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Pose 3

Pose 3: si conclude il viaggio nelle ballroom newyorkesi

Pregi e difetti di un finale forse troppo frettoloso

7 minuti di lettura

Sbarca finalmente sugli schermi italiani la terza stagione di Pose, dramma arcobaleno targato Netflix. La serie, che aveva goduto di un discreto successo durante le prime due stagioni, giunge a conclusione lasciando un vuoto nei cuori dei fans. Può una storia costellata di discriminazioni, sofferenze, abusi, razzismo e omofobia concludersi con un happy ending? Secondo noi la scelta è stata un po’ troppo affrettata, ma comunque azzeccata.

Di cosa parla Pose

Pose 3 Netflix

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 conosciamo un lato degli Stati Uniti colorato e chiassoso, quanto nascosto e discriminato. Nasce la cultura della ballroom: locali underground dedicati alla libertà di espressione del mondo LGBTQ+ in cui si disputano graffianti sfide di stile e ballo. A gareggiare fra di loro sono le varie houses, vere e proprie famiglie in cui le house mothers accolgono tutti coloro che si trovano emarginati o in difficoltà per restituirgli un senso di appartenenza ad una comunità.

Blanca (MJ Rodriguez) è madre e fondatrice della casa Evangelista in cui cresce uno ad uno le future star della ballroom: Damon (Ryan Jamaal Swain), Ricky (Dyllón Burnside), Angel (Indya Moore), Papi (Angel Bismark Curiel) e non solo.

Cos’è la Ball Culture: libertà e comunità

Sfrattati dalle loro famiglie e rinnegati dalla società i giovani omosessuali e transessuali di New York trovano nelle ballroom un porto sicuro. Questi locali non rappresentano solo un’opportunità di ritrovo e divertimento, ma soprattutto una comunità. Tra trucco, vestiti stravaganti e performance brillanti, ognuno è libero di esprimere ciò che nel mondo esterno è costretto invece a reprimere.

La Ball Culture nasce come fenomeno underground, inizialmente conosciuto e formato quasi esclusivamente da gay afroamericani, donne transgender e ispanici. Essendo minoranze ignorate dal mondo della moda, questa parte della comunità LGBTQ+ riflette il suo estro in questi “balli” dove si posa, si sfila e si danza come sulle copertine di Vogue o sulle passerelle più celebri.

Una volta scoperto il potenziale artistico di questi locali, anch’essi sono mano a mano entrati a far parte delle cultura mainstream statunitense. Il trampolino di lancio è stato sicuramente il brano Vogue di Madonna, da sempre amante dell’avanguardia.

Pose 3: com’è il finale della serie?

pose

Per molti Pose si conclude con la seconda stagione. Nonostante anche questa terza stagione, quella conclusiva, regali momenti di altissimo livello stilistico ed emotivo, sotto molti aspetti non si eleva allo stesso rango delle due precedenti. Le storie filano, ma ogni tanto si inceppano e la produzione sembra aver scritto questo finale con l’orologio alla mano.

La serie di Ryan Murphy conclude il suo eccentrico viaggio nelle ballroom con circolarità e coerenza, addolcendo leggermente l’amara pillola rappresentata dalle varie discriminazioni e dall’emarginazione. Sulle battaglie fra le varie houses prevalgono nuovamente i legami e i rapporti dei protagonisti, che riempiono le puntate con le loro vite private, ormai completamente slegate dai locali dei ball.

La vita va avanti, insomma, ma non sempre per il meglio. Il racconto dell’AIDS, sottofondo spaventoso di tutta la serie, si fa sempre più intenso. Seguiamo Pray Tell (Billy Porter) nella sua battaglia contro la malattia, straziante ed estenuante. Conosciamo da vicino la rassegnazione e l’amarezza che affliggono chi ha già il proprio destino scritto in una cartella clinica.

Alla tristezza si alterna però la rabbia che, forte e impetuosa, esplode in questa terza stagione di Pose. Non è più il momento di soffrire in silenzio: dopo le esperienze giovanili catartiche dei protagonisti è tanta la voglia di riscatto e rispetto. È ora di pretendere ciò che si ha tutto il diritto di avere.

Pose, però è anche stile, fierezza e orgoglio. Proprio queste le caratteristiche che sembrano aver portato in alto i protagonisti che, alla fine della stagione sembrano aver centrato i propri obiettivi. Per una serie che più volte ha dato prova di avere i piedi piantati a terra, questo happy ending risulta forse eccessivamente ingenuo, anche se non manca comunque un tocco di amarezza.

Nonostante i toni apparentemente buonisti, un finale edulcorato era forse l’unica soluzione. Pose con il suo carisma e il suo tocco sgargiante si fa carico, insieme, di tematiche importanti e di speranza per un futuro più luminoso, instillando allo spettatore quel briciolo di fiducia di cui forse aveva bisogno.

Pose è la serie LGBTQ+ che aspettavamo?

In un mondo di apparente frivolezza e vanità come quello delle ballroom viene indagato il significato nascosto delle piccole e grandi libertà. Dal sentirsi sicuri nella propria città, alla scelta dei vestiti da indossare, dall’accettazione da parte della propria famiglia fino al diritto di poter essere imprenditori e padroni di se stessi.

Con classe e sentimento, Pose, ci racconta le grandi ingiustizie della nostra contemporaneità, facendoci conoscere una parte delle cultura LGBTQ+ underground che forse non era nota a molti nel nostro Paese; complice anche un cast quasi interamente nero e transessuale per la prima volta nella storia delle grandi produzioni internazionali.

Avevamo assolutamente bisogno di Pose per avere uno sguardo più consapevole sulla nostra realtà e per ribadire ancora una volta che anche le manifestazioni del proprio stile e della propria personalità non sono un inutile vezzo ma un diritto a tutti gli effetti. Pose ci conquista con il suo carisma, ci fa commuovere con il suo dolore, ci sprona grazie alla sua fierezza e ci fa esclamare “yas queen!” ad ogni look sulla runway.


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Floriana Bria

Classe 1996, laureata in Filosofia.
Aspirante filosofa e scrittrice, nel frattempo sognatrice e amante di serie tv, soprattutto comedy e d'animazione. Analizzo tutto ciò che guardo e cerco sempre il lato più profondo delle cose. Adoro i thriller psicologici e i film dalla trama complessa, ma non disdegno anche quelli romantici e strappalacrime.
Pessimista cronica e amante del dramma.

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