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Snowball, un film toccante sul disagio giovanile e il vuoto esistenziale

Un film straziante e coraggioso sulle problematiche della gioventù

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6 minuti di lettura

Cos’è una palla di neve se non una delle cose più solide e fragili allo stesso tempo? Così dura e fredda all’ombra, talmente debole e insicura alla luce del sole che diventa qualcosa di inaffidabile, incomprensibile, capace di sciogliersi miserabilmente dopo aver lottato fedelmente in qualche scontro tra bambini. La palla di neve è un concetto perfetto per descrivere e parlare della gioventù, l’età più enigmatica e indecifrabile di una vita già complicata e misteriosa di suo. Per questo il film d’esordio della regista sudcoreana Woo-jung Lee Best Lifepresentato nel 2020 e dopo quasi due anni portato in Europa grazie al Florence Korea Film Fest, è stato tradotto in tutto il mondo con il titolo Snowballperché il concetto della palla di neve in fondo è più intrigante del noioso e ripetitivo concetto della Best Life promessa dal titolo originale.

Una storia di abbandoni e ritorni

Snowball film

È complesso parlare di gioventù, di problematiche giovanili, è difficile scrivere e dirigere un film su tre ragazze all’ultimo anno di liceo che dopo essere state sospese per una settimana decidono di scappare.

È complicato trovare il giusto tono per raccontare la fuga giovanile da una realtà scolastica soffocante, da una dimensione familiare asettica e priva di emozioni, ma Woo-jung Lee dopo poche inquadrature fa sussurrare a una delle protagoniste la frase “Come posso spiegare che si può avere paura di amare il calore del proprio letto?” per avvertire immediatamente lo spettatore che sta entrando dentro qualcosa di non banale, di non scontato, qualcosa di tremendamente profondo e reale.

Ah-Ram, So-Yeong e Kang-i si ritrovano così per strada, con le valigie tra i piedi e con pochi soldi tra le mani, senza un vero obiettivo e costrette a dormire nei sottoscala dei palazzi. Provano ad affidarsi alle loro doti, alla pazienza di Kang-i per gestire le poche cose che hanno portato, alla bellezza di So-Yeong per provare a vincere il montepremi di un concorso, all’indipendenza di Ah-Ram che trova immediatamente un lavoro in un bar poco professionale e poco amichevole, ma si accorgono in fretta che il mondo fuori dalla loro bolla è ancora peggio di quello che hanno deciso di abbandonare.

È la definitiva caduta di un sogno irrealizzabile, un’epifania contraria che le costringe a tornare indietro, a scontrarsi con ciò che hanno lasciato, ma nulla sarà come prima, tutte e tre le ragazze affronteranno le conseguenze di ciò che hanno vissuto in modo diverso e il loro rapporto si incrinerà fino a causare conseguenze irreparabili.

Snowball, un film ai confini della società

Snowball

L’aspetto più interessante che emerge in Snowball è il coraggio di raccontare una storia cruda, a tratti straziante e dolorosa, mettendo in discussione ogni momento le sue protagoniste, disegnandole come le prime responsabili delle scelte che compiono durante tutto il loro arco narrativo.

Woo-jung Lee non si preoccupa di prendere per mano lo spettatore e guidarlo all’interno della storia, non si preoccupa di farlo empatizzare con le tre protagoniste, ciò che importa è far emergere in ogni sguardo e inquadratura un fortissimo disagio giovanile, un vuoto esistenziale costante che sembra non poter essere riempito da nessun cambiamento.

Ah-Ram, So-Yeong e Kang-i sono tre personaggi diversi e volontariamente archetipici – la figlia violentata e annientata dai genitori, la ricca di famiglia senza nessuno stimolo emotivo, la figlia lontana dai genitori e incapace di comunicare con loro – per elevare la storia a un livello più alto, capace così di non fermarsi al particolare, alla Corea del Sud e al fatto che sono tre ragazze.

E così l’empatia entra a gamba tesa da un altro lato, perché Snowball parla di tutti e non si può restare impassibili di fronte al disagio di una generazione, ai suoi sguardi vuoti incapaci di chiedere aiuto e di cambiare. 

Snowball è un film girato in negativo, capace di parlare degli invisibili, di chi non trova la sua strada, di chi non è spinto a cercarla, di chi non ha intenzione di trovarla e di chi semplicemente non riesce a scovarla. È un film sofferto che parla di sofferenza, è un film che fa emergere aspetti complicati della giovinezza troppo poco esplorati e raccontati.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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