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La «Pietà» di Kim Ki-Duk tra vendetta e perdono

15 minuti di lettura

Il regista sudcoreano Kim Ki-duk, recentemente scomparso in Lettonia all’età di 59 anni per complicazioni da Coronavirus, è sicuramente tra i nomi più noti del cinema mondiale. Per usare le parole di Roberto Nepoti nel suo articolo pubblicato per “La Repubblica” il 12 dicembre 2020:

«Non sarà un autore “comodo”. […] i suoi film sono l’opposto dei feel-good-movie. Spesso traversati da una vena di pessimismo profondo; mai programmatico, però, ma sincero e sentito quasi suo malgrado. Anche se l’amore, a volte, sembra l’unica forza in grado di riscattare il dolore e l’amarezza che assediano gli umani». [1]

Fra questi film venati di profondo pessimismo e un amore che però non riscatta l’amarezza dell’esistenza umana, figura sicuramente Pietà, film del 2012 che valse al regista sudcoreano il Leone d’Oro alla 69Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La «Pietà» di Kim Ki-Duk

Pietà Kim Ki-Duk

Ambientato nei sobborghi di Seoul, in Sud Corea, Pietà di Kim Ki-duk narra la storia di Lee Kang-do (Lee Jung-jin), un ragazzo di circa trent’anni orfano di genitori che lavora per un usuraio riscuotendo i soldi dei commercianti indebitati. Il giovane, però, rivela fin dall’inizio una natura sadica, da macellaio, arrivando addirittura ad attaccare brutalmente i suoi debitori fino a storpiarli, dato che l’assicurazione permette a questi, una volta resi invalidi, di ottenere la cifra per assolvere i debiti contratti.

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La vita del giovane Kang-do, però, assume una svolta inaspettata quando entra nella sua vita Jang Mi-sun (Cho Min-soo), una donna che afferma di essere sua madre e cerca dopo tanti anni di riallacciare i rapporti con un figlio che ha abbandonato quando era ancora in fasce. Questo incontro metterà in gioco la persona di Kang-do, che nel corso del film intraprenderà un percorso di redenzione ed espiazione del male che ha commesso, ma che avrà, però, un tragico epilogo.

Analisi del film: solitudine e violenza nella società capitalistica

Il titolo Pietà è riferito all’opera di Michelangelo, rappresentata dalla locandina del film che vede Mi-sun abbracciare Kang-do. In una sua intervista per movieplayer.it, Kim Ki-duk ha dichiarato nel seguente modo la scelta del titolo del film:

«Il titolo è legato al capolavoro di Michelangelo, che ho potuto vedere in Vaticano le due volte che ci sono stato. L’abbraccio della Vergine al proprio figlio, morto sulla croce, me lo sono portato dietro per molti anni: lo vedo come un abbraccio all’intera umanità, come la comprensione e la condivisione di un dolore. Inizialmente doveva esserci un riferimento diretto a quell’immagine, nel film, ma poi mi è sembrato un espediente troppo esplicito e banale: erano state fatte però delle foto ispirate a quell’immagine, e una di esse è finita poi nella locandina». [2] 

In questa dichiarazione di Kim Ki-duk ritorna il tema religioso, vissuto in maniera molto conflittuale dallo stesso regista durante il suo periodo nella marina coreana all’età di vent’anni. Nonostante del materiale precedentemente prodotto per il film con riferimenti espliciti all’immagine della Pietà, e nonostante nel film questa immagine ritorni nel momento in cui Kang-do trova il cadavere di uno dei suoi debitori con un coltello conficcato nel cuore affianco alla madre, Kim Ki-duk fa riferimento a questa immagine cristiana per parlare del disagio sociale creato nella Corea del Sud dal capitalismo. Il regista ha dichiarato, infatti, quanto segue:

