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La Siccità di Paolo Virzì

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7 minuti di lettura

Minaccia tempesta. Un assist a Virzì che solca il Red Carpet di Venezia79 Fuori Concorso con Siccità. Un film di grandi nomi e ambizioni, dedicato all’assoluto presente. In una Roma parallela ma congiunta il Tevere rivela al sole i suoi fondali. Nella città non c’è acqua e i razionamenti sono soluzioni insufficienti. L’emergenza si allarga: i cambiamenti climatici, espressione d’apocalisse, sono catene, àncore che impediscono la fuga. Dalla crisi idrica alle pandemie, i morti per il caldo, la disperazione psicologica. Gli abitanti inaspriscono gli animi, colti dalle debolezze umane acuite nell’emergenza. 

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I rimandi alle attuali crisi sono insistiti, ma c’è dell’altro. Anzi, c’è tutto. Più che siccità, abbondanza. Nel film di Virzì i temi si collezionano in istantanee precise: è una prima pagina di Repubblica portata su schermo. Nessuno spazio per allegorie o allusioni, Virzì ostenta una parentela con il presente e impone ogni lettura. Sorge il dubbio sia voluto, idea d’insieme che fa delle parole e dei temi dell’oggi un’antologia grottesca. Ogni personaggio impersona un argomento e si avventura in percorsi sfilacciati, spesso abbandonati e poi raccolti lungo un percorso dal ritmo scostante. La giovanissima può solo dire “è colpa vostra che ci avete lasciato questo mondo”. Capelli tinti di blu e una parlata bacchettona. In Siccità non ha più spazio di questo. Il padre – un Mastandrea incarnazione della generazione di mezzo, vittima e carnefice, fantasma emotivo – finge sorpresa.

Siccità si incastra qui, dove può solo evidenziare tratti di contraddizioni senza ricomporre il reale in una forma di proposta o in un grido di protesta. Una galleria assurda e impassibile. Tantissimi personaggi, poca analisi. Un film contestuale che cerca il coro e non lo dirige. Un’orchestra apre e chiude, immagine di un andamento ciclico che promette, assieme al finale, un orizzonte migliore. Siccità è conciliatorio. Sulle ultime battute è brutale, persino coraggioso, ma non si prende le responsabilità di un’apocalisse che annuncia – anche in chiave religiosa, da vero film di genere – prima di sciacquare via la paura. Non tutto è sorrisi e canzoni, per fortuna. Il finale di Siccità è comunque intreccio dei toni del suo coro. C’è Michele (Silvio Orlando), vagabondo per una Roma a cui Luca Bigazzi affida i colori degli stereotipi visivi del sud del mondo. Il giallo è totale, presagio fotografico di un’alterazione radicale.

Con Michele attraversiamo la città in un viaggio allucinato. Ha con sé una tanica d’acqua, “viene da Sondrio”. Roma è un confine, fuori c’è il mondo. Virzì inscrive il racconto in una costrizione geografica perfetta. Fa paura. Da fuori arriva l’esperto, l’idrologo veneto che cede presto alle agiatezze della fama. La critica è immediata, satira stanca proposta senz’ordine.

La migliore è Emanuela Fanelli, costretta agli estremi di un film che avrebbe potuto abitare di più. È la figlia di un ricco proprietario d’hotel, creduta scema ma consapevole delle porcherie protratte dalla famiglia ai danni della città. Con lei Virzì gioca bene, permettendosi parabole altrove precluse. La Fanelli interagisce con il personaggio di Gabriel Montesi, giovane mascalzone che persino con il nuovo lavoro cerca di arrabattarsi in altri modi. In Siccità i conflitti di classe sono presenti, per fortuna. Non c’è equità nell’apocalisse.

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A Siccità si riconosce l’incredibile volontà di partecipare a un trauma collettivo. Mostra, pronuncia, ripete: l’elefante è nella stanza e l’abbiamo visto. La macchina del disastro si muove coordinata. I diversi personaggi sono parte di una catena di montaggio, collaudatori di un’apocalisse che lo spettatore sente vicina. Come in Don’t Look Up, sembra realtà ornata dal grottesco. Lo sappiamo, abitanti di un mondo di task force, prefetti della fine, esperti del disastro. Purtroppo, Siccità è poco più di un instant movie. Libro tematico che appare in vetrina all’indomani di un grande evento.

Il film è apocalittico, inscritto nelle forme distopiche. Ma Siccità non ha l’acume del cinema di genere. Il suo presente immaginario non trova metafore: è scostumato, manifestazione letterale del nostro mondo. Mascherine, decreti e razionamenti, le parole ci colgono preparati, gioco di suggestione di un linguaggio giornalistico. Ci sono anche i guru dell’internet – occasione ghiotta per un Tommaso Ragno spassoso e preoccupante – esempio calzante del depauperamento della comunicazione sociale. L’abbondanza limita i lavori di un film altrimenti intelligente. Siccità non è significativo, incide poco e a tratti.

Virzì non si prende la responsabilità di un cinismo che usa solo per tratteggiare temi scottanti (femminicidi, depressioni, malattie). Quando davvero conta, esplode tempesta. Elemento filmico del pericolo, qui rovesciato in speranza. C’è del bello, dell’audace. C’è di tutto, davvero troppo.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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