«Poesia senza fine»: un cinema che cura

Era il 2015 quando su Kickstarter, piattaforma di finanziamento collettivo, apparì un piccolo bagliore poetico: Alejandro Jodorowsky in cerca di sostegno per il suo nuovo progetto. Fu un lampo e nel giro di poco tempo iniziò la produzione di Poesia senza fine, seconda parte di un’autobiografia introdotta con La danza della realtà (2013), ma probabilmente ancor più profonda e vicina ad una vera e propria esperienza poetica.

Un film di cui forse abbiamo bisogno oggi più che mai.

Dopo una distribuzione sporadica, ma partecipata, Mescalito Film ha deciso di rendere disponibile la perla del maestro cileno su Vimeo, al costo di 6,99. Un’occasione unica per (re)visionare Poesia Senza Fine.

Poesia senza fine

Finta Autobiografia dell’irrealtà

Cile, anni ’50. Alejandro Jodorowsky ha meno di vent’anni, ma possiede già la forza poetica necessaria per imbracciare un’ascia ed accettare l’albero (simbolicamente genealogico) piantato nel giardino di famiglia. Da qui l’inizio di un viaggio tra il paradiso di Pablo Neruda e Nicanor Parra, in cui una comune di artisti condurrà il giovane Alejandro a vivere la vita come versi di una poesia improvvisata. Un universo immaginifico e sorprendente, che pesca la propria profondità dalla biografia, dalla storia, ma, soprattutto, dalla magia della distorsione surrealista. Il canto unico di un aedo che si narra fuori e dentro la storia, usando i suoi figli, Adan e Brontis Jodorowsky, come attori e controfigure della propria vita, forse nella speranza di ricostruire all’inverso, attraverso il cinema, un albero genealogico ferito.

Poesia senza fine

L’atto poetico

Difficile è inquadrare il vero centro di questo racconto, perché tanto il suo autore, quanto la sua stessa visione della realtà, gioca a un costante movimento delle parti. Decentrando e cambiando con apparente casualità scenografie e azioni in cui l’unico centro ineluttabile appare essere la poesia. Ma se secoli di letteratura, e decenni di cinema, ci hanno lentamente abbandonati ad un solo spazio e modo di essere dell’atto poetico, Jodorowsky qui slega la propria follia per condurci in un movimento alternativo, in cui poesia e vita si sfiorano sino ad innamorarsi. L’immagine viene quindi immersa in un imbroglio sacro, in cui ciò che appare esula dalla dicotomica visione della realtà, solitamente incatenata dentro o fuori dalla caverna platonica, bagnando lo spettatore di una spiritualità riflessa. I tanti gesti sovversivi compiuti dal giovane Alejandro si mostrano in un contenitore, il film, che è così esso stesso l’ultimo vero atto poetico. Ma non sono le regole della sintassi narrativa o cinematografica a guidare ciò a cui lo spettatore assiste, bensì le poche e semplici essenze della Psicomagia.

Poesia senza fine

Proprio quest’ultima, teorizzata negli anni da Jodorowsky, è il motore trainante di un carro su cui danzano nani e poeti, folli e muse, in un colore dalla profondità primitiva. La Psicomagia si libera così nella sua veste più pura, ovvero gesto magico con finalità positive; fondando il cinema dello strappo, dello scandalo, come cura e guarigione.

Un cinema di personale universalità

Il ricordo e il passato vengono inscritti su pellicola, creando un mondo parallelo la cui atmosfera è il Cinema, dove ciò che accade è ciò che accadde, seppure mutato di veste e confuso tra dimensioni ultraterrene e realtà paradisiache.

La totale marginalità del concetto di vero o falso lascia quindi libertà all’espressione, permettendo a Jodorowsky di giocare con se stesso, di ricostruire un’irrealtà possibile, il cui fine non è mai la narrazione bensì la comprensione e l’accettazione di sé. Una pellicola che funge prima di tutto da atto salvifico del suo autore, a cui lo spettatore partecipa solo grazie a quella fotogenia capace di rendere l’immagine in movimento un nobile simbolo per l’intera umanità. Ma è solo una controindicazione di un gesto assolutamente individuale, costruito dall’autore per l’autore, al fine unico di perdonare se stesso, capirsi ed esorcizzarsi.

La fine costruzione di simbolismi non accetta così alcun tipo di interpretazione al di là di quella già proposta dal loro creatore, lasciando allo spettatore solo il piccolo spazio di una cabina dentro cui è invitato a sedersi per lasciarsi trasportare.

Un film la cui essenza è marchiata nel titolo; una Poesia senza fine che con magia si stende tra immagini e parole, creando versi che si eternano nel ricordo di una vita fuori dagli schemi.

Il cinema della cornice e dell’artificio convola quindi a nozze con il (sur)realismo della biografia, ponendo finalmente tregua alla lotta tra realtà e finzione, fantasia e scienza. Una visione che cambia la vita, spingendo ad atti poetici degni di ciò che siamo stati e saremo, dimostrando come anche il cinema sia lo strumento dell’azione più pura e poetica.


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Alessandro Cavaggioni