«Pietà è un titolo non facile. Potrebbe sembrare un riferimento religioso. E significa anche avere misericordia. Volevo mettere in scena una società dominata dal capitalismo in cui una serie di individui s’incontrano facendo emergere problematiche e sviluppando situazioni che a loro volta scatenano emozioni. Pietà parla di carnefici che sono anche vittime. Questa storia parla di un capitalismo estremo, un capitalismo personale, e invita gli spettatori a una profonda riflessione. Credo che fosse questo il mio intento». [3]

L’intento di Kim Ki-duk, dunque, è quello di raffigurare la mancanza di compassione in una società dominata dal denaro, motore principale delle relazioni umane, in cui sono tutti coinvolti, sia vittime che carnefici. Basti pensare anche alla struttura circolare del film, che inizia e finisce con un suicidio, che senza dare troppe anticipazioni riguarda lo stesso Kang-do, che in questo film è il carnefice, ma anche lui come gli altri è vittima e ingranaggio della violenza capitalistica. La storia qui raccontata è intrisa di pessimismo, poiché neanche l’amore ritrovato di una madre dà la possibilità al carnefice di redimersi e di espiare le sue colpe.

Il contesto del film è quello dei sobborghi sudcoreani. L’ambientazione è piena di desolazione, specchio della cattiveria, dell’abbandono e della miseria vissute da Kang-do e dagli altri personaggi del film. Le inquadrature si focalizzano sugli spazi chiusi, bui e angusti come le officine e la stanza di Kang-do, sugli edifici dismessi, spogli e abbandonati, ma anche su oggetti come rottami e i rifiuti che si incontrano per strada, le interiora degli animali che Kang-do sventra nel bagno di casa sua e persino sui medicinali che uno dei debitori del protagonista assume per suicidarsi. Tutti questi dettagli rendono l’ambientazione un luogo dell’anima, universale, specchio del disagio, del dolore e dell’estraniamento che stanno alla base di in una società come la nostra, capitalistica, dove il denaro, la solitudine e la violenza prendono il sopravvento.

La figura della madre e la pietà

Fondamentali sono anche le figure femminili e materne, come Myeong-ja (Kang Eun-jin), moglie di Hun-cheol (Woo Gi-hong), primo debitore che incontriamo, ma anche le donne anziane madri dei debitori che si suicideranno a causa dei debiti contratti con Kang-do. Tutte queste sono figure incapaci di consolazione, intrise di malinconia ma anche di rabbia e vendetta, poiché inserite in un contesto di violenza che nega ogni emozione ed empatia. 

È in questo contesto che avviene l’incontro tra Kang-do e sua madre Mi-sun, da considerarsi incarnazione della pietà. Mi-sun, infatti, irrompe sulla scena seguendo il figlio e implorando perdono per averlo abbandonato. Mi-sun, però, sarà costretta a sorbirsi gli insulti di Kang-do, i cui schiaffi e parolacce rivolte alla donna sono il modo per lui per scaricare su di lei la colpa di averlo condotto a uno stato di sadismo e cattiveria verso gli altri. Kang-do prova a sottomettere la pietà costringendo Mi-sun a mangiare un pezzo della sua carne e costringendola a un rapporto sessuale in una delle scene più dure del film.

Pietà Kim Ki-Duk

L’iniziale dominio della violenza di Kang-do sulla pietà di Mi-sun, però, lascerà ben presto spazio all’empatia. Kang-do inizia un percorso di cambiamento interiore volto a rimediare le sue colpe. Risparmierà, ad esempio, il coniglio che lui ha preso dalla madre di uno dei suoi debitori, e non renderà storpio un giovane debitore appassionato di musica, poiché riconosce nel ragazzo l’amore paterno che il protagonista non ha mai ricevuto.

