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Resident Evil: la serie Netflix osa troppo senza poterselo permettere

5 minuti di lettura

La saga di Resident Evil ha da tempo superato il confine dell’universo videoludico per diventare a tutti gli effetti un brand transmediale. L’ultima trasposizione della creatura Capcom, la Serie TV distribuita da Netflix dal 15 luglio è ormai atterrata sul piccolo schermo raccogliendo pareri e critiche discordanti in parte dovute anche alle aspettative sempre molto alte dei fan.

Da grandi poteri

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Resident Evil, dopo essere diventato un cult per i videogiocatori di tutto il mondo si è saputa diffondere come un virus mutando forma pur mantenendo delle caratteristiche ben precise e riconoscibili.

La Serie TV prodotta dalla Constantin Film ha voluto riproporre quegli stessi ingredienti aggiungendo qualcosa in più, spostando la narrazione, o quantomeno una parte di essa, nel futuro e più precisamente nell’anno 2036.

La vicenda infatti si divide in due parti che si intervallano per costruire un racconto dinamico in cui la comprensione della storia avviene per gradi e senza la necessità di troppe spiegazioni artificiose.

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Nel 2036, Jade Wesker (Ella Balinska) effettua ricerche sugli infetti che ormai popolano la gran parte del mondo per cercare di comprendere le evoluzioni psichiche e sociali delle orde di zombie, mentre nella timeline del 2022, tre mesi prima della diffusione del virus il dottor Albert Wesker (Lance Reddick) si appena trasferito con le sue due figlie nella città-laboratorio della Umbrella, New Raccoon City, per lavorare all’ambizioso farmaco JOY, cura sperimentale per la depressione e altri disturbi dell’umore.

La trama dell’opera è interessante, anche se non troppo originale, e ci presenta un’Umbrella come al solito spietata e pronta a tutto per perseguire i propri obiettivi introducendo un futuro alle vicende raccontate nei precedenti media della saga.

Quello che ne esce fuori è qualcosa che sembra attingere da più parti e da più immaginari del mondo dei videogiochi: il futuro fatto di città fortezze e terre desolate ricorda allo stesso tempo gli scenari di Final Fantasy 7 (in cui a fare il bello e il cattivo tempo era un’altra multinazionale malvagia, la Shinra) e quelli di Fallout, non riuscendo però a convincere del tutto.

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L’impressione è che si sia voluta mettere troppa carne al fuoco, diluendo la forza narrativa di un’idea tutt’altro che povera e mettendo alla prova lo spettatore con plot twist frettolosi e arrangiati che a volte risultano artificiosi e di comodo per gli sceneggiatori.

Sembra quasi tutto troppo frettoloso e lasciato là, in pasto a un pubblico ormai pronto a tutto e capace di digerire qualsiasi tipo di universo.

Anche il ritmo della serie non è cadenzato al meglio e se le prime puntate scorrono via e si lasciano apprezzare, il tutto diventa troppo complicato, noioso e farraginoso nelle puntate finali che non sanno fornire risposte adeguate e mantengono un finale aperto che necessita di una seconda stagione.

In definitiva, l’intreccio narrativo del futuro di Resident Evil appare ispirato e coinvolgente anche se un po’ troppo frettoloso, mentre le vicende ambientate nel 2022 sembrano trascinate e spesso manovrate da eventi forzati e poco credibili. Anche il livello tecnico dello show risulta è altalenante, presentando regie non sempre sullo stesso piano e intere sequenze, anche molto importanti per la narrazione, poco curate, frettolose e dall’aspetto tanto economico da sembrare di produzioni minori.

Molto interessanti, invece, alcune scelte di sceneggiatura, come quella di non definire mai gli infetti come zombie (la parola viene usata una sola volta in tutta la prima stagione).

Resident Evil deve ancora trovare il suo motivo di esistere

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La trasposizione Netflix di Resident Evil non è un capolavoro. Gli ottimi spunti presenti a più riprese vengono mortificati da un andamento in calando che lascia l’amaro in bocca. Ifan accaniti non troveranno troppi motivi di interesse in una serie che poco ha a che fare col franchise originale.

Un tentativo riuscito soltanto a metà, come sta succedendo spesso, ultimamente, al colosso dell’intrattenimento.


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