fbpx

Le battaglie politiche dei 92 anni di Nagisa Oshima

/
20 minuti di lettura

Il cinema giapponese è stato nel corso degli anni un faro di innovazione e avanguardie artistiche, a cui il resto del mondo ha guardato purtroppo solo in determinati momenti: oggigiorno, a parlare di Giappone vengono in mente subito anime, Godzilla e il genere horror. Eppure, la produzione del paese è stata fra le più sfaccettate e ricche dal dopoguerra ad oggi, in netto contrasto con la staticità della politica interna.

Infatti, il Giappone è stato governato ininterrottamente dallo stesso partito più o meno dal 1946 ai giorni nostri, con due brevi parentesi in cui l’opposizione riuscì ad assicurarsi il vantaggio negli anni ’80 e nel 2010, solo per poi perderla alle tornate elettorali successive. Questa monolitica presenza che il paese ha avuto nei giochi della geopolitica, viene brutalmente smorzata dall’intensità con cui sono state prodotte opere in aperto contrasto con la classe governante: è uno dei casi più lampanti di dissonanza fra rappresentanza politica e rappresentazione artistica.

Chi era Nagisa Oshima

Una delle voci più singolari del coro di insoddisfatti, è stata quella di Nagisa Oshima, che questo 31 marzo avrebbe compiuto 92 anni. Vissuto fino al 2013, si era ritirato dalle scene nel 1999 in seguito a un ictus, dopo aver diretto il suo capolavoro conclusivo Tabù – Gohatto: il film, ultimo di una trentina di lavori, affronta la sessualità come la maggior parte dei lavori di Nagisa Oshima, sottolineando il rapporto malato che il Giappone crea fra violenza e repressione sessuale.

Con atmosfere oniriche e una delle migliori colonne sonore di Ryūichi Sakamoto, Gohatto riprende le riflessioni iniziate dal regista già una quindicina d’anni prima col suo film più universalmente noto, Furyo (1983), in cui i rapporti di potere si trasformano in rapporti sessuali (aguzzino-prigioniero in Furyo, maestro-allievo in Gohatto) e soprattutto il tabù per eccellenza della cultura giapponese: l’omosessualità.

Ma oltre a ridicolizzare e criticare il modo in cui il Giappone vive il sesso, Oshima era anche un’abrasiva voce politica, capace di cogliere collegamenti e parallelismi fra i simboli più apparentemente distanti. Uno dei temi più scottanti di cui si è occupato negli anni è stata la condizione della popolazione Zainichi, ovvero persone di discendenza coreana bloccate in Giappone senza nessun riconoscimento ufficiale e vessate da razzismo culturale ed etnico. In questo articolo si parlerà soprattutto dei film -spesso considerati minori – che fra gli anni ’60 e ’70 hanno segnato l’impegno politico di Nagisa Oshima, in modo da ricordarlo diversamente dalla narrazione occidentale, che lo ha erroneamente catalogato come regista erotico alla stregua di Tinto Brass.

Nagisa Oshima, dall’attivismo politico alla sala cinematografica

Il tramonto dell'imperatore dei sensi nagisa oshima

Per comprendere fino in fondo la maestria con cui Nagisa Oshima ruppe col passato del cinema giapponese, è importante conoscerne la formazione e le idee politiche. Iniziando a lavorare quasi per caso alla Shochiku, ebbe numerose difficoltà a trovare lavoro prima di entrare nel mondo del cinema per via del suo intenso attivismo politico vicino ai movimenti studenteschi degli anni ’50 e al Partito Comunista Giapponese. Questa sua militanza si sarebbe tutt’altro che affievolita con l’avvicinarsi alla cinepresa: dopo un periodo iniziale da assistente alla regia, Nagisa Oshima ottenne il permesso di dirigere il suo primo lungometraggio, Il Quartiere dell’Amore e della Speranza.

Per quanto ancora molto legato agli stilemi melodrammatici del passato – detestati da Oshima stesso – si possono già intravedere alcuni dei temi che caratterizzeranno l’intera produzione dell’autore: gli amori giovanili e violentemente tormentati e le difficoltà finanziarie dei protagonisti. Gli stessi temi che solo un anno più tardi avrebbero sancito l’effettiva nascita di una poetica autenticamente autoriale in Racconto Crudele della Giovinezza (1960), nel quale tutti i disagi già mostrati nel film precedente vengono acuiti da un montaggio nuovo e frammentario, molto più simile a quello di Jean-Luc Godard che ad un qualunque regista classico giapponese.