La vendetta della pietà e l’impossibilità della catarsi

Pietà Kim Ki-Duk

Il rapporto con la madre, però, porterà Kang-do a diventare non solo dipendente dall’amore materno, ma anche vittima di una pietà che a poco a poco si trasforma in rabbia e vendetta, in virtù di una legge del contrappasso che porta Kang-do a soffrire come le sue vittime. È emblematico in questo senso la domanda che il capo usuraio (Son Jong-hak) rivolge a Kang-do quando il giovane gli chiede che fine abbia fatto sua madre, nel frattempo scomparsa: «Hai paura della vendetta?».

La pietà mostrata da Mi-sun diventa una vendetta che affiora a poco a poco in un climax ascendente da tragedia greca, dove in questo caso la catarsi del protagonista è venata da un grande senso di pessimismo e amarezza. La scomparsa della donna, infatti, conduce Kang-do in una discesa agli inferi dei sobborghi sudcoreani in cui il giovane entra in contatto diretto con il male che ha perpetrato nei confronti delle persone che ha mutilato per riscuotere le somme dei debiti. Kang-do subirà da questi insulti e sogni di vendetta che si fanno espressione di tutto il male e la sofferenza patiti. 

Pietà Kim Ki-Duk

Questa discesa negli inferi, però, termina per Kang-do con una scoperta sconcertante. Mi-sun è in realtà imparentata con Sang-gu (Lee Won-jang), che vediamo nella scena iniziale del film commettere il suicidio per i debiti contratti con Kang-do. Mi-sun ha realizzato la sua vendetta fin dall’inizio, facendo sì che Kang-do, il «diavolo che tenta le persone con il denaro», la «diabolica carogna», si trasformasse lui stesso in vittima esperimentando il dolore che ha inferto agli altri. L’intento di Mi-sun è stato quello di far capire a Kang-do come ci si sente a veder morire la propria famiglia davanti ai propri occhi, proprio come sono stati costretti a fare i familiari delle sue vittime. 

Pietà Kim Ki-Duk

Kang-do, dunque, da carnefice diventa vittima del suo stesso male. Il male che ha perpetrato è lo stesso che gli porta via la famiglia, gli affetti ritrovati dopo anni di sadismo e abbandono. A Kang-do spetta solo un gesto estremo, catartico, tipico delle tragedie greche, che Marco Minniti nella sua recensione al film su movieplayer.it spiega nel seguente modo:

«Il protagonista diventa così emblema di un’umanità che ha ormai smarrito le caratteristiche che la differenziano dal mondo animale, e che per ritrovarle deve letteralmente immolarsi, caricarsi sulle spalle e scontare fino in fondo tutto il peso delle sue colpe».

La catarsi di Kang-do, però, resta comunque intrisa di pessimismo. Nonostante nella scena finale si senta in sottofondo il Kyrie eleison (Signore, pietà), della catarsi di Kang-do resta solo una lunga scia di sangue e tanta solitudine espressa con un’ultima inquadratura rivolta verso le montagne avvolte dalla nebbia. Ancora una volta Kim Ki-duk evidenzia l’idea che in una società dominata dal denaro non c’è spazio per la pietà e la compassione, ma solo per la solitudine e la violenza. 

Amore, onore, rabbia, violenza, gelosia, vendetta, morte

Pietà Kim Ki-Duk

Pietà di Kim Ki-duk è un film straziante che sa ben rappresentare la nostra contemporaneità. L’amore e la pietà, infatti, non hanno spazio in un mondo governato dal denaro. Il capitalismo, infatti, rimuove ogni possibilità di empatia e compassione a favore di una violenza, egoismo e solitudine da cui nessuno può scappare, né vittime né carnefici. Quello di Kim Ki-duk è una Pietà di profondo pessimismo, che conduce gli spettatori a riflettere e a fare esercizio di compassione attraverso lo strumento più potente di tutti: quello dell’arte.

«Cosa sono i soldi? Sono l’inizio e a fine di tutte le cose: amore, onore, rabbia, violenza, gelosia, vendetta, morte.»

 Jo Min-su in Pietà

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e attualmente frequentante la magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee con percorso bilingue in inglese e tedesco.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda