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Roberto Rossellini, il maestro dello sguardo neorealista italiano

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9 minuti di lettura

Roberto Rossellini è considerato dai più come il padre del neorealismo italiano, un genere cinematografico che vede nella narrazione dei problemi sociali causati dalla Seconda Guerra Mondiale e nel caos della realtà quotidiana, gli elementi tipici per rappresentare un contesto dilaniato e straniato dagli orrori del conflitto. Per una maggiore esattezza raffigurativa della realtà quotidiana, durante i primi anni di sviluppo del neorealismo le pellicole venivano realizzate spesso in ambienti esterni, aventi come sfondo le devastazioni belliche; d’altra parte, il centro della produzione cinematografica italiana, ossia Cinecittà, fu occupato dall’aprile 1937 nel primo dopoguerra dagli sfollati, risultando quindi per un breve periodo indisponibile ai registi.

In questa cornice, Roberto Rosellini è stato insieme ad altri illustri nomi – citiamo Luchino Visconti, Cesare Zavattini, Vittorio De Sica, Pietro Germi, Alessandro Blasetti – un protagonista assoluto. Nel corso della sua carriera, vinse alcuni dei più prestigiosi riconoscimenti cinematografici tra cui la Palma d’oro al Festival di Cannes, il Leone d’oro al Festival di Venezia e cinque Nastri d’argento; a questi si aggiunge anche una candidatura ai Premi Oscar con il film Paisà.

Lo stile meta-narrativo di Roberto Rossellini

Roberto Rossellini

Il regista romano, a differenza degli altri, ha voluto impostare uno stile piuttosto inedito e per certi versi prorompente, al fine di introdurre un rinnovamento della tecnica narrativa cinematografica. Nella maggior parte dei suoi film, ciò che più prevale non è l’inquadratura soggettiva (che comunque è onnipresente) bensì la fretta. Il montaggio è caratterizzato da continue ellissi e salti improvvisi che rendono i movimenti della cinepresa affannati, troppo veloci e spesso lascia sfuggire il suo sguardo, concentrandosi prima sui volti dei protagonisti – la maggior parte di loro non erano attori professionisti, ma gente comune -, dopo sugli ambienti contornati da macerie e desolazione.

Questi elementi hanno indotto lo spettatore dell’epoca a non sentirsi accomodante nei confronti delle scene, in funzione di una partecipazione attiva e tenuta sempre in sospeso; infatti, veniva chiamato direttamente in causa sfruttando anche, tra le varie tecniche, la voce fuori campo o lo sguardo in macchina (elemento promulgato dal movimento avanguardista russo).

Nella poetica di Roberto Rossellini, dunque, il realismo è un rapporto di curiosità e rispetto dell’altro, che non pretende di spiegare niente. Ciò che più conta, come ebbe a dire Andrè Bazin, è mostrare invece di dimostrare. Una differenza netta che spiega la condizione del cinema prebellico e postbellico. Dall’ottimismo sfrenato a un pessimismo che pone costantemente in dubbio la condizione umana.

La trilogia della guerra

Roberto Rossellini

Roberto Rossellini viene celebrato maggiormente per tre film estremamente importanti, ossia Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1948) che compongono la così detta Trilogia della guerra antifascista. Il primo film, con protagonisti Anna Magnani e Aldo Fabrizi, celebre per la scena dove l’attrice rincorre il camion che trasportava suo marito catturato dai tedeschi, ripercorre le vicende della fine della guerra a Roma. Paura e incertezza dominano il regime dello sguardo nella maggior parte delle scene, mostrando effettivamente una realtà degradata. La ricerca di Rossellini prosegue con il secondo film, ambientato stavolta nelle campagne italiane e i protagonisti non sono attori professionisti.

Diviso in 6 macro episodi (SiciliaNapoliRomaFirenzeAppennino EmilianoPorto Tolle), il film rievoca l’avanzata degli alleati sul territorio italiano restituendo agli occhi dello spettatore il grido di fratellanza che, disperatamente, viene invocato per fronteggiare la solitudine. Alternando il registro linguistico tra alto e basso, con delle apprezzate inflessioni dialettali tipiche delle regioni e usando costumi originali, il regista romano sfrutta ancora continui tagli delle scene prima che finiscano le azioni per lasciarci vedere solo l’indispensabile per comprendere la realtà.

