Quo vadis, Aida?, Jasmila Zbanic ripercorre un genocidio| Venezia77

Dove vai. Fermati. Salvaci. È un boato di suppliche quello che raggiunge Aida nella base ONU di Srebrenica. Una delle numerose “zone sicure” costruite dai caschi azzurri a inizi anni ‘90. Lei, interprete bosniaca, potrebbe salvarsi. Ma che ne sarà degli ottomila bosgnacchi che hanno circondato l’edificio dopo che l’esercito della Repubblica Serba ha raso al suolo la città? Con l’approccio di chi vorrebbe cambiare la storia, ma si arrende alla sua tragicità, Jamila Zbanic torna a parlare di guerra. Per farlo sceglie un punto di vista inedito. Una donna a cui viene permesso di assistere al gioco bellico degli uomini.

Aida è un’eroina impotente. Traduce le trattative tra Onu e Repubblica Serba, ma rimane inascoltata nelle sue giuste preoccupazioni. Quando la situazione degenera, Aida cerca di mettere in salvo la famiglia. «Perché loro sì e noi no», le chiedono. La questione morale non ha tempo di porsi e fare il possibile è insufficiente.

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Quo vadis, Aida?

Jasna Duricic recita con foga disperata un film sconfortante. Perfetto nel rendere uniforme il dramma. Perché Jamila Zbanic non si limita a mostrare la distesa di sfollati. Lavora sul frastuono che cade pesante su questo mare umano. Si rimane assordati. Colpiti senza preavviso alcuno da un film che finge di avere una scelta. Ma la storia, e i fatti narrati di cui ricorrono i 25 anni, sono un binario.

Quo vadis, Aida? e la responsabilità dell’Onu

Qui vadis, Aida? non insiste sui nemici ovvi. Le truppe serbe del generale Mladić sono mostrate con una ferocia prevedibile. Anche se i siparietti che lo vedono premurarsi che tutto venga filmato per bene concedono uno spaccato sugli interessi fotogenici dei guerrafondai. In una scena di trattative, momento clou della vicenda, pregherà il ragazzo con la cinepresa di muoversi nella stanza. Il campo controcampo come arma da guerra. La rinnovata accusa è invece per i caschi azzurri olandesi. A loro è riservato il disprezzo di chi ha permesso una tragedia con silenzio compiacente.

I dubbi sulle azioni della base Onu sono noti. Ma Jamila Zbanic non si affida a sfumature. Nel mettere in scena gli “alleati”, inviati sul campo per la sicurezza dei civili, evita compromessi. I soldati semplici sono ragazzini senza addestramento. I caschi troppo larghi e le braccia pallide restituiscono una visione parodistica. La loro inettitudine, accusa Zbanic con sostegno storico, ha affidato ottomila vite alla morte. I generali sono invece assenti. «Tutto il comando è in vacanza?», urla al telefono il comandate in carica della base di Srebrenica. Il fatto è storico. Chi doveva prendere le decisioni, inviare rinforzi, supportare la missione, era in quei giorni irreperibile.

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La rabbia che cresce è assorbita dal volto di Aida. Il personaggio si inserisce nella vicenda in un gioco sadico di possibilità. Cosa sarebbe accaduto se l’avessero ascoltata, se davvero avesse smesso di tradurre. In alcuni passaggi potrebbe cambiare delle parole. Ma non si dà seguito alle esitazioni.

Quo vadis, Aida?

Quo Vadis, Aida? non lascia indifferenti. Le scene giungono con forza, dando le risposte più dolorose. Dove vai Aida. Salvaci Aida. Dopo una prima sorpresa iniziamo anche noi a perdere di vista il coro. Jamila Zbanic smuove il pubblico. Il film è così più concitato che riflessivo. L’azione è una corsa senza vie d’uscita. Aida si muove nella base Onu come in un labirinto. Nel momento delle scelte anche i volti amici cambiano idea, mentre in ogni stanza le situazioni avvicinano la tragedia. Quo vadis, Aida? non resiste alle retoriche più semplici, ma si conserva in passaggi preziosi. Il razzismo di alcuni soldati olandesi non ha lo spazio per divenire un tema. Ma quando uno di questi smaschera e denuncia un uomo travestito da donna nel disperato tentativo di salvarsi, il messaggio arriva senza sbavature e il film guadagna un notevole spessore.

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Alessandro Cavaggioni

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