«Qualcuno volò sul nido del cuculo», libertà e umanità in Miloš Forman

Kenneth Elton Kesey, scrittore trait d’union tra la Beat Generation e il movimento Hippie, cavia prima e degustatore famelico poi delle più diverse sostanze psichedeliche, passò un periodo, nel 1959, nell’ospedale dei veterani di Menlo Park. Qui, sotto effetto di droghe psicoattive assunte volontariamente, in un continuo dialogo con i reclusi, scopre un tipo di umanità diversa e dimenticata. Documenta i risultati nel romanzo One Flew Over the Cuckoo’s Nest, tradotto in italiano con Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Anni dopo, Kirk Douglas, grande attore ma anche produttore, ha un’intuizione. Propone al regista ceco, fuggito dalla propria patria, Miloš Forman, la realizzazione filmica del romanzo. Delega successivamente il lavoro di produzione al figlio Michael, altrettanto noto attore.

Quando poi venne scritturato Jack Nicholson nel ruolo di protagonista, il budget crebbe incredibilmente e permise la buona continuazione del progetto. Kesey fu liquidato, ormai sempre più invischiato in vicende psichedeliche; l’unico direttore d’orchestra divenne il regista ceco.

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«Qualcuno volò sul nido del cuculo», trama

Come conseguenza di alcuni atti criminosi, Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson) finisce in un ospedale psichiatrico per essere valutato. Ribelle e incapace di adeguarsi alle norme, non è soggetto ad alcuna patologia mentale. Dopo un primo periodo di insofferenza, diventa il leader riconosciuto degli altri degenti, creando uno spirito di mutua cooperazione. I suoi comportamenti però attirano l’attenzione e il disprezzo della capo-infermiera Ratched (Louise Fletcher), severissima, che dirige l’ospedale in maniera decisamente rigida.

Di nidi e cuculi

Risulta necessario spiegare innanzitutto il titolo, per aver una comprensione migliore del film. Il “nido del cuculo” è espressione del gergo americano per indicare i manicomi. Ma non è tutto: il cuculo è un uccello che non costruisce un nido, usando invece quello di altri volatili per depositare le proprie uova.

In una delle sequenze più famose del film, il festino notturno organizzato dal protagonista, si chiarisce ancora di più il titolo. Dopo esser riuscito a trovare uno spiraglio per la fuga, la finestra aperta, McMurphy rinuncia all’evasione. Lui, vagabondo ed irrequieto, squattrinato e senza casa, senza legge, senza Dio, sente le proprie radici ben salde in quella, veramente, gabbia di matti.

Il manicomio è il nido, i pazienti sono le uova che il cuculo-Stato ha depositato: forse per proteggerli, forse per nasconderli.

“Qualcuno”, citato dal titolo, è McMurphy, un personaggio capitato un po’ per caso in quel nido, ma che diventa necessario riferimento per quelle povere uova dimenticate dalla società, incapaci di dischiudersi.

Inno di libertà

Pensare oggi al concetto di libertà individuale è difficile. Si usa questa nozione nello scontro con le decisioni di ordine superiore, da parte delle istituzioni, che non sempre sono accolte o accettate, che si tratti di una pandemia o di una tassazione.

La pellicola, calata negli anni in cui la libertà sempre di più stava diventando idea guida delle giovani generazioni, porta la riflessione in uno dei suoi angoli più bui. Il manicomio e le sue istituzioni, impersonate dalla tremenda Ratched, da un lato limitano opportunamente individui incapaci di seguire le norme, ma anche il conformismo, della propria società. Dall’altro lato, però, il trattamento è alla stregua di scimmie da ammaestrare e l’arrivo di McMurphy è epifania: mostra loro la possibilità di un trattamento diverso, di un atteggiamento più umano e fraterno.

Il finale non si può rivelare, è indissociabile dalla poesia del film. Ma si può per certo dire che la libertà che viene urlata dai protagonisti è sottile, nascosta, insidiosa: la libertà è nel volto dell’altro, per quanto strambo e anticonformista sia.

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Stefano Sogne