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Adam Sandler in Spaceman

Spaceman, frammenti di umanità nello spazio

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6 minuti di lettura

Spaceman di Jonah Renck, adattamento de Il cosmonauta (Spaceman of Bohemia) di Jaroslav Kalfa, è fatto di creature bizzarre e di solitudini ordinarie. Il film, disponibile su Netflix, vede come protagonisti Adam Sandler e Carey Mulligan, impegnati a raccontare una storia di perdita, di espiazione e di umanità lacerate attraverso gli occhi dello spazio.

Dalle vertiginose alture dei luoghi più remoti della galassia, i problemi del pianeta Terra non diventano affatto piccoli e insignificanti nel grande schema dell’universo: al contrario, tutto diventa più grande sotto la lente della solitudine di un cosmonauta in navigazione da quasi un anno, lontano da ogni essere umano. E le faccende umane si ingigantiscono ancora di più sotto le pupille di un ragno gigante, incuriosito dalla specie che abita su questo pale blue dot.

Di cosa parla Spaceman?

Adam Sandler in una scena di Spaceman

Jakub Procházka è un astrofisico ceco che viene mandato nello spazio per un anno: la sua missione consiste nell’esplorare e raccogliere campioni della nuvola di polvere e particelle chiamata Chopra. Jakub parte alla volta dello spazio oltre Giove per riscattare il suo cognome e lascia sulla Terra sua moglie Lenka, con cui riesce a mantenere il contatto attraverso videochiamate quotidiane. Lenka, che aspetta un bambino da lui, decide di lasciarlo: Spaceman inizia così a esplorare il procedere parallelo di queste due solitudini, una persa nello spazio e nei ricordi, l’altra nel presente terrestre di un isolamento imposto.

Spaceman rientra dal punto di vista estetico e tematico nel lungo filone di space odyssey che esplorano la condizione umana e le relazioni interpersonali, come Interstellar (Christopher Nolan, 2014), Gravity (Alfonso Cuarón, 2013), Ad Astra (James Gray, 2019) e High Life (Claire Denis, 2020). L’universo diventa il luogo privilegiato per questo tipo di riflessioni nel suo rappresentare la forma più estrema di lontananza e di isolamento. In mezzo alla polvere cosmica si può sentire il corpo come non lo si è mai sentito prima: lo si può percepire perdere il suo peso nell’assenza di gravità, vederlo fluttuare via, diventare una particella come tante.

Ci si può guardare dall’esterno mentre si diventa sempre più piccoli, insieme al resto della nostra specie, per poi vedersi spaventosamente vicini, costantemente a contatto con noi stessi, con ogni pulviscolo di pensiero, di emozione, di pulsione e di ricordo. Così potenti nel mettere piede dove nessun altro uomo ha respirato, così esposti e vulnerabili nell’affrontare il vuoto, l’ignoto, ma soprattutto il silenzio.

Inquadrature che esplorano le viscere della navicella spaziale accentuandone la dimensione esagonale claustrofobica, corpi che volteggiano nell’assenza di gravità, musiche solenni che accompagnano la visione di grandi nebulose violacee, una connessione instabile con la Terra fatta di immagini immutabili, simulacri di persone che esistono solo nei ricordi: Spaceman contiene tutti gli elementi riconoscibili del genere e li mette in fila con dovizia di dettagli, ma senza davvero metterli in discussione.

Un cosmo miracoloso ma già visto

spaceman-paul-dano

Il ragno gigante (doppiato in originale da Paul Dano) che Jakub battezza col nome di Hanus diventa lo specchio delle paura dell’astronauta e il luogo di elaborazione dei suoi sentimenti repressi e di assoluzione di un passato da cui Jakub continua a farsi condannare. Tutto è permanente, eppure niente lo è davvero. Questa è la verità dell’universo confessa Hanus a Jakub in un momento chiave del film: è la legge cosmica, la risposta a tutti gli affanni.

C’è qualcosa di religioso in Spaceman, nel suo presentare l’esperienza umana incastonata in un tempo circolare, dove la materia vitale si ricicla e si mescola in una miracolosa iterazione universale, dove la fine non è mai davvero la fine e gli inizi possono avere luogo in ogni momento.

Una religiosità universale e spirituale che connota molti film ambientati nello spazio degli ultimi anni, fatta da grandi questioni esistenziali, dall’ossessiva ricerca di risposte e dalla centralità dell’amore come forza motrice dell’universo. Una visione confortante, che umanizza lo spazio e la sua infinitezza, collocandolo in narrazioni e traslandolo in codici che lo avvicinano all’esperienza umana. Un cosmo confortante, dove anche la solitudine diventa meno spaventosa, perché l’universo si scopre popolato da creature aliene innocue e curiose.

Spaceman non aggiunge molto alla caterva di sci-fi con ambientazioni e argomenti simili: la disamina del matrimonio con Lenka assume una profondità solo apparente, condita da dialoghi altisonanti sul senso dell’esistenza e sulla natura dell’amore che pur risultando suggestivi rischiano di scivolare nella retorica.

Ottima l’interpretazione di Adam Sandler nei panni del cosmonauta consumato dalle nevrosi che fa a pugni con la propria solitudine e con la smania di riscatto: le sue interazioni con il ragno gigante di Dano rendono gradevole il procedere del film e aiutano a dare una struttura al flusso di ricordi che investe Jakub. Ma, benevole creature aliene a parte, Spaceman non aggiunge molto al discorso portato avanti nello spazio cinematografico, né riesce a smarcarsi dai suoi antenati illustri.


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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