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Sorry Angel

Sorry Angel, una meditazione gay transgenerazionale

Il film di Christophe Honoré indaga la vita e l'amore gay nella Francia degli anni Novanta colpita dall'AIDS

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7 minuti di lettura

Se Chiamami col tuo nome vi ha lasciato col magone, fareste meglio a prepararvi per un gioiellino del cinema gay francese meno conosciuto ma ugualmente (se non più) emotivamente devastante. Stiamo parlando di Sorry Angel (Plaire, aimer et courir vite): scritto e diretto da Christophe Honoré, il film è stato selezionato a Cannes come competitore per la Palma d’Oro nel 2018 e si è aggiudicato il premio Louis Delluc nello stesso anno.

Su NPC Watch, la piattaforma streaming curata dalla redazione di NPC Magazine (qui se volete capire meglio di cosa si tratta), è possibile acquistare o noleggiare Sorry Angel, singolarmente o in pacchetti più ampi. Voi godreste di un ottimo film, noi del vostro supporto!

Sorry Angel, il blu è un colore caldo

Sorry Angel
Vincent Lacoste e Pierre Deladonchamps in una sequenza di Sorry Angel (dal sito ufficiale del film)

Tensione verso l’esistenza, tensione verso l’annullamento. Tensione verso l’amore, tensione verso la solitudine. Arthur (Vincent Lacoste), Jacques (Pierre Deladonchamps): due facce della stessa medaglia che s’incontrano e poi si rincorrono all’infinito, cercando una convergenza infattibile. Uno ha 22 anni, è uno studente renano e responsabile di un campo estivo, l’altro ne ha 39 ed è uno scrittore parigino. Il loro primo incontro comincia per caso in un cinema di Rennes, passa per un panino e una lunga conversazione e finisce tra le coperte.

È la Francia del 1993, l’HIV è nel suo picco di diffusione e Jacques ne è colpito. Vive col figlio Louis (Tristan Farge) e ha un rapporto difficile col suo ex compagno, Marco (Thomas Gonzalez), che si trova nello stadio avanzato dell’infezione. Sopra l’appartamento abita Mathieu (Denis Podalydès), un uomo gay più maturo che scrive articoli di giornale e con cui ha un forte legame d’amicizia. Arthur, invece, ha una ragazza, Nadine (Adèle Wismes), che tradisce ripetutamente con altri uomini. Passa le giornate a spasso con gli amici, poi la sera si dà al cruising.

Vincent Lacoste e Pierre Deladonchamps in una sequenza di Sorry Angel (dal sito ufficiale del film)

A unire due vite così diverse è soprattutto la letteratura, spesso al centro di conversazioni alte e molto dense. Sorry Angel è del resto ricco di rimandi letterari, dai versi di Rimbaud a Ernesto di Saba, da Isherwood a Tondelli (il cognome di Jacques), ma anche cinematografici: nelle inquadrature che seguono le mani dei protagonisti durante la sequenza sul ponte, ad esempio, si intravede il Godard di Una donna sposata – per non parlare del poster di Querelle di Fassbinder firmato da Warhol e della visita finale alla tomba di Truffaut. Ancora, a un certo punto possiamo vedere la locandina della trasposizione teatrale di Orlando a cura di Robert Wilson con Isabelle Huppert.

Il film può poi contare su una colonna sonora di rilievo, che annovera brani popolari francesi e non a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, le arie di Handel, i Massive Attack di Blue Lines e i Cocteau Twins di Heaven or Las Vegas. La controparte visiva è magnifica: l’unione tra regia intima e filtro blu risulta in un’atmosfera calda e sognante.

Di vita, morte e possibilità negate

Sorry Angel
Pierre Deladonchamps in una sequenza di Sorry Angel (dal sito ufficiale del film)

Se gli omosessuali fossero onesti, ammetterebbero di non perdere nulla facendo l’amore. Fare l’amore è vincere, mai perdere qualcosa.

Arthur (Vincent Lacoste)

La narrazione di Sorry Angel ha un respiro molto ampio. Christophe Honoré indaga la ragnatela di relazioni complesse che intessono Arthur e Jacques in modo realistico e non stereotipato e non si fa scrupoli a mettere in risalto anche i lati meno gradevoli dei due protagonisti; allo stesso tempo, elabora una serie di osservazioni filosofiche sull’amore, sulla vita e sulla morte, presentandole in prospettiva gay.

La pellicola mostra anche le differenze tra tre generazioni di omosessuali: c’è quella di Mathieu, che affronta l’invecchiamento e l’indesiderabilità sociale ed è quindi incline a pagare giovani ragazzi per intrattenerci rapporti sessuali; quella di Jacques, che ha vissuto in modo distruttivo l’AIDS sin dalla sua comparsa negli anni della gioventù ed è profondamente disillusa; infine, quella di Arthur, che nonostante la lunga ombra della pandemia è più intraprendente e ambiziosa e anche un po’ scanzonata.

Vincent Lacoste riesce a impersonare magistralmente quella voglia di vivere, di sporcarsi e divertirsi, di viaggiare e fare sesso di Arthur, quella voglia a cui nulla sembra impossibile ma a cui tutto può essere improvvisamente negato. È un lusso che chi ha vissuto l’esplosione improvvisa dell’AIDS impreparato e ignorato dalle autorità e dai medici non ha potuto concedersi. Forse per questo la tenera e poetica relazione con Jacques sembra destinata alla deriva sin dal primo istante: in un contesto storico fatto di possibilità esistenziali precluse, che fascino può avere la vita? E che posto può avere l’amore?

In copertina: Vincent Lacoste e Pierre Deladonchamps ballano insieme in una sequenza di Sorry Angel (da Film at Lincoln Center)


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Classe 1999, pugliese fuorisede a Bologna per studiare al DAMS. Cose che amo: l’estetica neon di Refn, la discografia di Britney Spears e i dipinti di Munch. Cose che odio: il fatto che ci siano ancora persone nel mondo che non hanno visto Mean Girls.

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