Romeo+Giulietta di William Shakespeare, romanticismo e trasgressione

Nel giorno del suo compleanno, 11 novembre, vogliamo parlare di un film in cui Leonardo DiCaprio è protagonista, prima del successo planetario di Titanic e delle consacrazioni successive: Romeo+Giulietta di William Shakespeare. In questo film è ancora un ragazzino, un personaggio iconico in camicia hawaiana o con l’armatura da cavaliere.

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Ai tempi del “tutto è già stato detto, tutto è già stato raccontato”, quello che fa davvero la differenza è lo stile. E Baz Lurhmann è uno che di stile ne ha da vendere. Regista australiano dalla filmografia abbastanza ristretta e di cui non si sente parlare spesso, ma che ha regalato delle piccole perle rare. Conosciuto soprattutto per Moulin Rouge (2001), musical estremo con Nicole Kidman e Ewan McGregor, la cui tag line (attribuita nella finzione a Toulouse Lautrec) è: «La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare». L’amore al centro di ogni cosa: Luhrmann torna sempre a questo credo. Anche Il grande Gatsby (2013) in fondo è una storia d’amore struggente e ugualmente nell’ultimo suo lavoro, la serie Netflix The Get Down (2016), al centro è posta una storia d’amore.

Ma la storia d’amore per eccellenza, l’intramontabile simbolo dell’amore romantico, Luhrmann l’ha presa a prestito da un altro autore, William Shakespeare, e l’ha reinterpretata a modo suo. Romeo+Giulietta di William Shakespeare è l’opera più provocatoria, esagerata, trasgressiva e romantica di Baz Luhrmann.

Si consiglia di accompagnare la lettura di questo articolo con l’ascolto di Talk show host dei Radiohead

Romeo+Giulietta di William Shakespeare, rappresentazione postmoderna del classico

Romeo + Giulietta di William Shakespeare

Con Romeo+Giulietta di William Shakespeare siamo in pieno cinema postmoderno. Il montaggio, lo stile di ripresa, la musica, i costumi, le scenografie, il linguaggio: non c’è un elemento che non sia riconducibile a questa linea. Storia d’amore tragico composta di violenza, sesso, droga, religione, morte. Gli elementi ci sono tutti, lo stile è strabordante, eccessivo, la storia è nota e quindi rimane in secondo piano, a prevalere è l’impianto scenico creato dall’esuberanza chimica e barocca di Luhrmann.

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L’operazione che compie il regista è quella di trasporre la tragedia classica di Shakespeare nel pieno degli anni ‘90. Ma il colpo di genio, il vero successo del film, è quello di accostare tra loro cose apparentemente contrastanti. La commistione degli elementi dà come risultato un’opera a volte ridondante e tremendamente anacronistica. I valori sono quelli antichi di onore, alleanza, potere, amore ma inseriti in un contesto ultra contemporaneo quale è Verona Beach, quartiere losangelino attraversato da violenza e corruzione. I personaggi usano la lingua originale di Shakespeare per parlare di droghe e amori proibiti. La lussuria, la perdizione, la trasgressione sembrano i veri valori raccontati dall’autore, e questo è il punto: non si sa più se l’autore sia Shakespeare o Luhrmann. La fedele aderenza alla storia e l’innesto della lingua shakespeariana su immagini pop colorate e sovraccariche producono un risultato in sé compiuto, quasi che quelle parole siano state scritte per essere rappresentate unicamente a questo modo. L’esercizio di Luhrmann era rischioso, poteva portare facilmente a un esito fallimentare. Invece, giocando sempre sul limite, mette a segno un piccolo cult.

L’estetica del film passa direttamente dalla tecnica, anch’essa ricercata e ridondante. Il montaggio è frenetico, con velocizzazioni ricorrenti, come se tutto fosse sotto l’effetto di qualche droga. L’esito è allucinante, ma non allucinato, è una visione alterata della realtà, più colorata, più veloce e più violenta. Non c’è un movimento di macchina a cui Luhrmann non ricorra, macchina a mano compresa. La colonna sonora ha un’importanza fondamentale, possiamo trovare, tra gli altri, Radiohead, Garbage, The Cardigans, Des’ree. Quando la musica è presente, sembra che Luhrmann si metta a girare mini videoclip all’interno del film.

L’occhio dei media

Una cosa è da riconoscere: Luhrmann ha la capacità di creare degli inizi travolgenti.

Il prologo della vicenda è affidato ai media, la tv in primis. Lo schermo è nero con al centro un televisore. Una giornalista recita le prime battute della tragedia, il resto è affidato a notizie su quotidiani e periodici e immagini rubate a telegiornali. Assistiamo a un vero e proprio circo mediatico, vicende di cronaca che si intrecciano a saghe famigliari, antichi rancori e duelli metropolitani. È uno show architettato a regola d’arte che ricorda alcune vicende di gossip o alcuni processi mediatici diventati tristemente famosi. L’amore tra Romeo e Giulietta e l’odio tra le loro famiglie calato ai giorni nostri non poteva che essere un fatto di cronaca in prima pagina con risvolti criminali.

I personaggi sono presentati attraverso fermo immagini, sorpresi dall’occhio indiscreto di telecamere che non li abbandoneranno mai. Il ricorso ai media, la televisione soprattutto, ci informa subito che quello che vedremo è una rappresentazione, è finzione, una ricostruzione iperrealista in cui tutto è portato all’eccesso.

La religione tra fanatismo e blasfemia

Romeo + Giulietta di William Shakespeare

L’elemento religioso è ovunque nella storia e nell’ambientazione ed enfatizza fortemente il carattere kitsch del film. Qualificandosi come elemento quasi esclusivamente visivo accresce, inoltre, la finzione dell’intera vicenda. A cominciare dalla statua gigante del Cristo redentore posizionata proprio in mezzo ai palazzi delle due famiglie (Montecchi e Capuleti), come se la città fosse divisa in due, come se la guerra fosse anche religiosa. Visione portata avanti dall’identificazione di Giulietta (Claire Danes) con l’immagine di vergine innocente, la cui purezza è messa in pericolo dalle tentazioni e dalle lusinghe di un mondo immorale e corrotto. In questo luogo di depravazione, dove a prevalere sono l’illegalità e il disordine, anche la morte stessa dei due amanti può essere letta come sacrificio ultimo in nome di una pace a lungo dimenticata.

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A Verona Beach il sentimento religioso è quello tipico di alcuni gangster, di alcune famiglie mafiose, una credenza eccessiva in nome di cui è lecito commettere le più cruenti efferatezze. Un sentimento religioso che si manifesta nelle immagini della Madonna sulle pistole o sugli abiti, sulle numerose icone posizionate ovunque e sui tatuaggi esagerati. Questo sentimento religioso trascende la vera credenza e si posiziona a metà tra fanatismo e blasfemia. Anche la chiesa addobbata per la morte di Giulietta appare più come la scenografia di un videoclip di fine anni ‘80, con le enormi croci luminose che costeggiano i lati della chiesa. L’altare dove giace Giulietta e dove a breve giacerà anche Romeo (Leonardo DiCaprio) è talmente esagerato che è quasi abbagliante, un’eccedenza visiva religiosa che deve sopperire a una reale mancanza di amore.

Romeo+Giulietta di William Shakespeare, una folle festa in maschera

Romeo + Giulietta di William Shakespeare

L’anima di perdizione decadente di Verona Beach è rappresentata perfettamente dalla festa in maschera a casa Capuleti. Diciamolo, Luhrmann organizza delle feste grandiose! A Verona Beach la festa in maschera si trasforma in un rave party in cui tutto è concesso, l’unica regola è quella di lasciare le pistole all’ingresso. È la celebrazione di un amore libero e di un abbandono al vizio sfrenato.

È interessante notare come attraverso la loro maschera i personaggi rivelino la loro natura. Giulietta, in nome della sua purezza, è un incantevole e candido angelo e Romeo, ovviamente, è un cavaliere senza tempo dal ciuffo tremendamente affascinante. La differenza tra gli amanti e il resto della bolgia sudata e strafatta è sottolineata anche dal loro primo, indimenticabile incontro. È una scena perfetta nella sua ovvietà. Emblema assoluto del colpo di fulmine adolescenziale, giocato su sguardi pieni di sorpresa e di desiderio, in un’atmosfera sospesa e rarefatta, resa tale anche grazie alla canzone più romantica di tutto il film.

Personaggio che, invece, incarna totalmente lo spirito della festa è Mercuzio (Harold Perrineau), la cui entrata in scena è quasi una citazione di un’altra grandissima icona queer com’è il Dr. Frank-N-Furter del The Rocky Horror Picture Show. Mercuzio, anima anticonformista ed estranea per natura, è la figura più rappresentativa dello stato generale della vicenda. Verona Beach è un luogo corrotto simbolo di una natura umana che non è estranea a trasgressioni e azioni grevi. Ma a Verona Beach non avranno salvezza né Mercuzio, condannato dal suo stesso modo di concepire la vita, né tanto meno i due protagonisti, che sono invece vittime di un odio a loro estraneo.

Romeo+Giulietta di William Shakespeare è un frullatore impazzito di mille suggestioni, un collage di citazioni, un esercizio di rivisitazione, per questo è uno dei film più rappresentativi del suo periodo e dell’estetica del suo autore.


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Chiara Cazzaniga