiamo decidere chi amare, non è una cosa che capita per caso!

La penultima delle sorelle March si distingue per il suo percorso di crescita e maturazione. Dalla piccola peste irriverente e in cerca di attenzioni, interpretata alla perfezione nel 1994 da Kristen Dunst, si trasforma in una giovane donna coscienziosa. La contraddistinguono l’eleganza e la bellezza, oltre a una naturale predisposizione per la pittura. Tali aspetti rivestono alla perfezione Samantha Mathis nel ruolo di Amy adulta, ma non danno una spinta in più al personaggio.

Questa esplode invece in Florence Pugh, la bionda Amy di Greta Gerwig. Non a caso l’attrice è stata candidata come migliore attrice non protagonista agli Oscar, oltre ad essere papabile vincitrice di molti altri premi di critica. Nel suo personaggio emerge la frustrazione di essere l’eterna seconda dopo Jo. Soprattutto in amore, in lotta per l’attenzione sentimentale di Laurie, Timothée Chalamet nel versione 2019 e Christian Bale in quella del 1994.

Nonostante Amy auspichi a un ricco matrimonio è ben conscia che si tratti solamente di una convenzione economica. Una combinazione resa necessaria dall’impossibilità per una donna di avere un lavoro e uno stipendio tale da permetterle di mantenersi da sola. E sono le parole di Amy, in un mirabile discorso a Laurie a tratteggiare con forza l’argomento nel film della Gerwig.

L’importanza della Zia March e di Beth

Piccole Donne

La peculiarità dell’adattamento del 2019 sta nel meticoloso approfondimento dei personaggi. A partire dall’arcigna zia March, che non poteva che brillare dietro il volto di Meryl Streep. Le sue battute ironiche, che si adagiano sulla complessiva bellissima sceneggiatura connotano un personaggio che la Armstrong aveva lasciato sullo sfondo. Da mediatrice per l’Europa e detentrice di un ricco patrimonio, la zia March diventa maestra di vita. Sempre con il suo piccato cinismo che la rende paradossalmente amabile.

Zia March: Nessuno si fa strada da solo, men che meno una donna! Devi trovare un buon partito! Jo March: Ma tu non sei sposata zia March! Zia March: Ma che c’entra? Io sono ricca!

Accanto a lei cresce l’importanza della dolce Beth, interpretata nel 1994 da Claire Danes e nel 2019 da Eliza Scalnlen. Beth è la più piccola delle sorelle, devota come la madre alla filantropia e al suo amato piano. Proprio quest’ultimo è il fulcro del suo rapporto con il Signor Lawrence, nonno di Laurie, che ha perso la figlia da piccola.

Il loro rapporto viene enfatizzato nel film della Gerwig, così come quello tra Beth e Jo, acquisendo una simbologia preziosa che mancava nella pellicola della Armstrong. In questo modo anche la morte prematura di Beth a causa della scarlattina colpisce con più forza emotiva lo spettatore.

Saoirse Ronan o Winona Ryder?

Piccole Donne

Il personaggio di Jo March è indubbiamente il centro focale di Piccole Donne. Così Louisa May Alcott la rende il suo alter ego, riversandovi la sua intera personalità. E a tenere le redini del ruolo si succedono due attrici di spessore: Winona Ryder e Saoirse Ronan. Quest’ultima, pupilla della Gerwig, si conferma come astro nascente del cinema dopo il successo di Lady Bird. In lei spiccano la determinazione e la forza che legano il suo personaggio all’amore per la scrittura e per la famiglia.

Piccole Donne

Non a caso la Gerwig ironizza sul finale romantico sotto la pioggia da Orgoglio e Pregiudizio. Alla fine Jo si sposa con lo squattrinato e affascinante professore Friedrich Baher (Louis Garrel). Ma lo fa dopo aver venduto il suo romanzo, traendone un profitto personale, e dopo aver avviato con le sorelle una scuola dove insegnare le belle arti. Così anche Jo, scettica da sempre sull’amore e il matrimonio, cede alle lusinghe di Cupido. Tuttavia, solo dopo essersi affermata come donna e scrittrice.

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Ancora una volta, la regia e la sceneggiatura innovativa della Gerwig riescono a trasmettere con più forza un messaggio di indipendenza e forza femminile. Questo accompagna il lieto fine tradizionale della Alcott, e della Armstrong, ma con uno spirito rinnovato, che indaga la natura ossimorica della vita. E, nonostante Winona Ryder abbia saputo dare a Jo quella tenerezza e dolcezza disincantata che forse il broncio di Saoirse non ha tradotto del tutto, Greta Gerwig vince su tutto.


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