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Saint Omer NPC Magazine

Saint Omer, oltre la solita Medea

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7 minuti di lettura

Ci hanno cresciute così, indottrinandoci fin da bambine che le femmine sono fatte per fare figli. Secondo il racconto che ci hanno propinato fin da quando eravamo attaccate al seno delle nostre madri, una donna per ritenersi veramente tale, a un certo punto deve rispondere alle esigenze della società e a un ipotetico, secondo loro, istinto femminile di generare la vita. Così, madri con lo stesso identico innesto culturale, hanno detto alle loro figlie che dopo le mestruazioni, sono pronte a generare figli e che poi quel misterioso istinto materno inteso in senso auratico, ti arriva naturalmente.

Poi, quando effettivamente sei nella condizione di iniziare questa nuova esperienza della maternità sei lì che aspetti che questa magnifica magia del senso materno cominci ad avvolgerti. Succede però, che a volte, alcuni incantesimi non si avverano mai, così quell’istinto materno di cui tanto ti avevano parlato non riesci proprio a sentirlo tuo e ti lasci annientare dal senso di colpa per non essere quella madre che ti avevano detto che saresti stata.

Da Hiroshima a Saint-Omer

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La giovane Rama è vicina al mondo dell’arte e pur non sapendo con precisione quale sia la sua professione percepiamo il suo bisogno di analizzare la complessità della psiche femminile. Accanto alla necessità di rompere la cementaria pesantezza dello spettro puramente visibile delle cose, il riferimento ad Alain Rensais con il suo Hiroshima Mon Amour, dove storia personale e tragedia collettiva si legavano l’un l’altra.

È la volontà di andare dietro il senso apparente delle cose, di quel bisogno vitale di toccare le sfumature celate dell’oscuro universo della psicologia femminile. Scavare, scoprire ed esaminare la durezza e la sofferenza che si cela dietro la copertina, questo è il nucleo di uno dei più corposi testi della Nouvelle Vagues e di Rensais. Se in Hiroshima Mon Amour una donna veniva soppesata in virtù della tragedia umana che l’aveva colpita, in Saint Omer Rama prosegue anche fuori dall’aula universitaria il discorso di esplorare il magma ardente della psicologia femminile. Per farlo decide di partire per Saint-Omer per seguire personalmente il caso penale di una giovane madre, Laurence Coly, accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi. Colpevole e impenetrabile la donna accetta con dignità e senza compromessi la propria fallibilità umana.

Concreta e impercettibile

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Cinema ed esperienza personale fluiscono in Saint Omer, opera feconda in cui il vissuto umano del singolo si espande ed esplode in un coro universale mai condiviso. La storia personale della regista Alice Diop si lega profondamente all’esperienza collettiva femminile, con tutti i suoi dubbi e le incertezze di una maternità in costruzione.

La necessità di esplorare le fragilità del sentimento materno con le sue mai raccontate confidenze intime, prende forma dalla reale esperienza della regista che assistette nel giugno del 2016 al processo di una giovane donna infanticida che quella maternità indotta non riuscì mai a farla propria. La donna costruita di tragedia decise di lasciare la figlia su una spiaggia per restituirla alla madre di tutte, quella carnale oscura e piena di luce, che risponde sempre al dramma delle figlie. La tragedia di questa donna, che compromette se stessa con il sacrificio umano della figlia, è la storia mai raccontata del controverso sentimento materno mai indagato dalla cinematografia.

Questa storia crudelmente intrisa di umanità scuote e risveglia lo spettatore di ieri e di oggi invitandolo a ridimensionare la sua capacità analitica, costringendolo a interrogarsi sulla mai approfondita rappresentazione del nucleo psichico femminile.

Chi ci ha raccontate fino a ora? Ve lo siete mai chieste? Stabilire un nuovo assetto di visione, più fluido, più intimo, più nostro, questa è la spinta autoriale che sorregge la personale confessione di Saint Omer.

Nel mito di Medea

Riscrivere il racconto di una figura mitologica in chiave contemporanea. Rama in quanto scrittrice e futura madre, vuole provare a comprendere la natura multiforme del sentimento infanticida del mito di Medea, raccontandolo finalmente dal punto di vista femminile, con la storia tragica di Laurence. Riscrivere il mito di Medea con la profondità e la dolcezza di un approccio femminile sganciato dal monolitico sguardo maschile che lo guida.

Una donna che racconta le donne, facendolo con dolcezza, senza critica, senza accusa, senza ferire. Una storia di fragilità emotiva per raccontarle tutte, ed è qui che il fil rouge di Saint Omer raggiunge il discorso intimo riversato sul piano universale di Hiroshima Mon Amour di Rensais.

L’interruzione di narrazioni fallocentriche

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Le immagini di una violenza psicologica perpetuata da generazioni è subito evidente a partire dal primo approccio visivo di Saint Omer. Si susseguono come colpi violenti sullo stomaco, i dolorosi frammenti storici di donne colpite sul piano dello spettro psicologico costrette a tagliare i capelli.

Questa castrazione sessuale simbolica suggerisce le intenzioni narrative di Alice Diop che palesa immediatamente anche la castrazione artistica condotta fin ora nei confronti delle donne.

Il nostro denso, sfumato e complesso mondo interiore è stato fatto a brandelli ridotto a semplice schema giudicabile per mezzo di narrazioni fallocentriche. A invertire la traiettoria, una corte di sole donne, concretamente ostinata a capire cosa si celi nella memoria compromessa di una donna colta ed intelligente che ha ucciso sua figlia.

A stonare in questo coro di donne, due figure maschili semplici e ridotte a macchiette infelici, semplicemente incapaci di penetrare le nuance dell’oscuro e intricato cosmo della psicologia femminile.


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