Nello stesso anno escono Il Cimitero del Sole e Notte e Nebbia in Giappone: del primo parleremo più accuratamente nel paragrafo successivo, mentre il secondo decreta la definitiva rottura con il sistema degli studios. Il film è apertamente politico e riflette sull’inefficienza del Partito Comunista Giapponese nel contrastare l’ascesa dell’influenza statunitense, a causa dei conflitti interni e dei tradimenti – anche sessuali – che avvengono fra i compagni. La Shochiku ritira il film dalle sale, caccia Nagisa Oshima e lui se ne va “sbattendo la porta”.

Questa esperienza gli aprirà la strada per sperimentare con produzioni indipendenti e film sempre più provocatori, dediti a mettere in crisi ogni singolo tabù sociale radicato nella cultura giapponese. I tempi lavorativi diversi e non più sottomessi alle richieste della Shochiku consentirono a Nagisa Oshima anche di poter viaggiare, attraversando i territori più poveri e politicamente complessi di quell’Asia degli anni ’60. È proprio da questi viaggi che comincia a nascere nell’autore il bisogno di dedicare parte dei propri sforzi creativi alla questione del colonialismo imperiale nipponico, raccontando le vite dei coreani oppressi sia in madrepatria che in Giappone.

I film da guardare assolutamente

Racconto Crudele della Giovinezza (1960)

Nagisa Oshima Racconto Crudele della Giovinezza (1960)

Racconto Crudele della Giovinezza segna il primo successo commerciale e di critica del giovanissimo Oshima. Il film parla del rapporto venefico fra due disillusi adolescenti anestetizzati alla violenza del moderno Giappone. Tematicamente molto più vicino a opere successive dell’autore come Diario di un Ladro di Shinjuku (1969).

Questo è il film nel quale, per la prima volta, Nagisa Oshima si espone politicamente, usando le vere immagini – in bianco e nero sgranato – delle proteste che stavano scuotendo la Corea del Sud in quegli anni, in netta opposizione con lo stacco di montaggio immediatamente successivo, in cui i due protagonisti camminano immersi nei brillanti colori del Giappone post-bellico vicino ad una parata di protesta contro il “Trattato di mutua Cooperazione e Sicurezza” che il Giappone avrebbe firmato con gli Stati Uniti per un’alleanza militare.

La protesta giapponese è sullo sfondo, lontana dai ragazzi che quasi la ignorano. Con un intelligente utilizzo del montaggio, Oshima già sottolinea l’abissale distacco che i protagonisti provano nei confronti della politica e che il Giappone stesso prova nei confronti della Corea, il primo smagliante, la seconda sbiadita. Il protagonista saluta un amico fra i ragazzi della sfilata, ma non si unisce a lui, scegliendo invece di allontanarsi ulteriormente.

Il Cimitero del Sole (1960)

Nagisa Oshima Il Cimitero del Sole (1960)

Molti dei coreani trapiantati in Giappone erano costretti a vivere nelle cosiddette Chösenburaku, ghetti pieni di criminalità e povertà, spesso situati vicino ai fiumi. È proprio in tale ambiente che Nagisa Oshima ambienta il suo terzo film, il primo a mostrare un personaggio etnicamente coreano. Fumio Watanabe, abituale collaboratore del regista, interpreta uno dei personaggi di sfondo, dotato di un forte accento coreano, quasi caricaturale.

È qui che si vede per la prima volta l’ambivalenza di Oshima nei confronti della rappresentazione Zainichi: in alcuni dei suoi progetti, infatti, i coreani sono ammiccanti a tutti i preconcetti che un Giapponese medio poteva avere nei confronti della minoranza. Un’ulteriore riflessione sulla natura problematica de Il Cimitero del Sole sta nel fare un paragone con quanto Oliver Dew commenta riguardo agli Yakuza Films degli anni ’60 e ’70 nel suo libro Zainichi Cinema: Korean-in-Japan Film Culture: “in some third National gangster films, no traces of an ethnic designation can be found. The charachters are simply ‘other.’ ” E “other” sono anche due dei protagonisti di questo film, insultati da un gangster che li definisce generici “stranieri.”