L’ultimo film della trilogia è forse il culmine della poetica neoralista di Roberto Rossellini, poiché confluiscono tutti gli elementi citati e qui lo sguardo si carica di un forte alone di mistero, oltre che di compassione nei confronti del protagonista Edmund. Egli vaga tra le rovine di Berlino cercando cibo e persone, tentando anche di trovare una spiegazione ai macabri avvenimenti dell’epoca. Il volto profondamente provato del bambino, è l’esaltazione dell’abbandono di ogni regime tradizionale sia di ripresa, sia di riflesso nei confronti del soggetto poiché lo spettatore non è più al centro del mondo, ma è anch’egli un individuo che cerca redenzione.

Roberto Rossellini dopo il neorealismo

Roberto Rossellini

La stagione neorealista si conclude positivamente per il regista. Nel 1948, subito dopo l’uscita dell’ultimo film della trilogia, riceve una lettera da parte di Ingrid Bergman, la celebre diva svedese del cinema classico americano che, oltre a elargire apprezzamenti per Rossellini, dichiara di essere disposta a lavorare in Italia. Il cineasta romano aveva già una storia d’amore importante con Anna Magnani, anche se lei in realtà, in quel periodo, era l’amante di Rossellini poiché quest’ultimo era separato (ma non ancora divorziato) dalla moglie Marcella de Marchis, costumista di Pier Paolo Pasolini.

Colto da un innamoramento folgorante, Roberto Rossellini rese protagonista la Bergman nel film più riuscito – forse – della sua carriera, ossia Stromboli (Terra di Dio), uscito nelle sale italiane nel 1950. La pellicola non riscosse grande successo, in particolare nella sinistra per via della verve spiritualista, e da parte cattolica perché i due erano considerati come adulteri. Infatti, potremmo pensare che da ciò emerge il ritratto biografico di un amore nascente, grazie allo splendore fotogenico di molte sequenze.

Dopo aver realizzato Europa 51′, il cineasta romano realizzò il film che, con grande slancio, lo proiettò nel mondo della Nouvelle Vague francese, ossia Viaggio in Italia nel 1954. Roberto Rossellini ebbe il privilegio di stringere profonde relazioni con François TruffautJean-Luc Godard, Jacques RivetteClaude Chabrol e Éric Rohmer, all’epoca tutti critici della rivista Cahiers du cinéma, e la sua influenza fu di grande rilievo nel loro cambiamento di stile. Dopo questo fortuito approdo, il cinema di Rossellini apparve più vicino alla realtà, dove l’assenza di una marca stilistica divenne l’indice di modernità.

L’eredità di Roberto Rossellini

Roberto Rossellini

Oltre ad aver lasciato dei figli che hanno avuto una carriera brillante, come Isotta Ingrid Rossellini che si è affermata come critica letteraria, e sua sorella gemella Isabella, volto noto invece come attrice di cinema e televisione, Roberto Rossellini è stato un faro guida sia per molti registi italiani della generazione successiva, sia per quelli europei. In particolare, Michelangelo Antonioni è stato probabilmente il regista maggiormente influenzato dalla poetica rosselliniana, seppur con delle marcate differenze.

A 118 anni dall’anniversario della nascita, il testamento intellettuale del regista rappresenta ancora un segno imprescindibile nella storia della cinematografia italiana e mondiale, poiché con il suo stile orientato alla costruzione della cultura e della realtà, Roberto Rossellini ha ridisegnato il canone della rappresentazione, regalando agli spettatori dell’epoca e agli studiosi di cinema la modernità per come la conosciamo.


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Classe 2000, originario di Milazzo e laureato in DAMS a Messina. Sto proseguendo con la specialistica in Scienze dello spettacolo e mi piacerebbe fare ricerca in ambito cinematografico e fotografico. Ho anche una vita sociale quando non sono immerso nella visione di qualche film e/o quando non scatto foto per (s)fuggire dalla realtà.

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