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I 26 anni di Pulp Fiction

5 minuti di lettura

Pulp Fiction è lo spartiacque del cinema anni ’90. La pellicola di Tarantino è una mescolanza tra cinema post-modernista, di cui si può considerare rappresentazione più chiara e netta, e opera canonica, in cui tutte le tipiche operazioni di genere vengono portate sullo schermo.

La pellicola, uscita il 14 ottobre del 1994, ebbe il merito di rilanciare John Travolta e di creare l’ascesa della giovane Uma Thurman, musa dichiarata di Tarantino. Un cast di attori di prima linea, da Samuel L. Jackson a Bruce Willis, Tim Roth e Rosanna Arquette, Christopher Walken e Harvey Keitel.

Pulp Fiction

Pulp Fiction è Palma d’oro al Festival di Cannes del 1994, 7 nomination agli Oscar, con la vittoria per la Miglior sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary, oltre che svariati riconoscimenti in tutto il mondo.

Pulp Fiction trama (anche se l’avete già visto)

Pulp Fiction

Los Angeles è il luogo prescelto per l’intrecciarsi di una serie di storie: una coppia di strani rapinatori (Tim Roth – Amanda Plummer) improvvisa una rapina in una tavola calda; ci sono due killer, Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnifield (Samule L. Jackson) che devono recuperare una valigetta dal contenuto sconosciuto (per tutto il film la domanda sorgerà spontanea: cosa c’è nella valigetta di Pulp Fiction?), ma si ritrovano in una situazione sgradevole. Poi c’è il pugile Butch (Bruce Willis) che si rifiuta di andare al tappeto in un incontro truccato per le scommesse, e così è costretto alla fuga e la moglie del boss dei due killer, Mia Wallace, che passa una serata spassosa con Vincent Vega.

Sceneggiatura Pulp Fiction: il tempo spezzato

Pulp Fiction

Pulp Fiction ha un innovativo rapporto con il tempo. La cronologia del racconto non è lineare, è spezzata in parti che si incastrano solo grazie al lavoro attento dello spettatore. Tre macro episodi che si avvicendano mutualmente, con prologo ed epilogo che avvengono nella stessa giornata, nello stesso luogo: Hawthorne Grill, una caffetteria di Los Angeles.

L’andamento circolare è solo apparente. La scena finale di Pulp Fiction, che è anche quella con cui il film inizia, non è il momento cronologicamente più avanzato del film. Si tratta però di un momento redentore, come se tutte le vicende criminose venissero riscattate dal e nel tempo. Non si potrebbe capire il bisogno dei due killer, Vincent Vega e Jules Winnifield, di portare un messaggio biblico di perdono, senza prima aver attraversato con loro le alterne vicende che li vedono protagonisti.

Ogni sequenza ha una meccanica propria, interna, che dialoga con l’andamento dell’opera, caratterizzata da vette emozionali, metafora che si può iconizzare nella scarica di adrenalina che salva la vita a Mia Wallace. Un puzzle di storie così intrecciate che scarica emotivamente anche lo spettatore, che passa rapidamente dal tempo rasserenato al tempo elettrico, non potendo essere mai sereno e lineare nella visione.

Il senso del Pulp

Pulp Fiction

La didascalia iniziale del film mostra il doppio significato di Pulp, che esprime sia una massa informe, molle e umida, che un libro che racconta argomenti sinistri, stampato su carta di bassa qualità.

La pellicola porta con sé entrambi gli elementi. Si assiste facilmente a corpi umani smembrati, catatonici, agonizzanti, con sangue che sgorga e violente emozioni. Una sensazione di mollezza che si porta anche nelle relazioni tra i personaggi, così poco forti e tanto legate all’interesse individuale.

Ma è anche una finzione, un racconto. Che potrebbe essere ricollegato a generi diversi, per lo più polizieschi B-movie o splatter della migliore tradizione all’italiana, la commedia sofisticata e il grottesco. Ma il merito di questo romanzo tarantiniano è condensare tutto, portare eterogenei elementi in un’organicità che esplode di vita e di violenza, come una colata lavica.

Quest’opera trans-genere, dove la violenza non è decantata ma funge soltanto da divertissement, perché in fondo intrattiene lo spettatore, tra interesse a repulsione. Un cinema libero che ha spaccato gli anni ’90, ha ricondotto il cinema – soprattutto americano – verso vette di ricerca che, a seguito dell’andamento Blockbuster degli anni ’80, si era un po’ perso.

Un film iconico da vedere e rivedere, con il gusto di scoprire sempre la citazione cinefila di Tarantino o il suo gusto autenticamente perverso.


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Stefano Sogne

Amo le storie. Che siano una partita di calcio, un romanzo, un film o la biografia di qualcuno. Mi piace seguire il lento dispiegarsi di una trama, che sia imprevedibile; le memorie di una vita, o di un giorno. Preferisco il passato al presente, il bianco e nero al colore, ma non disdegno il Technicolor. Bulimico di generi cinematografici, purché pongano domande e dubbi nello spettatore.

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