Un Esercito Imperiale Dimenticato (1963)

Nagisa Oshima Un Esercito Imperiale Dimenticato (1963)

La problematicità della rappresentazione coreana in Nagisa Oshima continua nel successivo progetto, questa volta interamente dedicato all’argomento. Un Esercito Imperiale Dimenticato è un documentario televisivo che segue le vicende di un gruppo di coreani veterani di guerra che combatterono per il Giappone nella Seconda Guerra Mondiale e che ora si vedono rifiutati i sussidi e la cittadinanza. L’approccio di Oshima nei confronti dei suoi soggetti è quello dell’imposizione autoriale sul materiale documentaristico: piuttosto che lasciarli parlare, il regista li narra fino al punto di dichiararne i sentimenti con un voice-over.

The Tomb of Youth (1964)

L’anno seguente, nel 1964, Nagisa Oshima parte per il suo primo viaggio in Corea del Sud, con l’intento di girare un secondo documentario la cui realizzazione sarà però impedita dallo stesso governo sudcoreano. Durante il viaggio però, il regista girerà un documentario nato dalle circostanze intitolato The Tomb of Youth nel quale esplora la vita di una giovane donna che dopo aver perso un braccio durante le proteste del 1960 è costretta a prostituirsi. Il documentario non compensa i problemi del precedente, anzi sembra che la situazione non esattamente favorevole nella quale il progetto fu realizzato non abbia incentivato Oshima a rinnovare i suoi metodi.

Diario di Yumbogi (1965)

Sempre durante il viaggio però, scatterà una serie di fotografie che saranno poi riutilizzate nel ’65 per il cortometraggio Diario di Yumbogi, fortemente ispirato da La Jetée, capolavoro sperimentale del regista Chris Marker e quantomeno influenzato dal lavoro del collega Shoei Imamura per My Second Brother, uno dei primi film giapponesi a trattare apertamente l’argomento Zainichi: è la prima volta che Nagisa Oshima mette realmente al centro le vite dei coreani, fornendo le immagini di una narrazione in prima persona e imparando molto di quello che anni dopo gli servirà per mettere in scena il suo Il Bambino (1969).

Sulle Canzoni Sconce Giapponesi (1967)

Sulle canzoni sconce giapponesi, di Nagisa Oshima

Sulle Canzoni Sconce Giapponesi è la summa di tutto quello che Nagisa Oshima ha diretto fino a questo punto: il film racconta di un gruppo di giovani studenti, lontani da qualsiasi forma di appartenenza, cantano le loro canzoni sconce, cercando di sovrastare i canti militari di vecchi nostalgici giapponesi. Ripudiano le canzoncine americane dei loro colleghi e anche quelle di protesta dei ragazzi politicamente coinvolti. Tutta la loro attenzione è rivolta al bisogno di sfogare la violenza e l’ipersessualità che si portano dentro.

L’occasione si presenta quando una loro ossessiva fantasia sessuale sembra avverarsi: lo stupro di una loro compagna di classe si trasforma in una delle scene più teatrali e spietate di tutto il cinema giapponese. Mentre i ragazzi spogliano senza pietà la loro vittima, una ragazza amica di lei comincia a cantilenare una lezione di storia, secondo cui il Giappone sarebbe nato da immigrati coreani che per primi giunsero sull’isola e fondarono l’Impero del Sole Nascente.

I giovani per non sentire alzano la voce cantando le loro canzoni sconce: mai era stato così evidente il collegamento fra il passato coloniale giapponese e il torbido rapporto col sesso dell’intero paese. In più, la somma provocazione di Nagisa Oshima, questa volta netta e senza ombre, sta nel dichiarare che tutti i giapponesi siano in realtà coreani.

Il Ritorno degli Ubriachi (1968)

Il Ritorno degli Ubriachi (1968) di Nagisa Oshima

La provocazione finale di Sulle Canzoni Sconce Giapponesi continua anche nel successivo Il Ritorno degli Ubriachi. Il film parla di due fuggitivi coreani appena sbarcati in Giappone per evitare di essere arruolati in Vietnam che rubano i vestiti di due ragazzi giapponesi, membri di un trio pop che ha scritto la canzone da cui è tratto il film.

Se politicamente Oshima condanna la Guerra del Vietnam e cinematograficamente tesse una complessa riflessione meta-narrativa, a livello contenutistico il film è una farsa musicale sulla falsa riga dei film Hollywoodiani di Elvis. I due protagonisti, costretti ad affrontare la vita in Giappone vestiti da coreani, sono l’apice dell’ambiguità di Nagisa Oshima nei confronti della questione coreana: da una parte è assolutamente chiaro l’intento di denuncia nei confronti di come la minoranza sia trattata – alla fine del film i fuggitivi vengono letteralmente giustiziati sul posto dalle autorità giapponesi -, dall’altra vengono dipinti come criminali, pronti a uccidere pur di scappare.

Eppure, proprio durante l’esecuzione dei coreani, i protagonisti si mettono ad urlare “We are also Koreans!”; si materializza – sempre secondo un gioco di riflessioni meta-narrative sugli archetipi dei personaggi – quell’inversione di ruoli che annunciava già Sulle canzoni Sconce Giapponesi, ora rappresentata da un gruppo pop giapponese che supplica di essere considerato coreano durante l’ultimo atto del film.

L’Impiccagione (1968)

L'impiccagione, il film di Nagisa Oshima

Sogno e realtà si sovrappongono come il cinema e la cronaca da cui è tratto, ovvero il duplice omicidio di due ragazze giapponesi per mano di uno Zainichi nel 1958. Ne L’Impiccagione assistiamo al punto d’arrivo del percorso coreano di Oshima: il protagonista, un condannato a morte di origini coreane chiamato R, non muore al primo tentativo delle guardie di giustiziarlo e perde invece la memoria.

Torna quindi l’inversione dei ruoli maturata già negli ultimi due film, poiché le guardie si mettono ad inscenare la vita ed i crimini del condannato nel tentativo di farlo rinsavire e concludere il lavoro. L’impostazione brechtiana dell’azione, gli spazi ristretti ed il continuo confondersi di immaginazione e realtà si sublimano con la presa di coscienza etnica di R: la sua esecuzione lo lascia senza memoria perché non deve uccidere lui, ma le sue idee e la sua identità culturale.

Dopo essere rinsavito ed aver riconosciuto i crimini commessi, continuerà a dichiararsi innocente, in quanto gli stupri e gli omicidi altro non sono che il risultato delle politiche coloniali del Giappone e la proiezione di tutti i desideri di rivalsa più reconditi e perversi generati dalla situazione di oppressione subita dai coreani. L’Impiccagione è un ultimo e decisivo J’accuse che Nagisa Oshima lancia direttamente al pubblico, interpellandolo in prima persona nella sequenza finale del film.

Oltre gli Zainichi

Oshima

Dopo aver dedicato tanta attenzione alla questione coloniale, Nagisa Oshima ha cominciato a scardinare uno per uno i pilastri della chiusissima cultura giapponese: da pinku-eiga (film erotici) nobilitati da meravigliosa cura per i dettagli visivi ed elementi sovrannaturali come L’Impero della Passione (1978), a nere commedie sul rigore e sull’importanza dei valori della famiglia come La Cerimonia (1971), fino a incubi buñueliani contro borghesia e norme sessuali come Max Amore Mio (1986), Nagisa Oshima è rimasto nel corso degli anni uno dei rarissimi autori capaci di condurre la mente negli anfratti più oscuri del libero arbitrio e di evocare sensazioni complesse, che non si esauriscono mai al “bello” o al “brutto.”

Ogni suo film va visto, rivisto e assaporato più volte per essere capito fino in fondo, anche se forse la sua unicità deriva proprio dal rimanere tutt’ora un mistero anche per i cinefili più accaniti, uno dei grandi dimenticati fra i grandissimi del cinema, un grattacapo per chiunque sia disposto a mettere in discussione tutte le norme sociali a cui questa modernità ci ha allenati.


Seguici su InstagramTikTokFacebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club

Appassionato e studioso di cinema fin dalla tenera età, combatto ogni giorno cercando di fare divulgazione cinematografica scrivendo, postando e parlando di film ad ogni occasione. Andare al cinema è un'esperienza religiosa: non solo perché credere che suoni e colori in rapida successione possano cambiare il mondo è un atto di pura fede, ma anche perché di fronte ai film siamo tutti uguali. Nel buio di una stanza di proiezione siamo solo silhouette che ridono e piangono all'unisono. E credo che questo sia bellissimo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.